magia del fuoco

scritto da leslie
Pubblicato 23 anni fa • Revisionato 23 anni fa
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Autore del testo leslie

Testo: magia del fuoco
di leslie



La mia vita, come quella della maggior parte delle persone al mondo, è estremamente frenetica.
Forse è l’incipit di questa smania tecnologica, dove tutto deve essere rapido, ormai tutto è in termini di byte, di giga, di computer che ti fanno credere di essere più veloce del tempo stesso, per conquistare il meritato riposo…
…E allora ti accorgi che più avanti vai e più hai bisogno di tutto questo mondo di cavi.
Stamani ho inviato due fax, ho alzato la cornetta, ho cap-tato il segnale che era pronto per inviare il messaggio e che dall’altra parte, a quasi 2000 chilometri, l’avrebbero rice-vuto, e mi sono ritrovata a fissare il display, contando co-me un automa quanto impiegava, poi dalla piccola fessura mi ha sputato fuori un foglietto a testimonianza che l’operazione era riuscita con successo.
Ho, poi, passato un po’ di tempo a sbirciare sommariamen-te il mare di posta in giacenza sulla scrivania, sommersa di tutto quello che potrebbe servirmi, ed anche del superfluo che la mia pigrizia mi fa abbandonare sugli angoli e che contribuisce a regalare all’ambiente una idea di perenne provvisorietà.
A metà mattina sono già stanca, sbircio fuori dalla fine-stra scoprendo che quella giornata non sarà poi così lumi-nosa, no il cielo si è coperto di nuvole e il ruscello comincia a gelare.
Ora che ci penso e che riprendo contatto vitale con il mio corpo, ho un po’ di freddo, e gli arti sono un po’ intorpidi-ti, mi stiracchio, ma ho bisogno di un po’ di calore.
Interrompo quello che sto facendo, le solite operazioni di routine: salva il file, file, chiudi, esci… attendere e sul vi-deo appare: ”è ora possibile spegnere il computer”.
Click !!
Poso gli occhiali e scendo al piano di sotto.
Ho deciso, accenderò un bel fuoco.
Solo questa decisione ha rallentato la frenesia dei miei bat-titi e già la mia mente sembra aver licenziato tutto quel correre all’impazzata di cellule cerebrali.
Accatastati fuori, nella legnaia, mi guardano ordinati tronchetti di acero, cedro, olmo, pioppo, quercia che ho comprato per tempo, alcuni sono rami delle piante che sono state potate e che ho regolarmente accantonato perché una volta asciutti sono buoni per accendere.
Qualche taccarella di quelle che prima erano parti di tavo-loni , che gli operai hanno lasciato pur di non stancarsi ul-teriormente a portarle via ed il gioco è quasi fatto.
A volte credo che i vari ciocchi di legna mi chiamino ad uno ad uno per dirmi: “Ehi, prendi me, brucerò meglio e ti scalderai prima !”
Ma poi sgrullo un po’ il capo, riordino le idee e procedo con una logica illogica, li prendo come capita.
In fondo anche ad agosto li ho accatastati a caso, forse badando più che altro a che stessero impilati in equilibrio.
Però ricordo il rumore dell’ascia che si abbatteva su di un grosso ceppo di acero odoroso.
Quando l’ho colpito ho sentito che avevo fiducia in quella parte così fisica e insieme così vulnerabile di me stessa, che deve lottare contro gli elementi.
Voglio dire non sono questo fisico possente ed eccezionale, né faccio della vita una palestra da competizione, il più delle volte il miglior esercizio ginnico lo faccio nel prendere penna e foglio, accartocciando la mano per reggere la pen-na e far scorrere il polso da sinistra verso destra, riempien-do le righe dei fogli, che via via disegnano frasi che la mia mente partorisce e la mia mano fissa e i miei occhi seguono e a volte sfocano, perché stanchi.
Nel camino ho sistemato pallottole di carta, rametti secchi e qualche taccarella, di quelle che scoppiettano fragorose, e che lanciano scintille arancioni qua e là, che poi via via di-ventano nere man mano che si raffreddano.
L’accendino, una, due, tre fiammelle, e d’improvviso la carta e i legnetti sono avvampati in una luminosa fiamma giallo arancio.
A volte uso i fiammiferi, che lasciano quello strano odore di zolfo e mi piace guardare come la capocchia rossastra via via brucia il legnetto che la sostiene e come quest’ultimo si consuma, si asciuga come se qualcosa gli succhiasse l’anima, per piegarlo su se stesso, lasciando una piccola curva di cenere nera.
Il fuoco si è acceso e posiziono i ciocchi più grandi, che bruceranno lentamente, lasciandosi scavare dalla fiamma, che si creerà dei varchi, seguendo le venature più tenere del ceppo, mentre quest’ultimo sbufferà un po’ di fumo, tipo solfatara, cacciando quei residui di acqua che ancora sono in esso.
Tutta la casa si è riempita della intensa fragranza del le-gno che arde e il calore asciutto e pulito è penetrato in ogni molecola.
Indugio ancora un po’, voglio ancora e ancora deliziare il mio sguardo carpendo l’allungarsi aritmico delle ombre sul-le pareti, che le fiammelle disegnano sulle pareti, urtando contro il mobilio, regalando sempre nuove sfaccettature a ciò che di familiare mi circonda.
E’ come se ogni volta tutto prendesse vita, attendendo so-lo che io schiacci quel tasto, e allora le sedie, il tavolo, i di-vani danzano la loro nenia, girando e piroettando e arabe-scando musiche da carillon.
Non avrei mai pensato di essere il tipo di donna che dedica tanto tempo a cercare, trasportare, ammucchiare, spaccare e bruciare legna da ardere.
Quando ero piccola sono cresciuta in un palazzo dove ba-stava girare una manopola del calorifero per circondarsi di un calore sufficiente per proteggersi dal freddo esterno.
Lì non c’era il fascino dello scegliere quella legna che a detta del nonno bruciava meglio, non c’erano le notti pas-sate accanto alla luce della sola fiamma a donare un con-torno diverso ai racconti un po’ romanzati di vita vissuta.
Al massimo si sentiva il gorgoglio dell’acqua che percorre-va le tubature interne del termosifone, ma era pur sempre ferraglia.
Ogni tanto veniva un grande furgone a riempire la grande cisterna con il gasolio, ma niente di più, solo una gran puzza, e il disegno un po’ sfocato vicino l’imbocco del tu-bo, dove il carburante si alzava verso il cielo.
Dopo qualche anno facemmo costruire un camino enorme, tutto a mattoncini refrattari, ma non l’abbiamo sfruttato tantissimo, era un po’ scomodo ogni volta fare tre piani di scale.
Però mi accontentavo di sentire quelle storie vecchie di quando i nonni facevano a turno a vegliare che la vecchia stufa a legna non facesse le bizze, provocando un incen-dio, malandata come era, e con il tubo sottile, tutto rab-berciato.
Era una di quelle stufe di ghisa, pesantissime e per questo ancora più affascinanti, ma che poi il boom del moderna-riato ha accantonato in nome della sicurezza e della tecno-logia.
Quando ci siamo trasferiti abbiamo dotato casa sia dei termosifoni, sia di camino.
Era successo: avevo incontrato la magia del fuoco di legna e non l’avevo più abbandonata.
Non ricordo quanti anni avevo quando ho acceso il primo fuoco.
La prima volta che riuscii ad accendere il fuoco per poco non urlai di gioia.
Avevo ripetuto a memoria la lezione che mi era stata dili-gentemente e pazientemente impartita.
Accartoccia una dozzina di fogli di giornale di giornale co-sì da formare piccole pallottole di carta, e mettici sopra da quindici a venti legnetti.
Accendi il fuoco, aspetta cinque minuti, aggiungi un picco-lo ceppo molto secco (niente legna verde, per amor di Dio!), poi aspetta.
E spera.
Ce l’avevo fatta!
Ero emozionata che la mia piccola fatica avesse creato qualcosa di così bello, sensuale e utile.
Ormai sono passati diversi anni ed ora so che accendere il fuoco è di gran lunga un atto di magia pura.
A volte riesce, a volte no.
Ho acceso fuochi con sterpi umidi e legna verde, e ho falli-to con sterpi secchi e legna stagionata.
Nel pomeriggio guarderò quel piumaggio di fumo azzurro-gnolo che dal camino si allunga perdendosi nel panorama del bosco.
Mi piace pensare che il fuoco che accendo mi unisce ali es-seri umani vissuti prima di me, migliaia di anni fa, molto prima che avesse inizio quest’epoca frenetica sempre in corsa contro il tempo.
E come i palmi di quelle mani antiche, anche i miei sono callosi.
Mi dolgono le spalle e a volte la mia schiena si curva sotto lo sferzo.
Quando gli amici mi dicono che scaldarsi con il camino co-sta fatica, penso: fatica ?
Quale altro piccolo atto può ricondurmi a me stessa così rapidamente ?
Quale altro compito posso assolvere che mi dia pace e quie-te in modo così totale ?
E quale altro lavoro sa mettere così bene alla prova la mia energia ?
Accendere il fuoco non è un peso o un sacrificio.
E’ un rito di bellezza, potenza e conoscenza, una piccola
rappresentazione quotidiana nel solitario teatro della vita.
Non ne traggo soltanto l’effetto pratico del calore, ne traggo anche la certezza fiduciosa di sapere creare il calore dentro di me.
Accendo e tengo viva la fiamma interiore, rinnovando, come se ogni volta fosse la prima, il magico rito del fuoco.
magia del fuoco testo di leslie
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