Con questa faccia da straniero
G. Moustaki
Potessero parlare, queste vecchie case, di certo non racconterebbero di lui. Di chi? Di quello che sta gridando, non lo sentite anche voi: “A straniero!”. Sarà già la terza volta che strilla, all’inizio intona una voce roboante, quasi teatrale, con l’intenzione d’intimidire il passante, ma dal secondo grido si rompe e termina con una specie di falsetto che non mette più paura a nessuno. Il suo scopo, intanto è raggiunto, radunare noi ragazzini incuriositi dall’improvviso trambusto.
Franco, che è un giovanotto disabile, si muove seduto su di un triciclo che si sposta grazie a dei pedali che lui fa girare con le sue braccia. Lo guida per mezzo di un manubrio del tutto uguale a quello di una bicicletta, con il quale può girare l’unica ruota anteriore.
A questo punto, però dobbiamo chiederci a che proposito Franco caccia quel grido, sempre lo stesso: “A straniero!”, verso chi si rivolge?
Noi viviamo in una borgata costruita di recente proprio al limitare di quella che dovrebbe essere una campagna che noi tutti qui chiamiamo prato, dove passa persino il treno. I palazzi e i cortili verosimilmente sembrano tutti uguali. Non ci sono i citofoni, così, se qualcuno cerca un parente o un amico, lo vedreste aggirarsi per i cortili spaesato, ecco questo è lo straniero in questione. Più propriamente, una persona che non vive qui.
Certo, quando questi si avvicinano, egli rivela un’indole più colloquiale: ascolta la richiesta dei questuanti, è persino disposto a scomodare il fratello, tanto è un disoccupato, se non è in grado di fornire l’informazione richiesta, solitamente il palazzo dove cercare questa o quella persona, che fa un certo lavoro o che ha un tale numero di figli, se è sposato.
Suo fratello
Essendo come ho detto, suo fratello un ragazzo disoccupato, se ne stava tutto il giorno sul letto a leggere i giornaletti, nell’attesa che qualche amico passasse a chiamarlo, magari per fumare una sigaretta. Allora i ragazzi interpretavano la maturità come l’imitazione dei grandi, e non sempre dei migliori esempi, così potersi ficcare dentro l’osteria, possedere i soldi per bere del vino e fumare qualche sigaretta era una delle loro maggiori aspirazioni.
Del resto, a lui era affidato il compito di mettere lo scivolo con il quale il fratello sulla carrozzina poteva superare il gradino del portone. Faceva questo lavoro due volte la mattina, quando il fratello usciva e rientrava, e due volte il pomeriggio. la mattina, se si svegliava tardi si sentivano le reprimende della madre. Franco vicino la porta, a modo suo, scalpitava per uscire e anche da lui, riceveva rimbrotti, mentre spettinato, ancora in pigiama posizionava lo scivolo.
Era anche il protagonista di uno strano traffico che si svolgeva solitamente il primo del mese, in coincidenza con l’arrivo del postino. Questo era riguardo al fatto che, ad un certo punto il fratello usciva, solitamente nel pomeriggio e poco dopo ritornava in compagnia di una donna non più giovane assieme alla quale entrava in casa. Poco dopo la donna usciva imprecando, con il viso scontento e noi ragazzini non capivamo assolutamente cosa fosse successo, quale cosa mai le avessero chiesto, da farla arrabbiare in quella maniera.