Mi cascassero i coglioni se so dove mi trovo. Ho aperto gli occhi e mi sono trovato in questa stanza che giuro non è la mia. Ha la forma di un cubo perfetto, al centro di una parete c’è il letto dove sono disteso e di fronte a me c’è una sedia con affianco un tavolinetto. L’ambiente è illuminato da una luce azzurrognola al neon tipo quelle che si mettono nelle camerette dei bambini che hanno paura a dormire al buio.
Strano, mi sono svegliato e non mi sento la bocca impastata come succede sempre da quando ho preso il vizio di fumare. Giro la testa e vedo sulla mia destra una finestra e poi sulla mia sinistra mi accorgo che c’è una porta aperta.
Ecco, mi ricordo che stamattina ero in treno e andavo all’università, poi più nulla. Data la porta all’apparenza incustodita e visto che la finestra non è schermata da una grata, posso anche smettere di pensare di essere stato narcotizzato e rapito da agenti speciali mandati dal governo per far fuori tutti i liberi pensatori in circolazione.
Si, però che ci faccio io qui? Ma soprattutto in che luogo è “qui”?
Scosto il lenzuolo che mi copre dal bacino in giù e scendo dal letto e scorgo che addosso ho solo i boxer. Beh, almeno sono gli stessi che ho messo su l’ultima volta che mi sono vestito.
Arrivo alla porta per guardare se c’è qualche anima nel corridoio. Sporgo la testa fuori dalla porta e non riesco a vedere niente talmente che è buio. E’ un’oscurità densa, catramosa, che assorbe tutta la luce e ogni genere di suono, come se qualcuno fosse riuscito a creare nel corridoio un buco nero in miniatura. Torno a letto con la testa sempre più piena di interrogativi. Mi piacerebbe tanto trovare il bandolo della matassa per sbrogliare questa situazione. Sulla testiera del letto trovo gli altri miei vestiti. Infilo le mani nelle tasche dei miei pantaloni. Il mio portafogli coi soldi dentro c’è ancora e pure le mie care sigarette. Adesso mi sembra tutto un po’ più sostenibile. Stringo il filtro di una paglia tra le labbra e l’accendo. Butto fuori la prima boccata di fumo e penso che mi manca da morire la normalità.
Con calma cammino fino al davanzale. Mi affaccio a dare un’occhiata e vengo subito assalito dalle vertigini che mi fanno girare testa e stomaco. Sembra proprio che mi abbiano portato all’ultimo piano di un grattacielo. Sopra di me il cielo è nero come il corridoio, manco una stella, né una nuvola, né uccello o aereo che volano. Do una sbirciatina verso il basso e non riesco a vedere né i lamponi, né macchine, né persone.
Faccio qualche passo indietro e continuo a fumare facendomi sempre la stessa domanda: “dove cavolo sono?”
- Ehi giovanotto che fai lì alla finestra?- all’improvviso una voce alle mie spalle attrae la mia attenzione. Mi volto e vedo questa giovane donna vestita da infermiera che viene verso di me. Non c’è che dire, è proprio una bella ragazza. Ha dei capelli molto lunghi che le fuoriescono da un copricapo a forma di bandana. A causa della luce fioca che illumina a malapena la stanza non riesco a distinguere il colore della sua chioma. Gli abiti che indossa sono abbastanza larghi da coprire le sue forme, però sembra messa bene. Ha un visino così carino che ti fa venir voglia di riempirlo di carezze e baci. Lei si accosta a me e mi prende a braccetto. La sua pelle emana un profumo molto dolce. Mi giro per guardarle il fondo schiena mentre delicatamente mi riaccompagna a letto. Sono certo che anche il suo didietro non sfiguri.
Non riesco a proferire la minima parola.
- Torna a letto- mi ammonisce quasi severamente.
Sto zitto e mi lascio trasportare fino al mio giaciglio. Mi aiuta a montare sul materasso e mi rimbocca il lenzuolo che mi copre fino a metà del busto.
- Via questa- mi dice togliendomi la cicca di bocca.
Resto con la testa appoggiata sulle braccia incrociate sopra il cuscino, mentre calpesta il mio mozzicone e si siede sulla sedia di fronte a me. Sbadiglia e si assesta una ciocca di capelli dietro un orecchio. Poi abbassa lo sguardo pensierosa.
Cala il silenzio fra di noi, poi ad un certo punto la chiamo:
- Signorina per piacere, potrebbe dirmi dove mi trovo?-
Lei mi guarda sorridendomi in maniera benevola. Ha un’espressione davvero amabile.
- Non ricordi niente?- mi fa.
Io mi passo una mano sulla fronte e poi le rispondo di no.
- Pensaci un attimo- mi dice, - Dov’eri stamattina?-
- Io mi ricordo che ero in treno. Stavo andando all’università. Avevo un appuntamento col professore con il quale sto preparando la tesi-
- E poi?-
- E poi niente più-
- Dai fai uno sforzo- mi incoraggia lei.
Mi schiarisco la gola e continuo:
- Hmm! Ecco, mancavano ancora un bel po’ di fermate prima di scendere. Nell’attesa leggevo un libro di Palahniuk e poi…-
- E poi…- ripete lei.
Spremendomi davvero le meningi aggiungo:
- E poi ho sentito una donna gridare da un paio di posti più avanti a me. Ho alzato la testa per vedere cosa stesse succedendo e poi più nulla, il vuoto. Puff! Non ho visto più niente.-
L’infermiera ride, ma non in modo sguaiato o come se volesse sfottermi. La sua è una risata tipo quella di una mamma che scherza col proprio bambino.
- E poi è partito il colpo di pistola che ti ha colpito. E’ stato un balordo che ha tirato fuori la rivoltella e ha sparato senza motivo apparente. T’ha beccato in testa senza che neanche te ne rendessi conto- mi racconta finalmente.
Dalla bocca dello stomaco un senso di profonda tristezza sale su fino a formarmi un groppo in gola. Mi premo i palmi delle mani sugli occhi. So che fra poco mi metterò a piangere. Sono anni che non lo faccio più, forse non l’ho mai fatto più dai tempi delle elementari, perciò ho bisogno di un po’ di tempo per caricare le ghiandole lacrimali.
Intanto che aspetto, cerco l’amara conferma:
- Allora vuol dire che sono morto?- domando alla mia assistente,
- No- risponde prontamente lei,
- No?- ripeto io sbalordito, - E che significa tutto ciò?-
- Significa che dipende da te- mi spiega lei.
Io continuo a fissarla attonito, non so proprio come continuare.
- Tu che intenzioni hai?- mi domanda come se mi stesse chiedendo se voglio una marinara o una quattro stagioni.
In ogni modo mi gratto il mento e ci penso su seriamente.
- Beh ho appena ventisei anni- comincio a dire – Ho vissuto poco. E poi mi piacerebbe sapere chi vincerà il campionato quest’anno. Sa, la mia squadra del cuore è a due punti dalla prima-
- Paura della morte, eh?- mi stuzzica lei.
- No- rispondo io, - Solo che se posso scegliere, preferisco vivere-
- Vivere ad ogni costo mi sembra una roba da codardi- mi dice,
- Si ma voler morire ad ogni costo è da stupidi- controbatto io.
- Dimmi la verità, tu sei la morte- mi butto ad indovinare.
- Secondo te se fossi la morte ti concederei di scegliere?-
- Hai ragione. Ma allora se non sei la morte chi sei?- le chiedo.
- Sono una tua creazione. Forse un tuo ricordo, un’immagine incamerata nel tuo cervello, un sogno, chi lo sa? Tutto quello che vedi, quello che senti, anche la nostra conversazione sta succedendo solo nella tua testa-
- Allora perché mi hai ordinato di rimettermi a letto se t’ho creata io?- le domando.
Lei mi fa spallucce non sapendo cosa rispondermi.
- Come ti chiami?- le chiedo ancora.
- Non lo so- mi risponde, - Tu me lo davi dare un nome-
- Cinzia ti va bene?- le propongo.
- Perché Cinzia?- mi fa lei,
- Boh, mi è venuto così-
Lei mi sorride di nuovo e mi dice: - Si mi piace-
Mi tolgo il lenzuolo di dosso e mi metto seduto sul letto. Sto per rimettere i piedi a terra ma mi fermo di botto colpito da un’illuminazione.
- Aspetta un attimo- comincio, - Allora se ti ho creata io vuol dire che tu puoi fare tutto ciò che voglio io, no?-
- Si-
- Ok. Allora, Hmm!- mi schiarisco nuovamente la voce un po’ imbarazzato. Prendo coraggio e le ordino dandomi un tono:- Cinzia avvicinati- lei si alza e viene vicino a me, anzi di fronte a me. Io le metto le mani sui fianchi e posso sentire la sua carne pulsare da dietro la divisa sotto la mia pelle.
- Certo però che ti ho creata proprio bene- affermo. Immagino sia arrossita sentendo le mie ultime parole. Beh mi piace vedere le ragazze arrossire quando faccio loro un complimento. D’altronde sono sempre stato un gentiluomo. Mi alzo e mi trovo faccia a faccia con lei. Sento che proviamo entrambi le stesse emozioni.
- Quanto sei carina- le sussurro accarezzandole il visino angelico. Lei struscia una guancia contro le mie nocche. Le cingo la vita con un braccio e la bacio sulla bocca. Se è vero che mi trovo in un mondo onirico, non ho bisogno di respirare e rimaniamo con le labbra sigillate a far danzare assieme le nostre lingue per un tempo infinito.
- Sai che ti dico, cara Cinzia?-
- Cosa?-
- Se proprio devo morire voglio farlo mentre sto facendo l’amore con una bella donna-
Le sfilo di dosso la divisa. Non mi sbagliavo, è proprio un bel pezzo di ragazza. Me ne accorgo passando mani lungo le curve del suo corpo. La prendo in braccio e la adagio dolcemente sul letto. Facciamo all’amore in modo spudorato, senza vergogna. Penso alle risate che mi farei se venisse a prendermi la morte proprio adesso che sto nudo come un verme.
Mi stendo con la schiena sul materasso e la faccio montare su di me. Lei si muove sopra di me ed io mi godo lo spettacolo dei suoi seni che ballonzolano.
Quando stiamo quasi per arrivare al culmine della situazione, lei fa uno scatto e fugge via da me. Io mi sporgo tendendo le braccia avanti per fermarla, ma…
Riapro di nuovo gli occhi. Vedo una luce gialla al neon attaccata al soffitto. Ho ancora le braccia tese in avanti, ma mi sembrano così pesanti che non riesco a tenerle sollevate. Ho un gran male alla testa. Alla mia bocca porto il boccaglio di un respiratore automatico e al petto mi sono stati collegati gli elettrodi di un contatore di battiti cardiaci. Lo riconosco dal beep beep che proviene dal macchinario. Sento un casino di voci familiari. Le sento gridare parole di gioia miste a preghiere di ringraziamento. Ogni tanto sono interrotte da singulti di pianto. Mi volto a destra e a manca. Ci sono mia madre, i miei nonni, i miei amici. Tutti si abbracciano. Fanno festa. Mi mandano baci, cenni di saluto, battono le mani.
Mi ci è voluto qualche secondo, ma adesso ho realizzato tutto. Ricordo il treno nel quale viaggiavo, la donna che ha gridato, il pazzo che ha sparato. Ricordo il chewin gum attaccato sul pavimento sul quale mi sono accasciato e la faccia di quelli del pronto soccorso e la sirena dell’ambulanza. Mi sovviene tutto adesso. Tutto m’è chiaro.
Mi accorgo che nella stanza c’è anche mio zio il prete. Eppure l’ho detto un sacco di volte ai miei che se mi fosse capitato di morire, non avrei voluto essere sacramentato. Però può essere pure che mio zia sia venuto solo per una semplice visita di cortesia. In fondo sono sempre suo nipote.
Ci sono anche un fotografo che mi scatta delle fotografie e un altro che prende appunti su un blocchetto. Di sicuro sarà un giornalista che sta scrivendo la mia storia. Magari mi inviteranno in una di quelle trasmissioni che fanno di pomeriggio in tv per raccontare la mia disavventura. Così tirerò su anche un po’ di grana. Forse diventerò un divo da reality show, o un caso umano ( che spesso sono la stessa cosa), chi lo sa.
Affianco al mio letto si avvicinano, mia madre, mio padre ed un dottore. I miei genitori sono talmente contenti di vedermi di nuovo sveglio che non sanno cosa dire. Aspettano buone notizie con un sorriso a trentadue denti. Minchia e che spavento che si son dovuti prendere!
- Come va giovanotto?- mi chiede il dottore, io gli rispondo facendogli l’occhiolino, visto che non riesco ancora a parlare.
Prende il suo stetoscopio e me lo fissa sul torace. Mi allarga le palpebre e mi acceca puntandomi una luce dritto nelle palle degli occhi. Mi sente il polso e nel frattempo sopraggiunge al mio capezzale un’infermiera che mi infila in vena l’ago di una flebo.
Io mi giro a guardarla.
-Stai calmo giovanotto?- mi rassicura il medico registrando un’accelerazione improvvisa delle mie pulsazioni. Il dottore però mi ha frainteso. Il mio battito cardiaco è aumentato di colpo per la sorpresa che ho provato quando ho rivisto la donna che avevo appena finito di sognare. La fisso intensamente seguendo ogni suo movimento.
- Signorina, chi è di turno stanotte?- si informa il medico,
- Io, professore- risponde lei.
- Le raccomando questo giovanotto. Lo lascio sotto la sua custodia.- le dice.
Lei mi guarda e mi sorride. Le sorrido anche io da dietro la maschera.
Dopo la disavventura capitatami pare che le cose ritornino a girare per il verso giusto. I miei cari continuano a far festa attorno a me. Io però mi sento ancora troppo stracco per assecondarli. Mi isolo nei miei pensieri. Guardo l’orologio appeso alla parete di fronte a me.
Sono le due del pomeriggio.
Ancora dieci ore e il mio dolce angelo sarà tutto per me.
ANCORA DIECI ORE testo di ciommo82