Ho augurato la buonanotte alle mie donne sparse in tutta Italia. Sorrido. Per quello che ho detto. Per quello che ho fatto. Per come vivo. Strano. Vivo strano.
E’ la notte di ferragosto. Sono seduto su una panchina di cemento misto carbonio e asfalto (è strana forte!) sul lungo mare a Trieste. Trieste è una città molto grigia. Anche Giorgio la pensa così. Prima abbiamo girato a piedi per il centro in cerca di una pizzeria. Notavamo entrambi quanto fosse triste qui l’atmosfera, durante questi giorni di festa. La gente sparisce dalla sua città e questa diventa triste. Respiravamo solitudine mentre camminavamo lungo le strade principali di Trieste. In cerca di una pizzeria. Ne abbiamo vista una ma non ci piaceva. Allora abbiamo continuato a camminare.
Siamo arrivati a Trieste oggi pomeriggio. Ci sono volute un paio d’ore di macchina. Con l’aria condizionata abbiamo sconfitto il caldo e siamo potuti partire da casa abbastanza presto. Senza l’aria condizionata avremmo dovuto aspettare le sette di sera per partire. Il viaggio fin qui è stato segnato dal buon umore di Giorgio. Mi ha fatto ridere una cifra. Diceva di quelle cose con un tono di voce che mi piegavano dal ridere. Giorgio sa rendermi felice. Lui ha il potere di vedere la vita da un’ottica particolare e mentre fa questo, sorride. Ha in sé il dono dell’ironia e prende tutto non troppo seriamente. Forse è proprio questo l’ atteggiamento che dovrei imparare per vivere bene. Io sono molto diverso da Giorgio. Io penso troppo. Tutti me lo dicono. Io sono cresciuto con la voglia di conoscere e dare un nome a tutte le facce del mondo. Io voglio trovare una risposta (almeno una!) a tutte le domande che nascono nella mia mente. Spesso non ci riesco. Allora sto male. Spesso.
Io credo che nel concetto di “città” non vi sia espresso solo il fatto che questa è un insieme di costruzioni. Pubbliche o private che siano. No. C’è qualcosa in più. Secondo me il significato letterario della parola città potrebbe riassumersi in questo modo: “un insieme di costruzioni pubbliche e/o private nelle quali gli esseri umani vivono e interagiscono tra loro”. Due facce della stessa medaglia. Due componenti essenziali di un unico concetto. Due ingredienti che, uniti, danno vita ad una pietanza squisita. Se manca uno dei due non si mangia. Così, essendo gli abitanti di Trieste lontani dalle loro case, perché in ferie, la città assume una forma strana. Non è più una città. Non si può più definire tale in questo momento. Dei due ingredienti ne rimane solo uno. I palazzi, le case, i monumenti, le piazze, tutto vuoto. Molto grigio. Pochi colori.
Abbiamo girato un’ora per trovare un posto nel quale mangiare. Non è stato facile. Siamo dovuti uscire dal centro storico. Abbiamo preso la macchina e siamo andati lungo la statale verso Sistiana.
Giorgio, adesso, sta sicuramente dormendo in una delle camerate dell’ostello della gioventù di Trieste. Io, per questa notte, ho scelto la libertà. Dormirò in macchina. Forse non dormirò affatto.
L’ostello mi sembrava una galera questa sera. C’era un caldo atroce nella camerata in cui avrei dovuto dormire. Il mio letto era vicino a quello di Giorgio. La stanza (la numero 2) era popolata da una trentina di omoni sudati che, ora, stanno sicuramente russando o boccheggiando a pancia in su.
La pizzeria nella quale abbiamo cenato era sufficientemente bella come locale. Il personale che ci lavora, invece, lasciava a desiderare. Più che altro desideravo che, al posto della cameriera marpiona che ci ha servito, ci fosse una tettona. A me piacciono le tettone. Mi fanno impazzire le tette grosse. Quelle che non ci stanno in una mano, dico. Non ne conosco molte di ragazze che portano una quinta o una sesta di reggiseno. Quelle poche che conosco mi fanno diventare matto. La cameriera che ci ha serviti avrà avuto sì e no una seconda. Scarsa. Piuttosto una prima abbondante. Poi non si capiva niente di quello che diceva. Io credo che per una cameriera sia importante sapersi esprimere bene, farsi capire, avere una bella voce. Una brava cameriera potrebbe sedurre i clienti a tal punto da far loro ordinare un sacco di cibi. Dagli antipasti ai dolci. Una lista interminabile. Di solito si va in pizzeria per mangiare una pizza, velocemente, e bere una lattina di qualcosa. Pizzeria come sinonimo di velocità e convenienza. Se, però, ci fosse una cameriera con voce seduttrice allora i clienti sarebbero portati a ordinare l’antipasto, la pizza, un contorno, il dolce, la frutta, il caffè, la lattina. Un conto del genere si aggira attorno alle quarantamilalire a testa che è ben diverso dalle quindici/ventimila che di solito si spendono in pizzeria. Di fronte ad una bella cameriera con voce seduttrice non c'è scampo. Non c'è rimedio. Il portafoglio è costretto a piangere perché deve abbandonare i suoi “abitanti” ad un’altra residenza.
Chissà se Giorgio sta dormendo. In mezzo a tutti quegli omoni sudati. Poverino. L’ho lasciato là. Da solo. Io avevo bisogno della mia libertà. Avevo voglia di respirare. Di guardare il cielo. Avevo bisogno di “sentirmi” sulla strada. A me, quando il tipo dell’ostello mi ha detto “alle 24:00 chiudo i cancelli e chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori”, a me quando ho sentito questo mi è venuta paura. Cazzo, ho pensato, questa è una prigione! Io con gli orari ferrei e con le regole rigide non ci vado molto d’accordo. So che Giorgio mi capisce. E’ un mio amico. Accetta queste cose.
La pizza di questa sera non era un granchè. Ho preso una pizza alla rucola. Non mi è piaciuta molto. Di solito, quando mangio una buona pizza io mi entusiasmo. Stasera non mi sono entusiasmato. La mia pizza non aveva nessun sapore. Non comunicava niente di sé al mio palato. La mia bocca non ha gioito nell’ospitare questa pizza. La cameriera, poi, era orribile. Diciamo che la cameriera assomigliava alla pizza che mi ha portato.
Io non ho molto sonno in questo momento. Ho qualcosa che non capisco. Un misto di ansia-depressione-speranza-voglia di vivere-paura-gioia-spensieratezza-angoscia. Uno stato non bene definibile. Cioè, non è che salto da una sensazione all’altra. No. Le ho tutte dentro. Tutte in una volta. Ne viene fuori una cosa del tipo che non so come sto. Se qualcuno mi chiedesse “come stai?” io gli risponderei “boh”, direi “sai che non lo so neanche io come sto?”. Non è questione di stare bene o male. E’ una situazione intermedia indescrivibile perfino a me stesso. Non so come sto. Sono vivo. Questo è ciò che riesco a capire. Sono vivo. Non sono morto. È già tanto.
Prima di iniziare a scrivere ho mandato un messaggio col mio cellulare a tutte le donne con le quali coltivo, in questo periodo, delle specie di relazioni. Tutte diverse tra loro. Le mie ragazze sono quattro, anzi cinque. Una di loro non ha il cellulare, quindi, non le ho mandato nessun messaggio. Però mi aveva chiamato lei stasera. Così le ho dato la buonanotte a voce. Se dovessi unire con una linea i puntini delle città dove vivono le mie ragazze, ne risulterebbe una retta lunga milleduecentochilometri. Dal nord al sud della penisola passando per la mia città.
Sono due ore che scrivo. È notte fonda. Le parole stanno scivolando dalla mia testa lungo il mio braccio destro e, grazie alla mia mano e alla biro che stringo tra le dita, si sciolgono su queste pagine. Parole liquide. Come l’inchiostro di questa penna. La penna che sto usando non è nemmeno mia. L’ho trovata. Non ricordo dove, nemmeno quando. Mi piaceva e l’ho tenuta. Stasera mi è venuta buona. Prima o poi tutte le cose che abbiamo finiscono con l’esserci utili. Anche le cose che abbiamo dentro. I nostri pensieri. Capita di avere dei pensieri dentro di sè e di tenerseli per tanto tempo. Apparentemente ci occupano dello spazio. Sembra che non servano a niente. Poi viene un momento che leggi qualcosa su un libro o parli con una persona e allora i pensieri che hai tenuto nascosti saltano fuori. Capisci che li hai tenuti per tanto tempo e che aspettavi quel particolare momento per farli uscire . Prima o poi tutto ciò che è nostro trova il suo posto.
“prendimi per mano e portami con te” cantano i La Crus in questa calda notte triestina. La luna è piena. Io sono pieno di parole liquide. Attorno a me il silenzio. Due camper, una roulotte e un tipo che passeggia. Avrà quarant’anni. Forse non è capace di dormire. Passeggia alla ricerca del momento giusto per riuscire ad amare morfeo. Intanto cammina e cerca di innamorarsi.
La luna si rispecchia nel mare e crea uno spazio di acqua argentata che brilla. I lampioni elettrici emettono una luce fiacca giallina. Non c’è paragone tra la luce lunare e quella dell’ENEL. La luna vince dieci a tre. “perché tutto è dentro me… tutto è dentro me… tutto è dentro me…” armonizzano così i La Crus la serata che sto vivendo.
TUTTO E' DENTRO ME testo di Berto Terra