Il televisore continuò a funzionare senza interruzioni, intervallando immagini dell’uomo calvo a quelle di una città nuova, rivitalizzata dai colori del mondo reale, dalla gente che ci viveva e lavorava. Il parcheggio, che ricordava immoto, adesso si vuotava, poi si riempiva. Capì che era il parcheggio di una fabbrica. Faceva buio. Poi era giorno. La gente usciva dalle case al mattino e vi tornava alla sera. Le strade erano grandiose, nastri lisci che si snodavano fra i palazzi raggiungendo altezze notevoli, puntando ad un orizzonte remoto…
Tutto questo è adesso? si chiedeva fissando lo schermo, mentre un’energia dolorosa gli fluiva lungo il corpo.
Quando sulla città calava la notte, gli interventi dell’uomo calvo si intensificavano. Parlava della comunità e dei suoi problemi. Gli insetti, soprattutto. Altre forme di vita animale erano praticamente estinte. Si vedevano squadre di uomini in divisa, il cui scopo doveva essere scovare e annientare gli insetti. Camminavano spediti, con strani strumenti che pendevano dalle cinture. I loro sguardi erano duri, intransigenti. Battevano palmo per palmo le strade, li si vedeva entrare ed uscire dalle case e dalle fabbriche, portando contenitori e sacchi di ogni dimensione, qualche volta a spalla. Si aspettava di scorgere da un momento all’altro qualcosa di analogo, uomini sì in divisa, ma atti a scovare persone.
“ Gli insetti hanno rappresentato un tormento nella storia di questa città; e ancor prima che la città venisse trovata, nella storia dei suoi futuri abitanti. Ma questo luogo era destinato a noi, e noi continueremo ad abitarlo per il tempo necessario ”.
Il volto dell’uomo esprimeva la tranquillità di chi sa cosa sia giusto fare. C’era in quei lineamenti una calma quasi innaturale, come indotta da una volontà ferrea, che non mancava di ripresentarsi ad ogni interruzione delle immagini.
“ Uno sciame di insetti – non tanti quanti ci si aspetterebbe – può divorare un uomo colto da disorientamento, se il suo corpo non risulta utilizzabile ai loro scopi. Ma ci sono modi più sottili attraverso cui la loro avversità può manifestarsi… ”.
Ogni tanto l’uomo faceva una pausa. Gli occhi gli si stringevano, come se un pen-siero improvviso l’avesse distolto. Immerso in una concentrazione così profonda da sembrare caduto in catalessi. Ma ad un tratto gli si spalancavano e, come se un meccanismo si fosse riattivato, riprendeva a parlare.
Nello schermo, le stesse strade che di giorno erano battute dal traffico, avevano di notte un aspetto di gelido ordine, ogni attività umana sospesa al di fuori delle abitazioni, che apparivano chiuse e silenti.
“ Si nascondono nelle nostre case, per saltar fuori quando meno ce l’aspettiamo. Persino dentro di noi si nascondono… ”.
Comparve l’immagine di un uomo con la testa chiusa in un sacco, seduto e legato; altri uomini stavano eseguendo una condanna, appiccando il fuoco ai suoi indumenti; la vittima si divincolava mentre le fiamme iniziavano a consumarlo… L’immagine durò pochissimo, ma fece in tempo a vedere che il sacco sulla testa dell’uomo aveva preso a muoversi con violenza, deformato da molteplici e frenetiche spinte interne.
“ Non ci daranno tregua. Sciamano nelle strade di notte, dove noi non possiamo andare, e là concentrano le loro energie, che hanno il solo scopo di corrompere il nostro mondo, la nostra città che di giorno vive e lavora, e di notte …”.
La notte. Ne ricordava una? Un sentimento d’attesa… Angosciosa attesa che qualcuno venisse. Qualcuno per il quale valeva la pena di giocarsi tutto…
E il giorno? Sopravvivenza snervante, dissimulazione dei pensieri, aggressività…
Le immagini cui assisteva erano spesso terribili, ma le accettava, senza stancarsi di cercare tracce della propria vita nei palazzi che scorrevano sullo schermo, tracce della propria colpa nella strade che li attraversavano, e nella gente che camminava… Era lì lì per trovarle. Ma proprio quando stava per convincersi che là fuori ci fosse un posto dove lui aveva abitato, proprio quando un passante, o un angolo di strada gli apparivano familiari, compariva l’uomo calvo; e sempre questo genere d’interruzioni, in cui gli stessi concetti venivano espressi in modi leggermente diversi, gli risultavano violente e spiacevoli. Eppure non riusciva a staccarsene.
Per la maggior parte del tempo, gli occhi dell’uomo fissavano dritto. Lui aveva spostato la poltrona per sfuggire all’impressione di essere il suo unico e vero interlocutore. Solo ogni tanto quegli occhi ruotavano ai lati, e quando incontravano i suoi, anche solo per un istante, si sentiva come trafitto da quello sguardo. Ma per fortuna non durava.
“ Gli insetti parlano una lingua maligna ” continuava ossessivamente, “ capace di interferire con i nostri pensieri, persino con i nostri sogni. Ma quel che è peggio, ostacolano la nostra vocazione più profonda. Il diritto di unirci ai nostri cari. La salvaguardia di questo diritto passa attraverso lo sterminio degli insetti. Quello che dobbiamo… ”.
Aveva l’impressione di capire. Che ciò che vedeva, e di cui sentiva parlare, l’avesse riguardato in passato. Sì. Capiva tutto questo. Ogni tanto gettava occhiate furtive sulla spalla, su un ginocchio. Poi lasciava correre lo sguardo lungo le pareti, sul soffitto. Dell’insetto non c’era più traccia. Era come se avesse intuito che lui adesso sapeva, e conformemente alla sua natura maligna stesse nascosto in attesa di un’occasione propizia.
“ Anche le persone ‘che non possono essere’ sono incarnazioni del male. C’è chi alleva insetti immondi, e un giorno si ritrova cose che camminano e parlano come persone, ma che persone non sono ”.
Mentre finiva di pronunciare queste parole, l’uomo rivolse gli occhi su di lui. Non semplicemente nella sua direzione: le pupille ruotarono fino ad incontrare la sua persona. La sensazione fu così repentina da farlo balzare in piedi. Allora, anche gli occhi dell’uomo di alzarono, continuando a fissarlo. Il cuore aveva preso a battere freneticamente. Non v’era più dubbio. L’uomo stava per pronunciare una sentenza. Le persone che non possono essere pensò. Per un istante temette, e allo steso tempo sperò, che fosse davvero giunta la fine. Che avrebbe conosciuto il proprio destino, e il passato che ad esso era legato. Una strana calma si impadronì di lui. Si sentiva pronto a qualsiasi cosa. Ma un impercettibile sorriso affiorò sulle labbra dell’uomo, lo sguardo si fece assorto, mentre si distoglieva.
“ Vi sono persone con istinto di morte ” disse. “ Sovversivi. Esseri che si dissimulano fra noi ”. L’uomo annuì lentamente, con gravità, come se stesse preparandosi a qualcosa di importante.
“ Questi individui non credono nella società, e istigano al disordine, allo sperpero della vita in una fuga verso luoghi che non esistono. Persone il cui unico scopo e alleviare la loro stessa disperazione, trascinando con loro chi invece crede in qualcosa ”.
La sua sensazione di essere l’oggetto di quel discorso aumentava… Trasalì, quando vide ancora una volta, nello schermo, un uomo dal volto coperto. In due lo tenevano fermo. Le labbra dei due carcerieri erano increspate da un sorriso leggero, i volti esaltati.
“ Questi agenti trattengono un sovversivo. Potrà apparire esecrabile la loro volontà di porre fine ai giorni di un loro simile. E’ così, se pensiamo al sovversivo come uomo. Non è così, se pensiamo a lui come una minaccia per la sopravvivenza della società ”.
Il prigioniero cercava inutilmente di divincolarsi. Dai versi soffocati che emetteva, sembrava che volesse parlare.
“ Persone come queste equivalgono ad una colonia d’insetti. Le ritroviamo al nostro fianco, risvegliandoci. Persone che ci sorridono quando tutto va bene, e che sembrano condividere la nostra preoccupazione quando le cose volgono al peggio ”.
In un tentativo estremo di liberarsi, il prigioniero fece traballare la sedia: la corda che lo legava sembrò penetrargli nelle carni.
“ Ma non sono più esseri umani… Sono insetti ”.
Gli sollevarono il cappuccio, spuntò una faccia lercia, sepolta in un intrico di capelli e barba scomposti. Il sovversivo sgranò due occhi da folle. Poi la sua bocca si aprì, ed emise una sorta di ronzio, molteplice e dissociato.
(continua...)
LA STANZA VERDE (parte 9) testo di Chris