La strada
Piove a dirotto su questa disgraziata città. Sono dentro al bar e maledico la pioggia e i malanni che affliggono i miei 90 kg. Avrei bisogno di riposo, anche il medico non fa che ripetere:
“se vuoi guarire devi dimagrire e startene a casa”,
Ma come faccio a sfamarmi se smettessi di vendere sigarette accendini fazzolettini e altre cianfrusaglie agli automobilisti.
E ci vuole pazienza perseveranza perché capitano giorni in cui non si vende quasi niente e poi c’è la concorrenza dei ragazzi stranieri e soprattutto dei neri.
Ma io sono il migliore, perché sopporto anche le offese le occhiate d’indifferenza di chi guida e sopporto il freddo, la solitudine, la fame e l’aria infetta di queste strade.
E’ più di due ore che piove e mica posso stare tutto il giorno qui nel bar.
Non ho neanche i soldi per pagarmi il caffè.
“Giorgio lascia perdere”,
è il barista che frena la mia voglia di sfidare la pioggia.
“oggi non ho guadagnato neanche una lira”,
“con questo tempo rischi di buscarti solo la polmonite”,
“se muoio non sarà una brutta cosa”,
“dai vieni qui che ti offro da bere”,
Il barista sembra una piccola botte. Ci sono giorni in cui ha una parlantina così sciolta e vivace da provocare lo stesso effetto di un bicchiere di vino, i clienti del bar ridono e dimenticano i guai e non hanno nessuna voglia di andare via.
Lui è contento perché oltre a trarne vantaggi economici gli fa bene al cuore vedere tanta gente che prova piacere in sua compagnia.
Do un occhiata fuori, sembra che abbia smesso di piovere, addirittura fa capolino un raggio di sole fra l’ammasso di nuvole. Forse ci sarà davvero qualcuno che da lassù fa miracoli e ha avuto compassione di me.
Prendo la valigia ringrazio il barista ed esco.
La strada è intasata dalle solite colonne di auto impazzite. Ci manca poco che s’impossessino anche degli spazi riservati ai pedoni.
.
Riprendo il lavoro, ormai non ho neanche bisogno di mostrare la merce, mi conoscono e basta un cenno con la testa per intendersi.
Centinaia di automobili sfilano davanti ai miei occhi. Uomini e donne sole o in compagnia di amici, dell’amante o dell’intera famiglia.
Gente preoccupata di arrivare puntuale a un appuntamento o smarrita in chissà quale pensiero. Gente che ride, chiacchiera o ascolta musica e riempie l’auto di valigie e buste della spesa.
Gente che si bacia s’incazza chiacchierando al telefonino o fuma concedendosi una pausa prima di riprendere il viaggio.
Sembra che si muova l’intera città per andare o ritornare dal lavoro o dalle località turistiche mentre io resto lì sulla strada a vendere fazzolettini deodoranti accendini e altri accessori utili per il viaggio.
Il cielo si è schiarito, un pallido sole ravviva l’atmosfera pesante di questa città, ma per me i guai incominciano adesso perché una noiosa tosse mi costringe ad andare via e non ho guadagnato che poche lire.
Il guaio è che oltre alla tosse devo sopportare pure mia madre.
Poveretta, da quando è morto il babbo e da quando quello sciagurato di mio fratello è andato via, non fa che lagnarsi tutto il giorno e mica posso darle torto, ma non è questo il modo migliore per tirarsi su ed io purtroppo non le so d’aiuto, anzi non faccio che accrescere le sue crisi depressive.
Appena arrivo a casa e ode questa maledetta tosse mi viene incontro tutta preoccupata e dice:
“ecco cosa ci guadagni a stare tutto il giorno fuori, quante volte devo ripeterti che siamo una famiglia maledetta, senza Dio, e tu sei tutto ciò che mi è rimasto”,
“mamma, non posso smettere, ho bisogno di lavorare”,
“e lo chiami lavoro quello”,
“sì, io lo considero un lavoro”,
“ma se non riesci neanche a guadagnare i soldi per comprarti un paio di scarpe decenti”,
“con la tua pensione riusciamo appena a sfamarci e pagare l’affitto”.
A volte mi chiedo dove la trovo la forza di ridere. Alla tv sto vedendo un film così stupido eppure rido proprio come un bambino e mia madre mi considera un bambino perché non mi ha mai visto piangere, neanche quando morì il babbo e neanche quando Lisa mi piantò. E nemmeno i malanni e la mancanza di un impiego riescono a farmi disperare così come dovrebbe fare un uomo, questo è quello che sostiene la mamma.
Mia madre è seduta accanto a me, il film non riesce a farla ridere. In fondo non lo ha mai fatto neanche quando c’era il babbo e mio fratello.
Certe volte ho il sospetto che abbia timore a mostrarsi allegra, è come quando si va in chiesa e bisogna assumere una espressione triste, compassata.
Comunque il film è finito e così vado a dormire dopo aver dato un bacio alla mamma che sonnecchia col capo reclinato in avanti. Lei si sveglia temendo che sia successo qualcosa di terribile poi si tranquillizza quando vede lo schermo della tv spento.
Stamani la vendita và bene. Gli automobilisti acquistano fazzolettini e altri accessori come se dovessero intraprendere un lungo viaggio.
Quando il traffico và diminuendo mi allontano dalla strada ed entro nel bar con uno stato d’animo assai diverso da ieri. Ordino da bere offrendo un bicchierino anche al barista. Mi chiede se ho intenzione di continuare a lavorare per strada. Gli rispondo che non ho scelta , soffro di claustrofobia. Non posso lavorare in un ambiente chiuso, ma ad essere sincero se sono ridotto così è colpa di Lisa. Le volevo bene, avevo intenzione di sposarla e lei mi sembrava una ragazza seria e le credevo anche se in più di una occasione spariva proponendomi strani e discutibili pretesti quando arrivava tardi all’appuntamento.
Qualche conoscente mi consigliava di lasciarla perdere perché Lisa era stata vista con altri uomini, ma io non volevo crederli, pensavo che fossero gelosi. Poi un bel giorno Lisa decise di piantarmi. Aveva perso la testa per un ragazzo più giovane che la faceva divertire e sapeva il fatto suo non solo a letto.
Sono i ragazzi africani i padroni delle strade .Quei due accovacciati all’angolo della strada mi guardano e sorridono con aria sornione, forse hanno compreso che non posso tirare avanti per molto. La tosse ha ripreso a perseguitarmi, in più ho mal di schiena. Avverto un freddo pungente che non mi permette di muovermi con la necessaria destrezza, probabile che ho la febbre.
Un automobilista fa cenno di avvicinarmi ma le gambe sono diventate di marmo e la testa un alveare.
Ma che succede, cosa c’è che non va?
Li odio, sì odio quei due ragazzi che sono capaci di sopportare il freddo pungente e odio tutta questa gente che và a trascorrere il fine settimane fuori città e odio quel Dio che non si è mai degnato di darmi un segno della sua infinita bontà.
Devo resistere, non posso crollare proprio adesso che quei due hanno piantato tenda proprio nella mia zona.
Ascolto la sirena dell’ambulanza. Non saranno mica venuti per portarmi via, forse qualche autista si è reso conto che non stò bene e li ha avvertiti. Mi guardano con certi occhi e uno di loro mi chiede se ho bisogno d’aiuto.
“sto bene, anzi benissimo” gli dico, ma nel momento in cui l’ambulanza appare, il panico s’impossessa di me evidenziando il precario stato di salute in cui verso.
Sono costretto ad appoggiarmi a un auto.
Faccio pena, non ne avrò per molto e quei due fanno bene ad attendere perché fra poco finirò steso sull’ asfalto e saranno loro i padroni della strada.
La strada testo di Raffaele57