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Lennie, sì sei proprio tu, ti vedo davanti a me dopo aver letto il racconto. Quel racconto è tutto ciò che sappiamo della tua vita, cioè non tanto della tua vita, ma ciò di cui lo scrittore ci racconta… della tua vita. Sono due cose diverse: la tua vita può avere un andamento e un’estensione che vanno al di là del racconto scritto, ma noi non lo sapremo mai. Tutto ciò che ci rimane è ciò che è scritto dentro quel racconto, dentro quelle parole. Come dicevo, ti vedo davanti a me.
E nonostante ciò che di relativo ci può essere rispetto a quello che ti riguarda, rispetto quello che ho detto prima, cioè che noi leggendo questo racconto possiamo sapere solo una parte, diciamo la parte terminale della tua vita, sappiamo però che non ci sarà un futuro, e questo è certo. Questo mi dispiace molto. Mi ero affezionato a te, Lennie.
Il precetto narratologico che impone che il personaggio, già all’inizio, sia ben caratterizzato perché il lettore provi empatia nel tuo caso si è completamente attuato e alla perfezione.
Ti vedo come una persona in carne e ossa, cavolo, forse più delle persone vere che vedo nei negozi o per le strade. Sì, sì, ti vedo a tutto tondo, anche se la narrazione per forza di cose racconta solo una parte, ma è come se ti vedessi completamente, come se fossi messo a nudo e ti conoscessi bene, forse meglio di chi conosco nella mia vita di tutti i giorni, perché sei in un certo senso trasparente. Sei trasparente perché sei puro, sei umile e perché sei ciò che appari… chi può dirlo, chi può affermare di esserlo mai stato nella sua vita adulta, nella sua vita di essere umano di non aver mai detto una bugia, una mezogna anche la più piccola?
Ebbene tu sei quell’ossimoro, quell’ecfrasi e già il tuo nome e cognome lo dichiara già di per sé… quel Lennie Small… sei alto circa un metro e novanta, con due spalle imponenti e non sei per questo, da nessun punto di vista piccolo… ma la contraddizione vivente è un’altra… tu Lennie non sei capace di mentire, ciò che dici è quello che pensi al di là di ogni infingimento… ci voleva uno scrittore statunitense per inventarsi un personaggio così e non a caso, a mio parere. E cioè Lennie tu sei il discendente diretto dei “Wieland” dello scrittore di fine settecento Charles Brocken Brown, cioè di colui che si inventò il romanzo psicologico e che guarda caso mise al centro della sua narrazione un pazzo che compie una trasformazione… Sei anche il parente di certi personaggi di Hawthorne e di Poe, coloro che sono in bilico, su quella sottile linea rossa che divide il sogno dalla follia e che incontestabilmente ci parlano da un terra desolata e da cui tornano con un messaggio difficile da digerire ma che è la Verità.
Devo dire che da subito mi sei piaciuto. All’inizio ti guardavo con curiosità: i tuoi gesti, le tue manie, il tuo accarezzare quegli animaletti e quel topo morto che tenevi nella tasca e George che se ne accorse subito nonostante i tuoi maldestri tentativi di tenerlo nascosto. Del resto, essere furbo non è mai stato il tuo forte. E poi ti sei anche schermito dicendo che l’avevi trovato già morto, ma non era così: l’avevi accarezzato nella tua tasca sì, con amore, ma con poca attenzione.
Eh sì, vedi, tu sei un gigante, sei un cosiddetto gigante buono, ma con un cervellino molto ridotto rispetto alla stazza del tuo corpo, lasciamelo dire. Non hai controllato probabilmente la forza di quella carezza e il povero topolino è morto. Lo so che non lo volevi fare, e mi dispiace. Ma è successo e purtroppo non si può tornare indietro, è vero?
E purtroppo succederà di peggio ma questo dopo.
E quindi tu e George venivate da nord ma anche lì avete combinato una delle tue, eh sì lo so sempre per quella tua mancata coordinazione di tutto di quel tuo corpo grande grosso qualcosa è successo là a Weed… non te lo ricordi o fai finta di non ricordartelo secondo me tante volte tu dici di non ricordare a George e a volte secondo me assumi il ruolo del finto tonto… ti ricordi benissimo… E là a Weed ne hai combinato una delle tue, ma vabbè tu hai detto che non te lo ricordi va bene però hai fatto una brutta cosa. George c'è l'ha con te perché avrebbe potuto essere un uomo che aveva il suo lavoro e poi poteva andare a giocare a biliardo quando aveva finito ed ora sarebbe stato felice invece ora deve stare attento a te perché tu non sei capace di avere responsabilità né verso gli altri ma neanche verso te stesso. E ora tu e George state arrivando su al Nord ad un’altra fattoria e stavolta George non ti farà parlare perché appena parli sicuramente perdete il lavoro o non vi danno assolutamente il lavoro e ancora insisti eh con quei topi che vuoi accarezzare, eh lo so che ti mordevano poi le dita e poi tu li stringevi però la testa e poi erano morti e poi tiri fuori adesso il discorso dei conigli adesso ti sei attaccato che vuoi i conigli..
E adesso ti ricordi perché eravate scappati dal ranch laggiù tu volevi accarezzare il velluto dei vestiti di una ragazza ma tu la tenevi stretta come fai con i topi e quella strilla e voi doveste nascondervi tu e George per tutto il giorno dentro un canale di irrigazione mentre gli uomini vi cercavano e poi George che dice che questa volta vorrebbe ficcarti in una gabbia con un milione di topi e lasciarti divertire… ha ragione George a dire così.
E così George prima che voi due arriviate al nuovo ranch ti dice che ora che siete che non siete ancora arrivati al ranch c'è un posto vicino, c'è una grotta e allora George ti dice che se succede qualcosa al ranch tu scappa qua è così io ti troverò tu rimani qua fino a che non arrivo io, hai capito Lennie?
Ma lo sappiamo come va a finire, vero Lennie?
Quando avevamo già il contratto di lavoro e tu cosa vai a combinare?
La moglie di Curley tutta provocante entra nella stalla dove ci sei tu Lennie e lei ti provoca e tu cominci ad accarezzarla come al solito eh, come facevi con i tuoi piccoli animaletti che uccidevi per errore, perché non eri capace di calibrare la tua forza… e così cosa succede Lennie con la moglie di Curley eh? Anche lei accarezzi, le accarezzi il collo perché ti piace, ti piace come quegli animaletti e come quel cagnetto che ti ha regalato Candy il servitore della fattoria… così la strozzi anche lei perché lei comincia ad agitarsi e tu perdi la testa eh?
E allora cosa pensi che ti capiterà ora Lennie? Cosa farà secondo te Curley il marito della donna che hai ucciso? Non lo sai, non lo sai perché quella tua mente di bambino non sa che nel mondo adulto quelle cosa si pagano… ma non sarà la giustizia del giudice ma la giustizia di Curley che con altri verrà e ti lincerà, ti ucciderà Lennie e così George è venuto da te, ha una pistola in mano e la tiene nascosta dietro alla schiena, tu sei voltato e la sta puntando alla tua nuca…
Ma io ti voglio bene e a questa storia voglio dare un finale diverso da quello che gli ha dato Steinbeck:
Racconto finale alternativo – Il ripensamento di George Milton
Lennie era accovacciato accanto al fiume, proprio dove George gli aveva detto di nascondersi se fosse successo qualcosa di brutto. Le mani grosse tremavano come foglie, e i suoi occhi, pieni di paura, cercavano disperatamente un segno d’amicizia.
«L’hanno fatta grossa stavolta, eh, George?» mormorò Lennie, quasi come un bambino che teme il castigo.
George si avvicinò piano. Sentiva le voci lontane, il rumore dei passi e delle grida: Curley e gli altri li stavano cercando. Sapeva che non avevano molto tempo. Tirò fuori la pistola. Le mani gli tremavano.
«Raccontami ancora di come sarà la nostra fattoria,» chiese Lennie, sorridendo con quella dolcezza disarmante che non capiva nulla del mondo.
George inspirò profondamente. «Avremo un pezzo di terra tutto nostro. Una casetta bianca, un orto dietro… e dei conigli, tanti conigli. Tu ti prenderai cura di loro, Lennie.»
«Sì, George. Dei conigli… bianchi, morbidi…»
La voce di Lennie si fece un sussurro. George sollevò la pistola, la tenne ferma dietro la testa dell’amico. Ma in quell’istante il dito gli si bloccò.
Vide Lennie così com’era: grande, impacciato, ma innocente. Un bambino intrappolato in un corpo troppo grande. Si accorse che non poteva farlo.
Abbassò lentamente l’arma.
«Andiamocene via, Lennie.»
«Eh?» fece Lennie, confuso.
«Andiamo, prima che ci trovino.»
George gli afferrò la mano, e insieme si misero a correre lungo il fiume, tra i cespugli e la polvere del tramonto. Le urla di Curley si perdevano alle loro spalle, sempre più lontane.
Corsero finché il fiato non bastò più. Si nascosero in un campo di grano, il cielo tinto d’arancio e di paura. Lennie si addormentò subito, la testa appoggiata sulle ginocchia di George, come un bambino esausto.
George rimase sveglio, lo sguardo perso nell’oscurità. Sapeva che Curley non avrebbe smesso di cercarli. Sapeva che non avrebbero potuto vivere per sempre nascosti. Ma almeno, per quella notte, erano liberi.
Si chinò su Lennie e sussurrò:
«Chissà se ci salveremo, amico mio. Forse Curley non ti prenderà mai. Ti ho dato un’ultima possibilità, Lennie… te l’ho detto, mi sono affezionato a te.»
Il vento soffiava piano tra le spighe, portando via quelle parole, come una promessa fragile e impossibile.
Nota a piè pagine nello stile D.F.Wallace:
Uomini e topi (Of Mice and Men) è un romanzo breve dello scrittore statunitense John Steinbeck, pubblicato a Londra nel 1937 e tradotto impropriamente da Pavese con il titolo di “Uomini e topi” narra la storia di due hobos, cioè due lavoratori stagionali, che percorrono l’America, da una fattoria all’altra, alla ricerca di lavoro, in un periodo funesto come quello della Grande Depressione degli anni Trenta. Il particolare rapporto tra George Milton e Lennie Small è simile a quello tra un padre e un figlio, ma un figlio che ha molti problemi: poiché Lennie è affetto da un ritardo mentale e George si è assunto il compito di prendersi cura di lui. Lennie aveva già causato dei problemi nella fattoria precedente, perché, nel tentativo di accarezzare — come fa con i piccoli animali che cattura — la figlia del proprietario, aveva finito per spaventarla, costringendo i due a fuggire. George, quindi, lo prega di non combinare guai anche con il nuovo proprietario, ma purtroppo la storia si ripete con le stesse tragiche conseguenze. Tutto questo conduce alla scena finale, che rappresenta il cuore pulsante del racconto, da cui scaturiscono tutto il significato e la bellezza dell’opera.