Micro-macro

scritto da Salvo Corleone
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 6 anni fa • Revisionato 6 anni fa
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Autore del testo Salvo Corleone
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Questo è solamente il frammento di una bozza di un romanzo a cui sto lavorando. Mi si passino le varie imperfezioni che si potrebbero trovare.
- Nota dell'autore Salvo Corleone

Testo: Micro-macro
di Salvo Corleone

I
Il mondo si era ingigantito di colpo. La musica proveniente dalle casse era per lui talmente assordante che si coprì le orecchie con le mani. Inoltre, il pavimento tremava sotto i passi rombanti dei giganti. Per qualche istante, credette di essere in un sogno. Infatti, la musica, gli spettacoli di luci a led colorate, le urla di gioia e quelle scarpe titaniche che, da un momento all'altro, sembravano sul punto di calpestarlo creavano un'aria onirica e stravagante, ora che era di quelle dimensioni. Ma quanto era veramente piccolo? Uno-due millimetri a malapena. Una pulce al centro della pista da ballo; ecco cos'era in quel momento. Ad un tratto, però, tutto sembrò tornare come prima. Era tornato alle sue dimissioni normali e rivide il mondo secondo la prospettiva dalla quale era abituato a vederlo. Si chiese, allora, se quello che aveva visto fosse stata solamente un’illusione creata dall’alcool. Impossibile, dato che non beveva.
II
“Bella serata.” disse Viola: “Non è vero?”. “Eh?” fece lui: “Oh, sì, sì.”. La sua mente stava ancora riflettendo sullo strano avvenimento di quella sera. “Qualcosa non va, Nino?” chiese Viola. “Cosa?” disse lui: “Sto benissimo.”. “Non si direbbe” disse Viola. I due si fissarono per un po'. L’immagine dell'uno si rifletté sugli occhiali dell'altra e viceversa, mentre le luci esterne della discoteca li facevano sembrare due creature di un altro pianeta. I capelli corvini di lei divennero di un blu scuro e quelli biondi di lui si fecero arancio. La pelle di lei divenne violetta e quella di lui giallo pallido. “Sei davvero sicuro di star bene?” chiese Viola. “Mai stato meglio!” rispose lui. Lei, allora, si avvicinò a lui e le sue braccia si avvinghiarono dolcemente al braccio di lui. Gli mise il capo sulla spalla, chiuse gli occhi e disse amorevolmente: “Dimmi la verità. Dimmi che ti senti davvero in forma; non farmi stare in pensiero. Sai quanto ci tenga a te.”. “Sto eccellentemente.” disse lui: “Lo giuro.”. “Ne sono felice.” disse lei, dandogli un bacio sulla guancia. Viola si allontanò salutandolo e augurandogli buonanotte e lui fece lo stesso.
III
Nino attraversò a passo lento le strade avvolte dalle tenebre. Tutto, dopo quello che era successo, gli sembrava così irreale. La via deserta davanti a lui, i lampioni che illuminavano la notte, i palazzi, lui stesso, Viola, la luna che risplendeva in cielo… Tutto quello di cui era sicuro quella mattina, adesso, sembrava una menzogna; il sogno e la realtà sembravano essersi fusi. Non era più sicuro di niente; dubitava di quello che era successo quella sera come dubitava di quello che era successo precedentemente, di quello che stava accadendo ora e di quello che ancora doveva accadere. Il mondo sembrò sfumare e perdere di consistenza, mentre lui avanzava. Quasi senza accorgersene, giunse davanti al portone del palazzo dove abitava, entrò nel suo appartamento, si spogliò e provò a dormire, ma la sua mente cominciò ad intrattenersi in pensieri paradossali e senza senso, facendolo sprofondare in uno stato quasi estatico.
IV
La notte si fece giorno e Nino continuava ad essere ancora in preda alla sua “estasi”, ma un suono improvviso la interruppe, facendolo sobbalzare. Il cellulare stava squillando. “Pronto?” disse con voce assonnata. “Tesorino…” canticchiò una voce familiare. “Oh, ciao, Viola.” disse lui. “Nino, cosa c'è?” disse Viola: “Hai una voce strana.”. “Non ho dormito stanotte.” rispose lui. “Oh, cielo!” disse lei: “E perché?”. “Non sono riuscito a prendere sonno;” rispose lui: “la mia mente si è messa a fantasticare e…”. “Raccontami qualcuna di queste fantasie.” lo interruppe lei. “Lascia perdere” disse lui. “Dai!” fece lei con fare infantile: “Muoio di curiosità.”. “Erano solamente dei pensieri senza senso.” le disse lui: “Fidati, non ti perdi nulla.”. “E va bene.” disse lei: “Cambiando discorso, vuoi fare colazione al bar con me? O sei troppo stanco?”. “Ah, no.” rispose lui: “Il tempo di vestirmi e ti raggiungo.”. “Ok.” disse lei: “Ci vediamo a tra poco.”. “A tra poco.” disse lui.
V
La tazzina di tè sul vassoio emetteva del fumo che creava piccole volute dell'aria. Nino fissava quello spettacolo, rimanendo quasi ipnotizzato da esso. Il fumo, ben presto, smise di creare volute e cominciò a mettere in scena forme assai particolari: animali e figure mitologiche, spiriti e spettri informi, uomini-donna e tanto altro. “Non bevi?” disse una voce, mettendo fine a quella fantasmagoria: “Guarda che freddo non è più buono.”. Nino si grattò gli occhi e disse: “Sì, subito, Viola.”. Si portò la tazzina alla bocca e ne ingerì tutto d'un fiato il caldo contenuto. Dopo ciò, si mise a guardare fuori. Vedeva tanta gente andare da una parte all'altra: giovani, bambini, vecchi, donne e ragazze. Sembravano tutti così indaffarati, così pieni di energia… così infelici. I sorrisi abbondavano sulle loro bocche, ma i loro occhi tradivano un sentimento di assoluta insoddisfazione. “Nino…” chiamò una voce: “La brioche.”. “Ah!” fece lui, quasi con disinteresse: “La brioche.”. Sul vassoio, c'era anche un piatto sul quale c'era una calda brioche. Nino la prese in mano e la mangiò celermente. Poi, abbassò lo sguardo fissandosi i piedi. Quasi non si accorse che Viola aveva terminato già da un pezzo di mangiare. La ragazza gli si avvicinò, gli prese la testa in mano e gliela alzò. “Accidenti!” disse: “Che brutte occhiaie!”. “Ti ho detto che ho passato la notte in bianco.” disse lui: “Non sai che voglia ho di farmi una lunga e buona dormita.”. Viola gli diede un bacio sulla fronte e gli accarezzò i capelli. “Vai a letto, dunque.” disse: “Non mi piace vederti così.”. Viola si messe in spalla la borsa e, dopo aver dato un altro bacio a Nino, si avviò verso l'uscita, ma, giunta a pochi centimetri da essa, chiamò Nino e gli disse: “Se vuoi posso chiedere io ai tuoi colleghi gli appunti delle lezioni di oggi.”. “Non temere.” disse lui: “Oggi, non ho lezioni.”. I due si salutarono.
VI
Il sole tramontava, infiammando il cielo. Un fresco e piacevole vento soffiava. Nino era riuscito a riposare, ma il malessere che tormentava la sua anima non si era attenuato. Da quella panchina si poteva ammirare l’orizzonte ed il sole che spariva dietro di esso. Nino guardò Viola, che era lì accanto a lui, e vide l'astro riflettersi nelle pupille dei suoi occhi castani; sembrava che il sole fosse dentro ad un altro sole più grande. Nino voleva parlarle, voleva rivelarle come si sentiva, ma non riusciva a trovare né le parole né il coraggio. Alla fine, sospirò ed iniziò a parlare. “Viola.” chiamò. La ragazza si voltò, facendogli un sorriso. Quello di Viola era il sorriso più dolce ed affascinante che Nino avesse mai visto; i denti di lei sembravano perle. “Cosa c'è, Nino?” disse lei. “Lo so che ti sembrerà una domanda assurda,” disse lui: “ma se fossi piccolo tu mi ameresti ancora?”. “Certo.” rispose lei. “Davvero?!’ chiese lui, più che stupito. “Altroché!” rispose lei: “Quand'eri bambino, eri dolce e carino come adesso. Se fossi piccolo ti amerei ancora.”. “No, no” fece lui: “Io non intendevo piccolo d'età, ma piccolo di dimensioni.”. “Oh!” fece lei: “Quanto piccolo, per l’esattezza?”. “Quanto una pulce.” rispose lui. “Ti adorerei come ora.” disse lei: “Così minuscolo, saresti assolutamente carino.”. “E, se un giorno io diventassi minuscolo e venissi da te,” disse lui: “riusciresti a riconoscermi? Capiresti che quel minuscolo esserino ai tuoi piedi sono io? Riusciresti a vedermi? E, anche se ci riuscissi, potresti mai credere che sia io e non tenteresti di calpestarmi come un insetto? Sarei per te ancora umano, ancora degno del tuo amore?”. Tra i vari dubbi che si erano affollati nella sua mente e che lo tormentavano, ce n'era uno che infastidiva Nino già da molto tempo, ben prima dell’esperienza avuta durante quella serata in discoteca. Aveva sempre tentato di scacciarlo da sé, ma non v'era mai riuscito e, dopo quell'avvenimento, si era rafforzato ancora di più. Si era sempre chiesto se Viola l'amasse per davvero e se ci tenesse davvero a lui. Certo, Viola si dimostrava molto premurosa ed amorevole verso di lui, ma, quella mattina al bar, aveva visto che la gente poteva mentire non solo a parole, ma anche con il corpo. Ciò lo portò a pensare che la gente poteva mentire anche con le azioni ed i gesti e, addirittura, a credere che, molto spesso, la gente non sapesse neanche di mentire. Aveva trovato sempre curioso il fatto che Viola avesse deciso di frequentarlo e di fidanzarsi con lui. Viola, infatti, era una ragazza popolare. Aveva tantissime amicizie e, quando c'erano uscite di gruppo, era lei la protagonista, il fulcro della scena, il personaggio che conquistava tutti. Tutti quelli che la conoscevano l'adoravano e chi non la conosceva, una volta conosciuta, cominciava ad adorarla. Al contrario, Nino era il solitario, l'introverso, il pensoso, il tenebroso. Nel dramma di Viola, era quel personaggio che se ne stava sempre in disparte, una comparsa che assisteva alla storia, dicendo una o due brevi battute ogni tanto. Le protagoniste non si innamorano delle comparse, ma dei comprimari più importanti. Perché, allora, Viola aveva scelto lui? Perché non uno degli altri suoi numerosi amici? Perché lui, quando c’erano altri che sarebbero stati più adatti? “Viola, diciamo il vero!” sbottò Nino: “Io non sono come te. Perché mai dovresti amarmi? Tu sei simpatica a tutti, io non ho nessun amico. Dal tuo punto di vista, io sono un tipo strano, un fallito. Perché dovresti amarmi, se non per pietà? Sono l'insetto che non viene schiacciato perché è così piccolo ed indifeso, ma che viene raccolto, perché chi se l'è trovato davanti lo considera così insignificante che non vale neanche la pena di calpestarlo e si prende cura di lui solamente perché gli fa pena. Se io diventassi minuscolo, sarei per te ancora meno di quello che sono ora.”. Le lacrime cominciarono a rigargli il viso e, poi, si mise a piangere sul serio. “Non sei costretta a fare questo sacrificio per me.” singhiozzò: “Se sono niente per te, puoi anche lasciarmi e trovare qualcuno che ritieni migliore. Io non te lo impedirò e lo comprenderò.”. A quel punto, si coprì il volto con le mani e le inumidì con le lacrime. Sentì le braccia di lei avvolgersi attorno al suo corpo. Si tolse, allora, le mani dal volto. Voleva guardarla, ma non ci riuscì. “Nessuno al mondo, per me, è più importante e migliore di te.” disse Viola: “Non ti ho mai considerato né un tipo strano né una nullità. Ho deciso di essere la tua ragazza non perché mi fai pena, ma perché ti amo davvero.”. “Come faccio a sapere che non menti?” chiese Nino: “Come fai ad essere sicura di non mentire a te stessa?”. “Perché il mio cuore palpita d'amore, quando ti vedo, quando mi stai vicino.” rispose lei: “Sento che è vero amore, non pietà.”. La mano di lei gli afferrò dolcemente il viso e glielo voltò. Gli occhi cerulei ed umidi di lui si fissarono in quelli frementi di lei. “Promettimelo, Viola.” disse Nino: “Promettimi che mi ami sinceramente e che mi amerai sempre.”. “Te lo prometto.” disse lei, dandogli un bacio pieno di passione sulle labbra. La cosa lo rallegrò e fece svanire il suo dubbio, ma solo un po'. “Questo fine settimana, vado a fare shopping con due studenti stranieri che frequentano i miei stessi corsi.” disse, infine, Viola: “Vuoi venire anche tu?”. “Perché no?” disse Nino.
VII
Didier e Julie; questi erano i loro nomi. Erano francesi, erano fidanzati ed erano venuti in Italia a studiare. Nino, quando li incontrò, rimase stupito nel vedere che vestivano con abiti eleganti ed altamente costosi. Per la maggior parte del tempo, i due francesi parlarono quasi esclusivamente con Viola, dato che lei, a differenza di Nino, che con la lingua francese aveva sempre “fatto a pugni”, la parlava eccellentemente e loro non erano molto pratici con l'italiano. Per tutto il tempo che furono al centro commerciale, i due stranieri entravano solo nei negozi più costosi e acquistava solo la merce più cara, spendendo ingenti somme di denaro. “È saggio, da parte nostra, lasciare che spendano così tanto?” chiese, ad un certo punto, Nino a Viola. “Non temere.” rispose lei: “Sono entrambi rampolli di famiglie molto ricche; se lo possono permettere.”. Prima di andar via, Julie aveva adocchiato un magnifico abito in un negozio e pregò il suo ragazzo di comprarglielo. Didier acconsentì. L'abito donava talmente tanto alla ragazza che il commesso del negozio, Didier e Viola la riempirono di complimenti. Nino, invece, tacque. Fu a quel punto che Viola, che, volendo coinvolgere Nino, che era restato in disparte per tutto il tempo, come a suo solito, gli chiese: “Cosa ne pensi, Nino?”. “Di cosa?” chiese a sua volta lui. “Della nostra amica.” rispose lei: “Non credi che sia incantevole con quel vestito?”. Nino si grattò e balbettò: “Be', ecco… Io non saprei, ma…”. “Et puis, Ninò?” lo interruppe Didier: “Non è la mia ragazza splendida con quel vestito?”. “Nino” disse l'altro, correggendogli la pronuncia. “Oh!” fece il francese: “Excuse moi! Non riesco ancora ad abituarmi alla pronuncia italiana. Ma, ora, dicci: qual è il tuo verdetto?”. “L'abito è bello,” rispose Nino: “ma Julie è ancora più bella; è la bellezza dell'indossatrice ad esaltare il capo, non il contrario.”. A quelle parole, Julie gli sorrise e disse: “Connaiseur.”.
Micro-macro testo di Salvo Corleone
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