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Caro fratello,
ti ho cercato una volta sola,
e mi è bastata per capire
che il silenzio di dieci anni
era già una risposta.
Mi hai chiamata con il numero di nostro padre,
non per ascoltare,
ma per spiegarmi
quanto poco spazio occupo.
“Io e papà non abbiamo il piacere di vederti.”
Così.
Come si butta una frase
senza guardare se l’altro cade.
Hai parlato di me
come di un problema da gestire,
un’emozione da calmare,
una voce da abbassare.
Mi hai detto che urlavo,
ma non hai contato
quante volte ho ingoiato parole
per quarantotto anni.
Hai sorriso mentre mi beffeggiavi,
hai usato la legge come scudo,
la famiglia come arma,
la freddezza come vittoria.
Io non volevo portarvi via nulla.
Volevo entrare
in una casa che è mia
senza sentirmi abusiva
nella mia stessa vita.
Oggi non chiedo pace.
Non chiedo spiegazioni.
Non chiedo riconoscimento.
Oggi scelgo di non farmi più toccare.
Non sono io quella sbagliata.
Sono quella che ha smesso
di farsi calpestare
chiamandolo amore.
Tieniti pure
la tua ragione,
il tuo favore,
la tua complicità.
Io mi tengo la distanza.
E finalmente
respiro.