Tra un ricordo e del fumo di sigaretta mi sento immerso in questa stanza, la luce bassa, e vedo nuvolette grigie che si addensano in certi punti, si avviluppano e riamalgamano tra loro per poi rarefarsi di nuovo.
In queste incessanti capriole la mente si perde e lo stomaco imita il flusso discontinuo del fumo. Alzando la testa, rivolta sulla parete bianca, giallastra per la luce e grigia per il fumo che lentamente uccide, vedo volti.
Uno si presenta felice, spensierato come lo conosco e più profondo di qualsiasi oceano, un attimo dopo lo vedo triste e si appoggia su una spalla familiare. Sento sussurri ed echi che ringraziano, man mano sempre più fiochi, e poi si spengono. Riapro il libro dei ricordi, ma lo richiudo.
Adesso posso solo immaginarlo quel volto, le increspature perdono le fattezze di connotati ma la mia potenza supera quella di una figura ideale. Io posso costruirne a dozzine, anzi a centinaia, ma addirittura un’ infinità. Che sia un pregio o un difetto è una domanda da non porsi per la sua insensatezza. Che senso ha porsi una domanda a cui si può rispondere in maniera particolare e così intrinsecamente dipendente?
Eccolo di nuovo, colorato e nitido da far male agli occhi. Vedo labbra curvarsi a formare probabili sorrisi ma, salendo con lo sguardo incrocio il suo. Mi vede, mi può vedere e mi guarda. Ora le serrande si sono abbassate e non ci sono sorrisi ma solo piccole smorfie. Cominciano a chiudersi e poi riaprirsi, taglienti come lame di forbice e rumorose. Una fitta al cuore accompagna il cervello.
Chiudo gli occhi e aspiro ancora. Trattengo, trattengo, trattengo fino a far male, gli occhi lacrimanti ma secchi. Nuvole nuove entrano nella mia stanza e il grigio si infoltisce.
Domande, telefonate, paure e sconfitte, che poi parlare di sconfitte non è poi tanto giusto.
Parole e sorrisi, abbracci e salti come se il mondo dovesse finire con quella sigaretta, che man mano si accorcia e si curva, come un’ uomo segnato dal tempo.
Ospedali, campagne, scuole, case, palazzi e squallori.
Tiro.
La sigaretta diventa più rossa che un fuoco di paglia.
Era solo una sigaretta testo di Filippo Carradori