estrella del mar

scritto da piccola vale
Scritto 17 anni fa • Pubblicato 17 anni fa • Revisionato 17 anni fa
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primo (e un po' del secondo) capitolo del romanzo che sto scrivendo
- Nota dell'autore piccola vale

Testo: estrella del mar
di piccola vale

1 BENTORNATA A CASA
Un tempo i pirati non erano così diversi dai soldati: spietati, potenti e al soldo della regina d'Inghilterra, Elisabeth the first. In quest'epoca si chiamavano corsari. Solo in seguito, quando si decise che la pirateria era un reato, iniziarono gli scontri con le stesse ammiraglie inglesi, saltarono fuori le bandiere coi teschi e tutto il resto. In una calda mattina di luglio una giovane donna stava appoggiata alla prua di un veliero inglese. Spostando con un gesto distratto i lunghi capelli che il vento le portava davanti agli occhi, si disse che Barbados non poteva essere più così lontana. Quel nome la faceva sempre ridere: un'isola inglese che aveva un nome spagnolo! Probabilmente gli inglesi non sapevano nemmeno cosa significasse quel nome. Era anche quello uno strano gioco del destino, probabilmente. Quasi inconsapevolmente infilò la mano nella tasca destra dei pantaloni e ne estrasse un picolo rotolo, lo strinse forte e poi lo rimise a posto. Fu la prima a salire sulla scialuppa e si diede molto da fare con i remi. Aveva fretta di toccare terra. Poco dopo la fine sabbia chiara si intrufolava tra le dita dei piedi della ragazza, sensazione fantastica. Isabela abbracciò forte il capitano Roberts, bevve l'ultimo sorso di rhum dalla borraccia del vecchio Bill e salutò il resto della ciurma con la mano. Guardandola allontanarsi Jack, il figlio del capitano, non poté fare a meno di pensare per l'ennesima volta che quella ragazza era strana. Cantava camminando sul sentiro che portava al villaggio. Cantava per calmare i nervi. Poi alla fine lo vide, seduto davanti a una tipica villetta coloniale inglese. Gli occhi di lui incrociarono lo sguardo di lei, che lo vide sbiancare mentre la voce di una ragazzina che chiamava suo padre le feriva le orecchie.

2 UNA NUOVA VITA
L'ammiraglio Gonzales non pensava che sarebbe finita così. Sconfitto da quei corsari inglesi, aveva perso l'intera ciurma, la nave e ciò che aveva di più prezioso: sua sorella, il suo piccolo angelo dodicenne. “She's his sister!” li aveva sentiti urlare, sentiva ancora le loro voci rimbombare nella testa “she's the captain' sister! Take the girl! Don't worry captain, we'll take care of her!”. Le urla disperate della sorellina, i suoi occhi pieni di terrore, li aveva impressi nella mente, li vedeva, le sentiva. Perché l'aveva portata con sé? Ma a chi avrebbe potuto affidarla? I loro genitori erano morti, erano soli, adesso più che mai. La sua mano scivolò sull'elsa della spada, fu un attimo. Poco dopo il suo sangue macchiava di rosso la bianca sabbia di una sperduta isola dei Caraibi.

La ragazzina stava rannicchiata in un angolo circondata da uomini che parlavano una lingua strana, sconosciuta. Finalmente uno di loro si decise a chiamare un giovane alto, bruno, con la pelle naturalmente dorata arsa dal sole, un prigioniero spagnolo come lei, più grande di lei di forse cinque anni. Quando Pedro vide la ragazzina si sentì stringere il cuore, sapeva esattamente cosa stesse provando, c'era passato anche lui pochi anni prima. Le prese una mano e la aiutò ad alzarsi, poi le parlò nella sua lingua.
Io sono Pedro. Devi stare molto attenta d'ora in poi perché loro non vanno molto per il sottile. Se hai bisogno di qualcosa chiedi a me. -
Io voglio tornare da mio fratello! - disse la piccola piangendo. La ciurma scoppiò in una fragrorosa risata e lei li guardò senza capire.
Capiscono lo spagnolo – spiegò Pedro – ma non hanno voglia di parlarlo. Stanno dicendo che tuo fratello è morto -
Non è vero! - urlò lei – José è vivo e verrà a salvarmi! -
Non lo farà – qualcun altro su quella nave parlava spagnolo. Un uomo con un grosso mantello nero, un paio di grossi baffi e un grosso cappello con una grossa piuma rossa apparve in mezzo alla ciurma. - Come ti chiami ragazzina? -
Isabela Maria Lucia Gonzales, figlia di Antonio Juan Er -
Sì sì basta così, io sono il capitano Neal Keats, chiamami capitano. Adesso se non ti dispiace ci sarebbe da preparare la cena, te ne occupi tu? Sì? Brava! Pedro portala in cucina. -
Io non ci voglio stare fra i corsari! - urlò Isabela – voglio andare da mio fratello! Dovete riportarmi da lui! Non posso stare qui! -
Ragazzina, forse non ti è chiara una cosa: qui sono io che decido cosa deve o non deve essere fatto, io do gli ordini, io decido della tua vita, io decido tutto quello che si fa su questa nave, è chiaro?! - la voce mano a mano crescente del capitano terrorizzò la bambina che indietreggiò fino alla sponda della nave.
E per farti capire meglio il concetto – continuò il capitano – sarà meglio che chiami la mia amica di cuoio. Roger!-. Un omaccione arrivò con una frusta in mano, alla cui vista Isabela si sentì venir meno e si aggrappò forte alla sponda. - Pedro prendila – disse il capitano. Il ragazzo strabuzzò gli occhi e scosse la testa per rifiutare.
Pedro Pedro Pedro, ancora non hai imparato! - proseguì raggiante il capitano, mettendo un braccio intorno alle spalle del ragazzo – un vero uomo non ha paura di frustare una bimbetta e soprattutto non disubbidisce agli ordini! È stancante ogni volta doverti stare a spiegare tutto! Allora, vedi Pedro, questa ragazzina ribelle ha bisogno di essere punita, se non lo fai tu lo farà Roger. A te la scelta. -
Pedro guardò il bestione e si sentì rovesciare le budella: lui l'avrebbe ammazzata senza troppi problemi. Con riluttanza prese la frusta mentre gli altri della ciurma strappavano il vestito preferito di Isabela per lasciarle la schiena nuda. Piangendo Pedro iniziò a frustarla. Uno...due...a ciurma contava i colpi ridendo...tre...quattro...le urla della ragazzina erano strazianti...cinque...sei...Pedro guardò il capitano per chiedere pietà, gli fu detto di continuare...sette...otto...nove...dieci. “Basta!”, finalmente. Pedro prese tra le braccia la ragazzina sanguinante e corse sotto coperta. La medicò, le coprì le ferite piangendo e tremando, ripetendo più per se stesso che per lei “lui ti avrebbe uccisa, dovevo farlo”. Isabela lo guardava e non poteva smettere di piangere, non poteva smettere di odiarlo.
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