FRIGIDAIRE prima parte

scritto da Marco Buongiovanni
Scritto 20 anni fa • Pubblicato 20 anni fa • Revisionato 20 anni fa
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Ma
Autore del testo Marco Buongiovanni
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Ma
Federico (Fabrizio Bentivoglio), sbattuto fuori di casa dalla moglie, va ad abitare da Leo (Silvio Orlando),un suo vecchio compagno di scuola. Insieme ad altri amici in comune, ripercorrono i ricordi e per alcuni di loro, il mai tramontato sogno Marx
- Nota dell'autore Marco Buongiovanni

Testo: FRIGIDAIRE prima parte
di Marco Buongiovanni


Un Romanzo di
Marco Buongiovanni


www.voxhumana.tk














2005 ©












Prefazione



Federico rappresenta molte persone appartenenti ad un determinato segmento temporale.
Nevrosi, impulsi, contrarietà, insoddisfazione, il sogno che forse non si avvererà mai, sono elementi che compongono la storia.
Appunto, la storia! C’è la materia, ma per farla funzionare, necessariamente, ha bisogno dell’antimateria, ovvero, un elemento avente la stessa massa ma con un’ opposta carica elettrica. Il mio lavoro, guardandomi bene da non scomodare Dirac, è stato quello di cercare di unire queste due “particelle” sociali con lo scopo di creare energia.
Proseguo il mio viaggio di “scrittista”, tra letteratura e cinema, immaginando i personaggi di questo romanzo interpretati dai seguenti attori:
Fabrizio Bentivoglio - Federico
Tawnee Stone - Dalia
Silvio Orlando - Leo
Alessandra Martines - Marina
Alessandro Haber – Duccio






- VIA! E’ FINITA! NON FARTI VEDERE MAI PIU’!
Dietro di me lasciai soltanto il rumore della porta di quella che, con ogni probabilità, sarebbe stata la mia ex casa. Non portavo nulla con me, forse non volevo portarmi nulla se non la solita borsa col necessario. Di colpo mi resi conto che in quel preciso instante, chissà poi quante volte l’avevo ripassato nella mia mente, mi venne in mente di prendere soltanto un pigiama, non lo usavo d’inverno figuriamoci adesso che era estate. Poi l’occorrente per la rasatura della barba e la vecchia pipa di mio padre. Basta. Forse le cose superflue erano diventate di colpo le cose più importanti per me. Ho trascorso la mia vita pensando alle cose necessarie e mi tormentavo quando non riuscivo a realizzarle. E’ colpa mia se faccio il disegnatore di cortometraggi animati ed il nostro settore è perennemente in crisi tanto che nessuno ti può mai garantire una sicurezza? Credo che non sia una colpa. Ma la mia compagna, Enrica, colei che mi ha sbattuto fuori di casa, la sua casa, è troppo diversa da me. No, non è che me ne rendo conto soltanto adesso e nemmeno per lei, forse, tutto questo, è una sorpresa. Ma ormai ci eravamo abituati a trascinare i nostri problemi, le nostre insoddisfazioni che quasi, paradossalmente, credevamo di essere più uniti da questa che era diventata la nostra condizione abituale. Non m’interessava trovare un colpevole, che senso avrebbe avuto? Cercare ancora un motivo per farmi del male ulteriormente? Almeno lei aveva avuto il coraggio di prendere un’iniziativa, forse mancava anche la famosa goccia che faceva traboccare il vaso, oppure, aveva da tempo, premeditato il tutto. Certo io non sarei mai stato capace di un gesto simile, ancora una volta subivo l’iniziativa degli eventi. Una volta il lavoro, anzi, prima ancora la scuola, adesso Enrica. Di solito quando si segna idealmente con un punto la propria vita ci sono alte probabilità di un nuovo inizio. Io, poi, in fondo,credo che questa teoria sia valida soltanto se questo ipotetico punto lo metti te e no quando lo fanno gli altri al posto tuo. Più trascorreva il tempo e più mi rendevo conto di cercare altre piccole cose necessarie. L’immediato obiettivo era, per esempio, trovare una farmacia. Entrai in una qualsiasi. Attesi il turno di altre due persone davanti a me e quando giunse il mio momento mi trovai dall’altra parte del bancone un signore con tutti i capelli bianchi profumati di brillantina alla lavanda.
- Mi dica.
- Ansiolin gocce e Tavor compresse.
- Mi da la ricetta?
- Eh..Mi scusi, l’ho dimenticata a casa, abito proprio qui a due passi… Con la fretta… Gliela porto subito…
- Mi spiace. Sono per lei questi farmaci?
- Certo. Sono per me.
- Allora sa di che cosa si tratta. Non posso dare dei psicofarmaci senza la ricetta.
- Capisco. Era soltanto perché andavo di fretta e…
- Se va a prenderla adesso, intanto, gliele lascio in una bustina, qui sul bancone…
- Ah, no. Non fa niente. Devo correre al lavoro. Semmai torno nel pomeriggio.
- Come vuole.
- Grazie, comunque. Buongiorno.


Li avevo appena comprati due o tre giorni fa ed avrei dovuto ricordarmi di prenderli. Ma non li avevo a portata di mano, non mi erano a portata di mano. Si perché da quando ero piccolo, vedevo mia madre che metteva alcuni farmaci nel frigorifero, tipo le supposte oppure lo sciroppo, persino il piramidone per la febbre, diceva che così si mantenevano, che non andavano a “male”, così anch’io ho preso questa abitudine e non faceva differenza se erano pillole o pomate, in quello che era lo scomparto dei formaggi, mettevo i farmaci che usavo abitualmente. Tanto i formaggi non ne comparavamo ed Enrica conosceva questa mia abitudine e chissà quante volte me l’ha rinfacciata prima di rassegnarsi. Fatto sta che erano ancora lì e non potevo certo andarmele a riprendere ne tanto meno potevo tornare dal mio psichiatra per farmi fare un’altra prescrizione che non mi avrebbe mai fatto. Per carità, quando seppe che in vita mia avevo fumato qualche canna non mi voleva dare nemmeno i farmaci. Adesso avrebbe sicuramente pensato che li avrei consumati io e li avrei offerti anche ai miei amici. Perché questi farmaci? E perché lo psichiatra? Un’idea di Enrica. Prima lo psicologo che peraltro non ci ha capito un cavolo e poi lo psichiatra, il quale dopo essersi fatto raccontare anche le cose più inutili della mia vita mi ha diagnosticato una bella forma di depressione latente che andava tenuta sotto un severo e scrupoloso controllo. Ed io, che credevo di non avere nulla di tutto questo, a parte i soliti scazzi di sempre, mi ero agitato a tal punto di quel “latente” che seguivo diligentemente la prescrizione. Qualcosa però, questi farmaci, facevano. Perché adesso il solo pensiero di starne senza mi faceva preoccupare abbastanza. Decisi di prendere la mia macchina, l’avrei lasciata volentieri sotto casa, pensavo che mi avrebbe dato fastidio persino ritrovare l’odore del profumo di Enrica. Adesso era così, forse tra qualche giorno lo avrei anche comprato quel profumo, pur di risentirne la fragranza. Però non dovevo crearmi più problemi di quanti già ne avevo. Quindi la macchina mi sarebbe stata utile, soprattutto adesso che dovevo procurarmi questi farmaci.
Così mi misi alla ricerca di un farmacista compiacente.

- Prego, desidera?
- Sei Dario?
- Si, perché?
- Dario, ma non mi riconosci?
- Federico Astolfi. Non ci posso credere….Aspetta fammi uscire dal bancone…Come stai, amico mio?
Dario Fioranelli era un vecchio compagno di università. Facoltà diverse, stesso attivismo politico.

- …E così, alla fine ho deciso che quello sarebbe stato il mio mestiere ed infatti ancora oggi…Te? Idee chiare! E’ tua tutta stà roba?
- Di mio padre, però lui adesso è in pensione, mia sorella, te la ricordi?
- Certo, Chiara. Come sta?
- Sempre uguale. Sempre sulla sedia a rotelle. Operazioni, visite in tutta Europa ma non c’è stato niente da fare. Così mando avanti io l’attività un po’ per tutti. Ma non mi lamento, sia chiaro.
- Certo, certo. Sposato? Figli?
- Si, sono sposato ed ho due figli. Due maschi. Te? Eri fidanzato con una certa Enrica se ricordo bene.
- Si, lo ero, fino a dieci minuti fa… Ci siamo lasciati
- Una litigata passeggera…
- Credo di no. Stavolta è proprio finita.
- Mi spiace. Mi ha fatto piacere rivederti.
- Si anche a me. Senti Dario, posso chiederti un favore?
- Certo, dimmi
- Ho lasciato le medicine su da Enrica e non posso certo andarmele a prendere, però sai, non ho la ricetta…
- Di che si tratta?
- Ansiolin gocce e Tavor compresse.
- Aspetta qua
- Grazie, sei veramente un amico.
- …Ecco, metti in tasca.
- Aspetta quant’è?
- Mi chiedi una cosa che non posso fare e poi la vuoi pagare?…Su…
- Ok, non so come ringraziarti…
- C’è sempre il bar per questi disobblighi
- Che stupido, che sono. Andiamo, vieni, ti offro qualcosa?
- No, non posso. Semmai un’altra volta. A proposito, scusa se m’intrometto. Ma adesso, ce l’hai un posto dove andare?
- Veramente ancora non ci ho pensato.
- Sai a chi dovresti chiedere?
- A chi?
- A Leo. Te lo ricordi?
- E come faccio a dimenticare Leo! Perché? Che fa?
- No, lui fa l’operaio, però ha una camera in più e la sub affitta per arrotondare lo stipendio.
- Ma abita qui?
- Certo, a via Crocenuova, sopra la pizzeria.
- Ma non è sposato? Voglio dire, vive da solo?
- Sta con una certa Marina
- Marina, come no, era nella mia stessa facoltà.
- Si, sta ancora con lei ma non sono sposati. Prova a chiedere a lui.
- D’accordo, spero di vederti una di queste sere.
- Magari se organizziamo
- Vedrò di farmi venire in mente qualcosa. A presto e grazie ancora per queste.
- In bocca al lupo.
Andare da Dario si era rivelata una buona idea. Mi aveva procurato le medicine ed inoltre avevo anche un posto a cui rivolgermi.
Leo era un nostro compagno, un’attivista. Poi alla morte del padre gli proposero di entrare in fabbrica al suo posto. Lui voleva continuare l’università però al padre mancavano ancora molti anni per la pensione, i soldi erano pochi ed allora dovette accettare la proposta. Marina, invece, frequentava la mia facoltà era molto più giovane di me. Un giorno Leo mi chiese di presentargliela e così feci. Da allora stanno insieme ed io che credevo che lei fosse una piccola borghese, mi dovetti ricredere visto che diventò un’attivista proprio come lo eravamo noi a quel tempo.

Nel frattempo, Leo rientrava a casa dopo il lavoro
- Marina.
- Niente straordinario oggi?
- Mi sa che per un bel po’ ce lo possiamo scordare. Gira anche la cassa integrazione.
- Io sono stata lì dal notaio Grandoni
- E com’è andata?
- Uno schifo. La segretaria più grande avrà ventiquattro anni.
- Embè e che significa?
- Significa che mi ha fatto un giro di discorsi per dirmi che ero un po’ troppo matura per fare la segretaria.
- Adesso bisogna essere una velina per poter fare la segretaria. Hai capito il notaio?
- Uffa! Quando ho sentito in giro che c’era questa opportunità…
- Capirai, part time a trecentocinquanta euro al mese.
- Buttali. Per noi sarebbero stati l’ideale. Sempre meglio che sub affittare una camera. Non abbiamo più una nostra privacy.
- Ho capito, tu hai ragione. Ma una camera noi l’abbiamo anche affittata a cinquecento euro.
- Comprese tutte le spese.
- Comprese le spese. Ma mica è poco.
- Va beh. Come dici tu. Tanto non sarà per sempre.
- Ma certo che non sarà per sempre… Ma è finito il caffè?
- Non c’è sotto la stufa?
- No, non lo vedo
- Faccio un salto al supermercato allora
- Va beh, io mi vado a fare una doccia.
Quando Leo si mise sotto il getto dell’acqua Federico giunse a ridosso del palazzo e bussò al citofono.

- Ma non ce l’ha le chiavi Marina… Un momento… - Leo pigiò il tasto di apertura del portone ma il citofono continuò a suonare
- Ma chi è?
- Leo, sei tu?
- Si sono io. Chi è?
- Sono Federico Astolfi
- Federico Astolfi? Ma guarda che sorpresa! Sali Federico.
- Ma ti disturbo? Sono venuto così senza avvisarti…
- Ma quale disturbo! Sali, ti lascio la porta aperta… Mi stavo facendo la doccia… Mi vesto e sono da te.
- Si, fai con comodo…
Non chiesi neppure a che piano abitava. Me ne sarei accorto dalla porta aperta sul pianerottolo. E’ strano, dopo tanto tempo che non ci si vede si ha, anche se per pochi istanti, l’opportunità di riflettere su quante cose uno si è lasciato alle spalle e la maggior parte di queste avevano tra l’altro un’importanza tale nei rispettivi momenti… Arrivai al secondo piano e trovai una porta aperta. Chiesi permesso e Leo da un’altra stanza, in fondo al corridoio, mi disse di accomodarmi dove volevo. Mi raggiunse subito .

- Federico! Ma questa è una sorpresona!
Ci abbracciammo calorosamente, solo allora ebbi, materialmente, la percezione del tempo trascorso. Vent’anni o forse più.

- Sai che non sei cambiato affatto!
- Eh, i capelli bianchi, Leo
- Eh, stai a pensà ai capelli, che dovrei dire io? Ma come mai questa visita?
- Ho incontrato Dario
- Il farmacista?
- Si e allora ci siamo messi un po’ a parlare, anche con lui non ci si vedeva da una vita. Poi mi ha detto che abitavi qui ed allora…
- Hai fatto bene. Lo sai che tu sei l’unico che non era mai venuto qui?
- Ma dai…
- Dico sul serio. Qui vengono spesso tutti gli altri.
- Vuoi dirmi che ancora vi vedete?
- Ci vediamo? Organizziamo certe cene che come minimo finiscono alle quattro del mattino. Praticamente le facciamo sempre di sabato perché quando le organizzavamo gli altri giorni era la fine. Io quando faccio il turno di mattina, ti ricordi che lavoro in fabbrica?
- Certo, mi ricordo
- Embè ti dicevo, quando le organizzavamo in mezzo alla settimana ed avevo il turno di mattina, mica ci andavo a dormire. Capirai, per un ora di sonno non ne valeva la pena.
- E chi viene a queste cene?
- Michele, Silverio, Aldo…
- Pure Aldo, non ci posso credere…
- Ah, poi viene pure Silvio. Te lo ricordi?
- E chi se lo scorda! Ma solo uomini?
- Allora: va beh, a parte Marina, che ovviamente ricorderai.
- Te l’ho fatta conoscere io…
- Appunto, in ordine di apparizione: Adele, Margherita, Cinzia, Rita e
- Non mi dire, Fiorella
- Esatto
- Incredibile, a casa tua è come se si fosse fermato il tempo!
- Sei te che l’hai lasciato scorrere.
- Eh, forse hai ragione.
- Ma Enrica? L’ultima volta stavi con lei
- Proprio oggi è finita!
- Mi dispiace.
- Ma forse non è finita oggi, chissà da quanto tempo trascinavamo, diciamo che oggi ce lo siamo ufficializzato.
In quel mentre rientrò dalla spesa Marina.

- Leo, mi vieni a dare una mano?
- Indovina chi c’è?
- Leo non ne ho la più pallida ide…Che mi venga un colpo! Federico
- Ciao Marina come stai?
- Io bene e tu? Ma che fine hai fatto?
- Come al solito, non faccio niente di particolare ma non ho mai il tempo per le relazioni…
- Ho capito ma almeno una telefonata ogni tanto potevi farla
- Hai ragione. Beh, almeno adesso con una visita ho cancellato una decina di telefonate di pegno.
- Ah, questo è sicuro! Ascolta, resti a cena con noi stasera?
- Ma io, veramente, non vorrei disturbare…
- Federico, almeno facciamo quattro chiacchiere in pace. Dai, una volta tanto che ti fai vedere! E poi non eri te che preparavi quelle deliziose penne alla vodka…
- A Leo sono rimaste sempre in mente, ogni tanto me le fa preparare ma non ho la tua propensione in cucina.
- Va bene, a me fa piacere.
- Oh, finalmente! – Leo, sorridendo.

La sera trascorse tra innumerevoli discorsi cercando, come si usa fare in queste occasioni, di recuperare tutto il tempo perduto. Senza nemmeno accorgercene arrivammo all’una del mattino dove a parlare ero rimasto soltanto io e sia Leo che Marina ad ascoltarmi.

- … Forse avrei dovuto organizzarmi prima o forse doveva andare così…
- Ma tu l’ami Enrica?
- Che ti devo dire, Marina, adesso cercando di mettere a fuoco la cosa, non ti saprei nemmeno dire se il nostro era diventato un rapporto abitudinario, senza più quelle emozioni che avevi una volta…
- Ascolta, hai pensato di fermarti qui per qualche giorno, così tanto per riflettere?
- Si, Marina ha ragione. Fermati qualche giorno da noi. Può darsi che …
- Guarda io ero venuto qui anche perché Dario mi aveva detto che tu conoscevi diverse persone che mi avrebbero potuto trovare una sistemazione…
- E allora qual è il problema? Fermati qua, poi se tra qualche giorno prendi la decisione di stare per conto tuo, cioè, mi hai capito, se decidi di non tornare con Enrica allora possiamo valutare anche l’ipotesi di affittarti una camera tutta tua. Io per arrotondare lo stipendio qualche volta lo faccio. Non sarebbe un problema, anzi. Con un vecchio compagno.
- Beh, che dirvi… Io accetterei volentieri.
- Hai con te la tua roba? Altrimenti ti presto io tutto quello che ti serve.
- No, grazie Leo, ho di sotto, in macchina, la mia borsa. Anzi, se non vi dispiace, l’andrei a prendere, vista l’ora.
- Io vi saluto, vado a dormire.
- Buonanotte Marina e scusate per l’orario…
- Ma quale scuse! Ci ha fatto piacere rivederti. Adesso che ti fermi, una sera di queste, organizziamo con tutti gli altri.
- Va bene.
- Federico, io vado a dormire, sai domani mattina alle cinque… Queste sono le chiavi se volessi per caso farti un giro…
- No, nessun giro. Prendo la borsa in macchina e risalgo. Buonanotte e grazie di tutto.

Quando scesi per prendere la borsa, per scrupolo, controllai anche nel portabagagli e fortunatamente avevo lasciato lì il mio computer portatile. Mi sarebbe seccato di andarlo a riprendere a casa. La notte, anche per via del caldo, trascorreva agitatamente. Mi ricordai allora delle mie medicine che anche qui, prima di andare a letto, le avevo messe in frigorifero. Mi alzai ed andai in cucina, presi una sedia la posizionai davanti alla porta aperta del frigorifero e presi le gocce di Ansiolin. Ne versai dieci gocce in mezzo bicchiere d’acqua calda rimasta lì, sul tavola dalla sera. Sorseggiavo quelle gocce come se fossero un drink, sempre con la porta del frigo aperta con la luce interna che m’irradiava il volto ed io lì a cercare di bloccare i pensieri e prendermi tutto il fresco possibile in quella notte afosa e strana.
Si affacciò in cucina Marina. O meglio, fece capolino con la sua testa ed io non mi resi conto se stesse lì da qualche minuto oppure se fosse appena arrivata. Senza il minimo disagio, lei, con solo indosso le mutandine ed il reggiseno, prese una sedia e si sedette vicino a me. Prese anche lei ad osservare l’interno del frigorifero mentre mi passava la sua mano, amorevolmente, tra i miei capelli. La mattina col sole già alto mi resi conto di aver dormito un casino. Avevo la bocca impastata col sapore della terra forse a causa di quelle gocce, inoltre avvertivo un’astenia diffusa in tutto il corpo. Decisi di farmi una doccia, subito dopo mi rasai la barba ed accesi il computer. In casa non c’era nessuno. Marina mi aveva lasciato un biglietto sul tavolo di cucina, così come l’avevamo lasciato noi la sera prima. Sul biglietto c’era il suo numero di cellulare. Al computer aprivo in rassegna i miei file senza dargli troppo peso. Fu allora che mi rigirai per osservare se ci fosse una presa del telefono per poter collegare il mio modem. Avevo anche un sito internet. Era una cosa molto amatoriale dove mettevo sia le mie animazioni che i miei disegni con lo scopo di farli vedere a qualcuno interessato. Avevo anche una casella di posta elettronica, in cui, i soli messaggi che mi arrivavano erano quelli pubblicitari del provider d’appartenenza. Però la controllavo sempre. Feci così anche quella mattina, quando, in mezzo a quindici messaggi di posta elettronica ed un virus peraltro intercettato dal mio antivirus, trovai un messaggio avente come mittente una certa Dalia83. L’oggetto dell’email recitava: “Mi faresti da Maestro”? Mi crogiolai non poco, sorridendo anche tra me come un ebete, di quel messaggio ricevuto senza nemmeno aprirlo. Era tanta la soddisfazione concentrata in almeno tre piccoli punti che per me rappresentavano più di dieci sedute su un lettino di uno psicoanalista. Essere cercato! A farlo era stata una donna o presunta tale e per giunta giovane, molto giovane, almeno codificando quell' ottantatrè dopo il nome, infine il testo del messaggio! Qualcuno mi cercava forse perché le sarei stato d’aiuto. Io che avevo solo l’imbarazzo della scelta, se solo avessi trovato la persona giusta, su dove e come doveva iniziare per prestarmi un sostegno. Così dopo almeno un quarto d’ora di queste riflessioni ed una sigaretta fumata sul balcone all’ombra di un sole africano, tornai dentro e decisi di aprire il messaggio. La delusione fu enorme. Nel corpo del messaggio non vi era scritta alcuna frase. Pensai ad un errore del mio computer. Ma non ero così esperto nel ricercare eventuali anomalie. Così, dopo aver ripetuto, senza esito, nuovi scarichi di posta, spensi il tutto restando con il piacevole dubbio dolce – amaro di ciò che poteva essere ed invece non era stato. Fatto sta che se l’arrivo del messaggio mi aveva messo di buon umore, il fatto di non aver trovato nulla nel suo interno me l’aveva rabbuiato. Decisi allora d’ingoiare un Tavor per tenere a freno eventuali precipitazioni nervose.

All’uscita della fabbrica Leo venne avvicinato da Michele, un compagno di lotta politica anch’egli facente parte dello storico gruppo. Un tipo rassomigliante vagamente a Salvator Dalì, tanto per dare una descrizione. Aveva aperto una tipografia ma era rimasto talmente legato al mondo politico che appena poteva dava una mano a chi della lotta ne aveva sempre fatto una ragione di vita.

- Leo, oh!
- Sono pronti i volantini?
- Ti volevo far vedere la bozza
- Sono perfetti.
- Quanti ne stampo?
- Tu che dici? Quanti ne serviranno?
- Io penso che con cinquemila dovremmo starci dentro.
- Va beh, stampane cinquemila. Me li porti a casa?
- Si, però non prima di sabato.
- Sabato va benissimo. A proposito, perché sabato sera non organizziamo una cena? Lo sai chi è venuto a stare da me per un po’ di tempo?
- Chi?
- Federico
- Astolfi?
- Esatto.
- E come mai?
- Un momentaccio. Si è lasciato con la compagna.
- Ma stava con Enrica?
- Si, sembra che sia finita definitivamente.
- Ma lui adesso che fa? Voglio dire, dove lavora?
- Ma so che fa il disegnatore per certi cartoni animati, però come mi diceva, ultimamente, non tira una bell’aria.
- Allora facciamo per sabato, ma lo diciamo anche agli altri?
- Certo, puoi fare il solito giro di telefonate.
- Beh, nel frattempo salutami Federico
- Senz’altro, adesso glielo dico che ti ho incontrato.

Nel frattempo, in un supermercato, Marina stava osservando alcune vetrine nel reparto profumeria, quando nel riflesso di uno specchio scrutò la presenza di Enrica. Volutamente la urtò fingendo la casualità del gesto.
- Mi scusi…
- Mi scusi lei…Ma tu sei Marina?
- Enrica.
- Si, ma guarda che combinazione! Ma abiti qui?
- Si, abito qui ma da una decina d’anni.
- Pensa un po’, non ti ho più incontrata.
- Come stai?
- Bene, non mi lamento. E Leo?
- Sta bene anche lui.
- Io e Federico non stiamo più insieme.
- Veramente, Enrica, lo so.
- Come lo sai?
- Federico è passato da noi, così ci ha detto tutto.
- Ah! Le combinazioni aumentano! Non ci si vede per tutto questo tempo e poi, nello spazio di poche ore…
- Te la sei presa per…?
- Per cosa? Che lui è venuto da voi? No, non di certo. Ciò che fa lui non m’interessa più, credimi. Anzi, visto che sei qui, me lo faresti un favore?
- Se posso.
- Gli potresti portare la sua roba, almeno i vestiti. Io glieli avevo preparati in due valige aspettando che lui se li venisse a prendere. Però se posso approfittare così non ho l’occasione per rivederlo.
- E’ finita proprio male…
- Perché? Lui cos’ha detto? Come sarebbe finita secondo lui?
- Non è mai sceso nel dettaglio, ha soltanto detto che probabilmente non ha compreso bene ciò che stava accadendo.
- Troppo tardi! Federico può essere un ottimo amico ma t’assicuro che è un pessimo compagno. Purtroppo questo passo dovevamo farlo da tempo, che vuoi farci… Forse potrà far bene anche a lui così vedremo cosa vorrà fare da grande. Anzi, vedrà, cosa vorrà fare da grande, perché a me non interessa proprio saperlo.
- Vengo a prendere le valige.
- Grazie, Marina. Te quando vuoi chiamami, però senza farmi sapere nulla di Federico, te ne sarei grata.
- Sta tranquilla.


Federico tornò a casa nel tardo pomeriggio dopo aver trascorso gran parte della giornata al parco, portando con se dei fogli ed una matita in cerca di qualche ispirazione per la realizzazione di alcuni bozzetti.
Quando aprì la porta si accorse della presenza, nell’ingresso, delle due valige.

- Ciao Federico.
- Ma quelle come stanno qui? Chi le ha portate?
- Sono stata io
- Tu?
- Si, non ci crederai, ero al supermercato ed ho incontrato Enrica, così parlando mi ha detto della vostra storia ed io ho detto che stavi da noi…
- Cavoli! Perché…
- Non ti arrabbiare. E’ stata una casualità.
- No, ma non sono arrabbiato con te, anzi, scusami, credo di aver capito perché le mie valige sono qui. E’ soltanto che quando uno cerca di metterci un punto capita sempre qualcosa che lascia degli strascichi.
- Ti preparo un caffè?
- Si grazie.
- Fa vedere?
- Sono solo dei bozzetti…
- E’ questo che fai? Voglio dire, fa parte del tuo lavoro?
- Si, in un certo senso. Io preparo i disegni ed altri, allo studio, li animano
- Simpatici. Certo che sei proprio bravo. Un giorno me lo faresti un ritratto?
- …Um, cosa?
- Ma mi ascolti?
- Scusami, mi sono distratto ?
- Ti chiedevo un ritratto
- Ma certo, figurati. Quando lo facciamo?
- Non adesso. Con questo caldo!
Arrivò anche Leo.
- Ciao a tutti.
- Ciao Leo – Marina, baciandolo
- Ciao Leo
- Come si sta da noi, caro Federico?
- Fin troppo bene, grazie.
- Ah, mi fa piacere. Lo sai chi ho incontrato oggi e ti saluta… Michele
- Cosa fa?
- Lui ha aperto, ma da tanti anni, una tipografia. Spesso ci da una mano. Ci stampa i volantini in occasione degli scioperi. Lo conosci, quando c’è da lottare non si tira indietro.
- Altroché se me lo ricordo.
- A parte che pure te eri un cagnaccio. Invece adesso hai un aplomb da far invidia ad un conte. Non è che ti sarai imborghesito?
- Imborghesito io? El pueblo unido jamas sera vencido. El pueblo unido jamas sera vencido. El pueblo…
E tutti e tre cantammo all’unisono mettendo bene in mostra i pugni della mano sinistra alzati. Dopo, a cena

- …Ma tu, Leo, sei contento della vita che fai? Voglio dire, non ripensi a tutti i sogni che avevamo trent’anni fa? Io ci pensavo proprio oggi al parco. Riflettevo se fosse giusto tutto ciò?
- Ti riferisci al destino?
- Non proprio. Mi riferivo al fatto che eravamo più determinati, meno disposti a subire, invece il tempo è come se avesse appiattito un po’ tutto.
- Se ti riferisci ad un discorso sull’arrendevolezza, non sono d’accordo con te. Non posso essere certo contento della vita che faccio. Figurati sai che goduria a fare l’operaio in un fabbrica che appena può te lo mette in quel posto. Però nel mio piccolo combatto.
- Ecco mi riferivo a questo, quando tu hai detto “nel mio piccolo”, perché lo consideri tale. Quando immaginavamo il nostro futuro ci accontentavamo di cose piccole ma certo non le figuravamo tali, per noi erano tutto. Ciò che immaginavamo era il nostro mondo.
- Credi che mi sia dimenticato che volevamo andare a vivere a Cuba? Sai quante volte io e Marina ne abbiamo parlato?
- E cos’è stato a farvi rinunciare?
- La paura e le insicurezze che crescono col trascorrere dei tuoi anni. Queste negatività te li senti addosso come parte di te stesso, come una parte del tuo corpo. E non basta a stare lì a parlarne. Sapessi quante volte, anche con gli altri, abbiamo riaperto il discorso però sono rimaste soltanto chiacchiere del dopo cena.
- Io penso che ci sia ancora lo spazio per sognare.
- Federico, credimi, è diverso! Lo spazio per sognare c’è, figurati se non trovassimo più la voglia di farlo. E’ la possibilità di tramutarli in realtà. E’ lì il problema. Molte delle nostre lotte hanno arricchito in tutti i sensi chi si opponeva a noi e molti di noi si sono anche venduti al compratore. Forse anche questo ha modificato il nostro approccio con la lotta. Poi che io, te, Marina e qualcun altro di noi sogni ancora un futuro migliore, questo fa parte del nostro bagaglio culturale, della nostra personalità ma è molto difficile metterlo in pratica, molto difficile.
- Io penso che Federico però, si riferisse al fatto, che se noi abbiamo dentro quella forza che ci permette di prendere in considerazione la possibilità di vivere in un modo diverso…
- E come, Marina? Con mille euro al mese e con lo spettro della cassa integrazione?
- Ma non intendevo dire di vivere in un modo diverso, cambiando solo le abitudini che abbiamo. Io mi riferivo al fatto di cercare di realizzare almeno una cosa che ci faccia sentire soddisfatti nella vita. Un qualcosa che ci faccia dire: “Questa volta ho deciso io e non ho subìto”
- Io non ho perso la speranza, come diceva prima Leo, di andarmene da qui e andare a vivere a Cuba. Noi ci siamo sempre accontentati di poco, lo dovremmo fare anche là. - Marina
- Io voglio approfittare di questi giorni per mettere un po’ d’ordine nella mia vita. E chi se ne frega se ho cinquant’ anni. Ho il desiderio di fare qualcosa che mi faccia sentire bene. Qualcosa che sia stato io a decidere di fare. A proposito, Leo, io vorrei parlare di una cosa molto pratica, vorrei sapere quanto di devo per…
- E così mi offendi. Non è vero Marina?
Marina dallo sguardo fece comprendere di essere d’accordo con Leo.
- No, guardate, io vi ringrazio, però non posso accettare di restare qui con voi senza almeno contribuire con le spese. Io avrei pensato a duecento euro al mese, poi se riesco a fare qualche lavoro in più…
- Senti, Federico, è vero, io quando ho l’occasione sub affitto una camera di questa casa. Lo faccio per arrotondare, questo si, ma lo faccio con degli estranei, io non me la sento di chiederti i soldi. Perché penso che tu al posto mio non me li avresti mai chiesti.
- Si, questo si. Però per me è difficile accettare. Facciamo così, permettimi di contribuire che so, facendo un po’ di spesa, pagando qualche bolletta…
- Se ti fa stare meglio.
- Mi farebbe piacere. Grazie. Senza di voi non so come avrei fatto.
- E che ci stanno a fare gli amici? – Sottolineò Marina.
- Ho visto nel frigo che tieni qualche medicina. Sono psicofarmaci? - Leo
- Si, qualche ansiolitico, niente di particolare.
- Dai retta a me. Lascia perdere ste cose, ti addobbano soltanto e ti rovinano il fegato.
- Invece l’alcool che beviamo qui…
- Che c’entra, io penso che facciano più male quelle cose. Almeno vedi, se col passare dei giorni ti sentirai meglio puoi provare a smettere.
- Si, ci proverò.
- Ma poi, perché li tieni in frigorifero? Mica vanno a male
- Ma è una vecchia abitudine mia. Una storia lunga. Se vuoi te la racconto.
- Domani, semmai. Io alle cinque..
- Buonanotte allora.

Federico prese il suo Tavor prima di mettersi a letto però, prima di farlo, accese il computer.
Mentre Leo e Marina erano a letto, lui girato sul fianco e lei abbracciata alla sue spalle,

- Sai che sei stato molto carino a dire quelle cose a Federico? Non è facile, tenendo conto di come ce la passiamo. Però mi sembra di essere tornata un po’ come hai vecchi tempi. Tutti insieme nelle case. A parlare di politica…
- Una volta era diverso. A casa qualche soldo lo rimediavamo. Li spendevamo tra noi solo per le nostre cose. All’epoca non c’era l’affitto, le bollette…
- Però si viveva meglio, ha ragione Federico quando sostiene di provare almeno a cercare di fare le cose che realmente si vogliono fare.
- Guarda, adesso lui parla così perché è successo quello che è successo con Enrica, altrimenti, l’hai sentito stesso te che anche lui non è che ha messo in pratica quello che dice. Considera che non l’abbiamo visto per più di vent’anni ed abitiamo nella stessa città.
- Io credo che, per un tipo come lui, Enrica l’ha svuotato. Almeno ho avuto questa sensazione nel momento in cui c’ho riparlato oggi dopo tanti anni.
- Non è mai stata una di noi.
- Si però ho avuto la sensazione di trovarmi davanti una donna cinica, fredda. Non mi sembrava di ricordarla così.
- A me, francamente, non mi è mai stata simpatica. Per me giocava a fare l’alternativa con i soldi del padre. All’inizio stava con Federico perché faceva “chic”. Paradossalmente stare con un attivista di sinistra, in quegli anni, era quasi una moda. Poi non dico che non si amassero, certamente adesso lei non sarebbe più il tipo che condivide gli stessi interessi di Federico. Lui è rimasto una persona sincera. Lei no. Tutto qui.

Federico dopo aver trascritto qualche appunto nel suo computer si connesse in rete ed andò a controllare la posta. Quella sera ricevette un solo messaggio. Era quello che sperava di trovare, il mittente era Dalia83. L’oggetto era: “Scusa per ieri”.
Questa volta Federico aprì immediatamente il corpo del messaggio per leggerne il contenuto.

“Ciao Pennaindiana. (Era il nick name che usava sul proprio sito Federico)Mi chiamo Dalia e come avrai capito dal mio nick ho ventuno anni. Sono una studentessa e frequento l’accademia del restauro antico. La mia vera passione è il disegno. Ho visto il tuo sito ed ho osservato attentamente i tuoi disegni. Li trovo affascinanti. Anche se dici che per mestiere ti dedichi ai cartoons, ho capito che la tua vera passione deve essere il disegno impressionista. Le tue raffigurazioni scatenano sensazioni profonde. Il tuo disegnare così approssimativo, fugace, ma allo stesso tempo pieno di dettagli che diventano particolari imprescindibili nella raffigurazione delle tue opere mi hanno portato alla decisione di farti i miei complimenti. Ci sarebbe tanto da imparare da uno come te. Con stima. Dalia”

Quando Federico pubblicò qualcosa sul web per essere notato non poteva certo immaginare di ricevere simili commenti, così positivi e sentiti allo stesso momento. Sapeva benissimo che quelle lusinghe così carezzevoli erano destinate alla sua arte e non certo alla sua persona. Forse lui aveva più bisogno di essere coccolato da quel punto di vista. Ma egli non sapeva prescindere. Erano stati ricevuti e guai a chi glieli toccava. Il desiderio era quello di restare in contemplazione ad imparare a memoria quei periodi, così uguali alle “calligrafie” delle email pubblicitarie, sotto questo aspetto, persino identici ai virus. Ma lui li idealizzava già con una propria calligrafia e forse, in compagnia di una penna, col tappo che gli carezzava le labbra, aveva anche immaginato chi glieli potesse scrivere, dando un volto con la sua immaginazione a quei versi così taumaturgici, in quel momento, per il suo modo di vivere la vita. Ormai si era fatto tardi ed anche se aveva assunto la sua dose di farmaci il sonno tardava ad arrivare. Così, come la notte precedente, Federico si posizionò davanti al frigorifero aperto per smorzare, con quel gesto apparentemente stravagante e che sempre più assomigliava ad una sorte di rituale, la calura insopportabile e approfittare così di cogliere qualche pensiero.

Sono già due giorni che passo più tempo davanti al frigorifero aperto che non a letto. L’ho già fatto altre volte a casa. Capivo quando arrivava l’estate perché sentendone la necessità mi mettevo seduto, proprio come faccio adesso, davanti alla porta spalancata del frigorifero godendomi il fresco. Adesso penso soltanto, senza pronunciare una parola, perché le volte che ho provato a parlare, in questa posizione, si sentiva come un rimbombo cavernicolo. Tra wurstel superchimici e limoni sintetici inizio a scrutare l’interno con attenzione. Chissà perché si compra la frutta visto che qui, ho notato, che nessuna la mangia. Tra una settimana queste prenderanno vita. Bibite di tutti i tipi: dimostrano che quando andiamo al supermercato il sabato mattina abbiamo un sacco di sete e la Coca Cola, la San Pellegrino amara, il Gatorade, i succhi Santal sono tutti acquisti impulsivi. Marina ha preparato l’insalata di riso. Non ne avrà preparata troppa? No, è il riso che cresce di volume. Poi due contenitori di vetro vuoti, anzi, uno soltanto, nell’altro ci sono le mie medicine e poi un dado ed una scatola di formaggini Mio che mi ricordano quando mia madre mi preparava le stelline. La luce proveniente dall’interno del frigo fungeva come una faro su cui far cavalcare i pensieri. Era come se fosse quella luce il collegamento tra loro e la mia mente. Come se i pensieri alloggiavano in quel frigorifero ed io dovevo riceverli e non il contrario. Una musa, era una musa colei che mi aveva scritto e perché non gli ho risposto? Sarebbe bastato un “grazie”. Perché sprecare una risposta con una parola così scontata. Così ho il tempo per elaborare qualcosa di più simpatico o forse di più utile. Il Tavor iniziava a fare effetto e decisi allora di andare a dormire.
Fortunatamente la calura asfissiante ed opprimente passò con l’arrivo dell’autunno che purtroppo ci fece piombare subito in un clima rigido, quasi invernale. Non c’era pace sotto questo aspetto. Io purtroppo continuavo a prendere le mie medicine, in compenso avevo continuato a procrastinare le mie visite dallo psichiatra. Mi suonava male già nelle orecchie ancor prima che nella mia mente il termine specialistico.
Allo studio le cose erano peggiorate, erano diventati sempre più esigenti ed io non riuscivo a mantenere i ritmi che mi chiedevano. Inoltre la notte dormivo sempre peggio, adesso, a causa delle tante cene che Leo e Marina organizzavano coi vecchi amici, bevevo in maniera smodata e forse, anzi, sicuramente con l’assunzione contemporanea dei farmaci mi scatenava una reazione deleteria. Avevo degli incubi. Mi sognavo e mi vedevo dentro ad un letto, ingrassato, calvo ed ammalato con una figura di donna che mi perseguitava, a volte vestita con abiti nuziali. Al mio capezzale c’erano delle donne anziane, vestite di nero come impegnate in una preghiera. Poi, a volte, questa figura femminile che sognavo si dissolveva ed a me restava impressa nella mia mente la lampadina della luce della mia stanza che oscillava in un movimento ondulatorio. Mentre le nuvole trascorrevano e solcavano il cielo velocemente. Lo so che dipendeva da quel maledetto miscuglio che facevo. Forse avrei dovuto porre un rimedio serio che bloccasse il proliferare di questa angoscia notturna. La ragazza misteriosa delle email, Dalia83, me ne inviò delle altre. Erano sempre molto carine e piene di complimenti. Nelle ultime che ho ricevuto scriveva anche a ruota libera, si, credo che facesse riferimento alla sua vita ma non mi ha mai deplorato per la mia reticenza a risponderle. Chissà poi perché non prendevo la classica palla al balzo per poterle scriverle. Mi sarebbe servito? Ad Enrica pensavo sempre più raramente e quando lo facevo era un sentimento misto fatto di odio ed amore. Era molto di più l’odio che nutrivo per lei, anche se ero ben cosciente che la mia dose di colpa l’avevo eccome. Ma la cosa più imbarazzante, nell’immediato, era rappresentata dalla mancanza di denaro. L’azienda per cui lavoravo tardava a saldarmi qualche pendenza perché, come dicevo prima, pretendeva da me moltissimo lavoro che io non riuscivo a consegnare mai in tempo ed allora loro si giustificavano che se non incassavano non avrebbero potuto pagarmi. Mi rimanevano poche centinaia di euro sul mio conto e quando Leo mi chiese un aiuto io non disposi dei mezzi per darglielo.

- Federico, scusa.
- Dimmi Leo, ti occorre il telefono?
- No, no. Non mi serve. Avrei da chiederti un favore
- Dimmi pure. Mi farebbe piacere poter fare qualcosa per te.
- Casomai per noi.
- Anche per Marina?
- Si, certo, anche per lei. Abbiamo fatto parecchi scioperi nei giorni scorsi e Marina non è ancora riuscita a trovare qualcosa di stabile, mi capisci?
- Certo che ti capisco.
- Quindi, ti chiedevo se potevi prestarci qualcosa, giusto una parte del mutuo che devo alla banca altrimenti mi troverò in un mare di guai…
- Ascolta Leo, tu la conosci la mia situazione. E’ da un po’ di tempo che quelli dell’azienda non mi pagano. Ho molto poco sul mio conto, due o trecento euro posso darteli.
- E che ci faccio? Me lo dici che ci faccio con due o trecento euro quando per lo meno me ne occorrono ottocento?
- Va beh, intanto…
- Ma intanto che? Lo capisci che quelli mi mettono una bella ipoteca su questa casa e se poi non saldo le altre rate saremo costretti io e Marina a trovarci un alloggio in affitto?
- Guarda Leo, sono veramente mortificato…
- Mortificato? Ma se da quando sei venuto a stare con noi non hai mai tirato fuori una lira anzi un euro.
- Adesso non dire così. Sei stato te a dire che non volevi l’affitto.
- Si ma tu hai insistito per contribuire con qualcosa. In che cosa consisteva questo qualcosa? Ti sei sistemato, si è aggiunta una bocca in più da sfamare. Tante bocche qui dentro da sfamare, visto che le cene si fanno sempre in casa mia. Mai chi vi ha chiesto mai niente eh? La volta, una volta, che vi chiedo qualcosa perché ne ho veramente bisogno, ognuno di voi ha una scusa.
- Leo, la mia non è una scusa. Comunque hai ragione te. Anche se hai l’attenuante legittima della preoccupazione, lasciamelo dire, ti stai comportando come un villano. E’ mortificante sentirsi rinfacciare le cose così.
- Vuoi vedere che adesso sono io quello che si deve sentire in colpa?
- Non intendevo questo. Dico soltanto che ci sono modi e modi. Di certo non sono entrato in questa casa con lo scopo di scroccarvi il soggiorno in pensione completa. Se parlavamo chiaro dall’inizio io, certamente, non avrei potuto sottostare ad una tua peraltro giustissima richiesta.
Arrivò nel frattempo Marina, trovando i due con un’aria a dir poco insolita

- Ciao… Cosa vi è successo? Non stavate mica litigando?
- Chiedilo al tuo compagno che cosa è successo? Si è messo ad urlare rinfacciandomi tutto l’aiuto che mi avete dato. Mi ha umiliato dicendomi che era un’elemosina i due o trecento euro che in questo momento avrei potuto darvi… Ma gli ho fatto presente che, a parte i modi discutibili con cui mi si è rivoltato contro, concordo in pieno con lui. Per cui prendo la mia roba e tolgo il disturbo.
- Aspetta, Federico. Si litiga e si discute nel rapporto di coppia figurati se non accadono queste discussioni quando si vive in una specie di comunità. Ma te le ricordi quante litigate abbiamo fatto con tutti gli altri quando vivevamo nella comune?
- Erano altri tempi Marina, altri tempi.
- La verità è che ti sei invecchiato Federico, sei diventato permaloso ecco cosa sei. Sei un permaloso!
- Leo, guarda che per tua norma e regola non sono permaloso! Perlomeno con le persone che hanno un po’ di rispetto nei miei riguardi. D’accordo, ti chiedo scusa, se ti ho offeso con la mia misera proposta. Però questa è la realtà ed è brutta quanto la tua. Te per problemi economici io, oltre a quelli, anche quelli esistenziali. Sono un fallito! E’ questo ciò che volevi sentirmi dire? E’ questo?
- ADESSO BASTA! Diamoci tutti una calmata! Già è difficile affrontare i problemi che se ci mettiamo a litigare anche tra di noi… E’ la fine! Cerchiamo di capire che certe parole escono fuori solo per la tensione che c’è. D’accordo, non fa piacere sentirselo dire, però succede, è successo. Ci definiamo migliori, nelle nostre innumerevoli cene giochiamo persino a fare gli intellettuali che da sopra un piedistallo giudicano tutto e tutti con una tale sufficienza. Ma guardiamo come siamo ridotti. Alla prima difficoltà ci comportiamo si da proletari ma con un educazione degna del più illustre dei cafoni. A cosa è servita la nostra esperienza di lotta? A cosa è servito tutto il nostro attivismo? A guardare queste scene mi viene solo una gran voglia di piangere. Ecco cosa mi viene, un nodo alla gola per essere un’inguaribile ottusa che si ostina a credere ancora in un mondo migliore e chi lo dovrebbe costruire questo mondo migliore? Noi? Con le nostre discussioni da mercato rionale? - Marina
- Forse siamo un po’ tutti stanchi. Scusami Federico, ha ragione Marina, ho esagerato e mi vergogno di averlo fatto.
- No Leo, ti ringrazio delle scuse però il problema rimane. Ascolta io domani vado in azienda e pretendo che mi diano i soldi che mi spettano, spero che vi possano bastare per pagare il mutuo. Poi, comunque, avevo già deciso che non potevo continuare a stare da voi, così ho pensato di andare a stare da mio cugino.
- Ma chi? Edoardo? - Marina
- Si, non glielo ho ancora detto ma non credo che ci siano problemi.
- Ma Edoardo non abita a settanta chilometri da qui? Come fai ad andare a lavorare?
- Ci ho già pensato, mi arrangerò con la corriera. Poi hai visto, non devo andarci nemmeno tutti i giorni in sede.
- Eh, va beh, però adesso mi dispiace sentirti dire queste cose dopo che noi abbiamo discusso. Se permetti mi resta il dubbio che tu lo fai per quello che è successo.
- Ma no, dai. Come potevi pensare che io mi fermassi a stare qui ancora per molto?
- Federico, guarda che da quando sei qui anche la nostra vita è migliorata. Con tutti quei discorsi che non facevamo più da tempo. Avevamo ricreato anche il gruppo.
- Marina, adesso basta però con queste lacrime.
- Che ci posso fare se sono una romantica? Lo potrò ammettere cazzo o rischio di essere declassata dal vostro comitato di fabbrica?

Anche quella notte i miei incubi diedero prova della loro permanenza in chissà quali meandri della mia mente. Avevo con me forte la consapevolezza che se anche la turbolenza era passata non avrei mai voluto ritrovarmi in una situazione simile. Ero sincero quando dicevo a loro due che se mi avessero pagato in azienda gli avrei dato i soldi per il mutuo, anche se fossero bastati soltanto per quello. Io avrei ricominciato dalla campagna, da mio cugino Edoardo ed avrei utilizzato gli ultimi spiccioli per pagarmi il trasporto per andare a lavorare. Forse avrei venduto anche la macchina. Tanto a cosa mi sarebbe servita? Certo che Marina aveva sviluppato degli anticorpi sociali niente male. E chi l’avrebbe detto che sarebbe diventata così… Però mi aveva fatto piacere il suo modo di difendere l’amicizia. Forse le sue parole hanno colpito più duramente di quelle di Leo, con la sola differenza che erano mirate a costruire o meglio, a ricostruire e non a distruggere. E’ lì l’essenza di quello che cercavamo. Era lì tutta la sostanza di ciò che volevamo essere e non ci sentivamo ancora di esserlo.

Ero talmente agitato che mi accorsi anche quando Leo uscì di casa molto presto per andare a lavorare. Ormai avevamo creato una famiglia, molto diversa da quello che avevo qualche mese fa però era speciale o almeno per me lo era. Un tuffo nel passato con la consapevolezza del presente. Ma ero pronto per affrontare il presente? Io non credo, altrimenti, perché mai mi avrebbe messo alla porta Enrica? Dovevo comunque tirare fuori gli artigli altrimenti sarei stato travolto, ancora una volta, dalle mie incompletezze.

- Federico, scusami. Vieni con circa mezz’ora di ritardo all’appuntamento, non mi porti nulla di pronto, soltanto vaghe e pessime idee ed inoltre bussi a cassa.
- Ma guarda Flavio che quei soldi mi servono. Sul serio. E poi non si riferiscono certo al lavoro che ti devo consegnare, semmai di quelli che ti ho già abbondantemente dato tempo fa.
- Allora non capisci o peggio, fai finta di non capire. Qui la concorrenza ci sta facendo a pezzi. A Singapore ci sono schiere di disegnatori che ad un terzo del nostro prezzo consegnano il lavoro nella metà del tempo. Cosa credi che faccia la produzione? Quanto credi che potremo resistere? La verità è che tutti e dico tutti noi se non ci diamo una ridimensionata finiremo in mezzo ad una strada.
- Che ne sai te di andare in mezzo ad una strada se nonostante la crisi dell’azienda ancora ti fai venire a prendere a casa dall’autista? Quando dici tutti mi piacerebbe vedere che anche tu dessi l’esempio e prendessi la tua macchina e capiresti quanto tempo ci vuole a trovare un parcheggio, peraltro a pagamento, con la certezza di ritrovare la macchina all’uscita se prima non te l’ha portata via il carro attrezzi!
- Bravo, vedo che non hai perso la tua voglia di fare politica. Davvero un bel discorso. Sarà che con le parole la gente come te ne ha costruito poco di futuro.
- La gente, come la chiami te, sono persone, proprio come te, anzi, meglio di te…
- Ne sono compiaciuto… Finalmente vivremo in una società migliore.
- Non è possibile, almeno per ora. Perché i coglioni come te superano di gran lunga le gente come la chiami tu.
- Senti adesso è veramente troppo!
- No, questo se permetti, lo dico io.
- Cos’è una minaccia?
- No, per come la pensi te è una liberazione, un colpo di fortuna o come ti pare. Io mi licenzio! Ecco cosa faccio. Ho le palle piene di te dell’azienda ed di questi quattro orientali debosciati che offrono alla gente, sempre come la chiami te, dei cartoni animati di merda, per rincoglionire quei poveri bambini che non aspetteranno altro che farsi adulti e venire a fare due fotografie in Italia.
- Hai finito?
- Certo che ho finito! Se non vuoi pagarmi adesso per le cose che ho consegnato fammi almeno il favore di farmi preparare quanto mi devi, compresa la liquidazione.
- Attento Federico se esci adesso da qui non rientrerai mai più.
- Ti ho forse dato una speranza che io ci possa ripensare?
- Mi serve una tua dichiarazione scritta.
- Va bene un fax?
- Perfetto.
- L’avrai in giornata.
- Non credere che l’azienda ti saldi subito.
- Quanto tempo ci vorrà?
- Almeno un paio di mesi
- Vedi che siano due mesi e non un giorno di più altrimenti vi faccio una vertenza che non disegnerete nemmeno più le vignette per i quotidiani.
- Ma fammi il piacere…
- Ma fammelo tu. Stronzo! – Dandogli uno spintone
Mi allontanai dall’ufficio, percorrendo il lungo corridoio tra gli sguardi sbigottiti di tutto il personale. Mentre ascoltavo l’eco della voce di Flavio che inveiva contro di me. Più mi allontanavo da quel posto, che poi realmente rappresentava per me l’unica fonte di guadagno e più mi sentivo leggero, fiero di aver vomitato tutto il mio dissenso tirando fuori le palle, almeno una volta in vita mia. Ci sarebbe stato tempo per i sensi di colpa e tutta quella girandola di cose che inevitabilmente ti franano addosso quando fai una cazzata, non mi volevo certo rovinare il momento. Volevo godermi interamente quel gesto.

Dalla fabbrica dove lavorava Leo all’ingresso della città c’erano svariati chilometri di campagna ed un paese. Spesso Leo, prima di ritornare a casa, vi sostava e gli piaceva prendersi qualcosa da bere in un piccolo bar. Conosceva il padrone, Nicola, ormai erano diventati amici malgrado la differenza di età. Fu così, che a bordo della sua Panda, Leo, alla fine del turno di lavoro, raggiunse il paese e si fermò al bar.

- ‘Giorno Nicola
- Buongiorno Leo.
- Fammi un caffè, per piacere.
- Come state messi con questi scioperi?
- E come vuoi che stiamo? Noi scioperiamo e loro, per il momento, se ne fottono altamente. Giocano a fare la guerra dei nervi, puntando sul nostro salasso.
- Ecco il caffè! Lo vuoi corretto?
- Mettimi na' goccia di mistrà.
- Ma c’è il rischio della cassa integrazione?
- Rischio? Quella è una certezza! Qua corriamo anche il rischio di essere licenziati se è per questo
- Allora il fatto è grave!
- Perché non si era capito? Nicò
- Che c’è?
- Avvicinati, non mi fare strillare… A me servirebbe un altro prestito, da quelli là..
- Lascia sta, Leo. I prezzi sono aumentati, lo dico per te. Il momento tuo è delicato, se poi non sei in grado di ridarli come fai?
- Ma proprio perché il momento è delicato che io ne ho bisogno. Poi alle brutte c’è il tfr anticipato, in qualche modo posso fare. Adesso se non pago alla banca le rate arretrate del mutuo si portano via pure la casa. Così veramente resto con una mano avanti e l’altra indietro. Chi c’è sempre il macellaio al corso Serra?
- No, lui non raccoglie più le richieste.
- E chi c’è adesso?
- Un certo Duccio
- Duccio? E chi è?
- Fa il tecnico per una televisione libera
- Tele meridiano?
- Si esatto
- Tu vai là, dici che ti ha mandato un amico del bar, Venanzio. Tanto anche con gli altri fa così, poi glielo dico io a Venanzio che è servito per te sto favore. Però mi raccomando Leo non chiedere troppo, quella è gente che non scherza.
- Eh lo so. Io le altre volte che ne ho avuto bisogno ho sempre saldato il debito, con fatica, ma l’ho sempre fatto.
- Io t’ho avvisato. Ti auguro di risolvere ma se un giorno ti dovessi accorgere che non ce la fai a restituire i soldi, lascia perdere di andarci a parlare. Scappa il più lontano che puoi!


Federico tornò a casa, prese dal frigorifero una delle sue pasticche e una volta dato un’occhiata in casa che non c’era nessuno se ne andò nella sua stanza a preparare le valige. Mentre stava finendo di sistemare la propria roba rientrò a casa Marina.

- E’ andata male stamattina?
- Si peggio di così non poteva andare. Mi sono licenziato.
- Mi dispiace.
- E’ strano! Dovrebbe fare anche a me lo stesso effetto eppure ancora adesso so che ho fatto la cosa migliore che potessi fare in quel momento. FINE PRIMA PARTE
FRIGIDAIRE prima parte testo di Marco Buongiovanni
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