L’UOMO VESTITO DI BIANCO
Tra marmi bianchi splendenti di immense sale io mi muovevo rapito, non avevo mai visto arredi di legni rarissimi, tendaggi, ricami, quadri e affreschi di così pregiata fattura. Arazzi con l’ordito in filo d’oro e d’argento adornavano le pareti più grandi.
Così il nostro anfitrione, Lord Taylor, sempre attento alle apparenze, aveva voluto la nuova grande dimora nella colonia africana. Nel palazzo al centro di una tenuta di migliaia di acri, simbolo della grandezza del suo casato e dell’Inghilterra, spesso riceveva alte cariche politiche e gli emissari della Regina Vittoria.
Per me era un onore entrarvi ogniqualvolta la mia presenza fosse stata richiesta.
Ero giovane e di famiglia povera, qualche mese prima a Londra avevo ricevuto l’incarico di sarto personale dell’aristocratico per il periodo della sua permanenza all’estero. Avevo buone referenze ed ero già allora abile nel mio mestiere.
Una nave salpata dal porto di Londra mi aveva condotto laggiù. Con me a bordo c’era anche un nutrito stuolo di artigiani, lavoranti e artisti. E pure Philip, che avrebbe dovuto essere il ritrattista personale del nobile. Il primo giorno che mi accorsi di lui sembrava tormentato. Durante il viaggio se ne rimaneva in disparte taciturno. Dispiaciuto che fosse escluso dal resto della comitiva, a bordo della nave fui io ad avvicinarmi.
Al termine della lunga navigazione, quando sbarcammo a Port Natal, oramai eravamo divenuti amici, e mi dimostrò di fidarsi ciecamente di me.
Noi con le maestranze alloggiavamo all’interno di basse casupole adiacenti al palazzo, al quale venivamo ammessi per i nostri incarichi.
Io svolgevo agevolmente il mio, confezionavo gli abiti di gala, vi apportavo le necessarie modifiche e, avendo a disposizione degli aiutanti per i lavori secondari, riuscivo pure a ritagliarmi spazi tutti per me. Li impiegavo per visitare luoghi nuovi e col tempo appresi ad orientarmi anche nelle zone più distanti e selvagge. Avevamo a disposizione delle cavalcature e di tanto in tanto mi portavo dietro Philip, perché quelle uscite potevano essergli di ispirazione per la sua arte.
“Ehi Jack, hai visto?” mi disse un giorno durante un’uscita.
Puntava il dito verso le due fila di alberi ai lati della strada che dalla tenuta risaliva fino alle colline a Nord.
“Sono querce!”
“No, intendo quel tipo là che cammina lentamente in mezzo alla strada. Pare stia dondolando con quel passo d’orso” disse sorridendo.
“Non vedo” feci secco dopo aver strizzato gli occhi per scrutare in lontananza.
“Era là, ma adesso è scomparso”.
Poi ci addentrammo nella savana, il sole era ancora alto.
“Ah ah ah guarda che ridicolo” mi disse di nuovo, “Ecco il tipo che ti dicevo!”
“Dove?”
“Laggiù, quello vestito di bianco! Cammina dondolando, pare che stia cercando qualcosa tra le dune”. Ne pareva convinto. Continuava a puntare il dito verso un cespuglio mezzo rinsecchito.
“Io non vedo nulla” dissi dopo aver controllato.
Ora Philip, turbato soffocò un gesto di stizza, “Dai, stavo scherzando!”
“Tu non stai bene, amico mio. Ti farebbe bene una bella dose di chinino”.
L’indomani mattina fummo entrambi convocati a palazzo, io per prendere le misure per la nuova marsina del Lord e Philip per farne un ritratto mentre posava con il colonnato della sala sullo sfondo.
E fu lì che, in quella solennità, tra conti e duchi, se ne uscì. “Chi è quel tipo laggiù, dietro alla colonna?”
E accortosi che tutti lo osservavamo perplessi senza rispondere, “Guardate quello vestito di bianco che cammina dondolando” ripetè. Poi rivoltosi a me. “È lo stesso di ieri!”.
Indicava un luogo ove non c’era proprio niente. E ora che aveva tirato in ballo anche me mi sentii arrossire violentemente per la vergogna.
“Non ne so nulla” dissi fingendo estraneità.
E mentre il brusio saliva, Philip riprese: “No, non c’è più. Stavo scherzando, signori”.
Mi affrettai a segnare le misure sul foglio e convinsi Lord Taylor a congedare il mio compagno.
“Scusatelo, non è impertinente, ma non sta bene” gli sussurrai “Ha dovuto prendere chinino anche ieri”.
Dopo quel fatto Philip piombò in una forma di mutismo, scansava tutti, si dedicava solo alle tele e ai colori.
Qualche giorno dopo mi convocò Lord Taylor. Non c’era nessun altro questa volta.
“La marsina è stretta?” domandai.
“Non per questo ti ho chiamato. Si dà il caso che sussista un problema a causa del tipo folle! Lo so che siete amici. Corre già voce che io abbia assunto una persona insolente, uno squilibrato, forse pericoloso. La notizia rischia di danneggiare la mia immagine”.
“Philip ha avuto nuovi comportamenti bizzarri?”
“ Il problema è grave. Lui era incaricato di ritrarrmi e di dipingere scene della corte. Era in mio proposito donare alcune opere alla famiglia reale. Ma si dà il caso che il nostro artista non abbia svolto il suo incarico!” urlò battendo i pugni. “Ha invece ritratto un tipo sciatto tutto vestito di bianco! Per quanto ne so potrebbe persino essere un indigeno oppure un nemico della Corona! Quanta presunzione!”
“Non so...”
“Potrei deferirlo alla corte marziale per oltraggio. Ma la notizia susciterebbe troppo clamore e proprio ora che i giornali ci stanno infangando perché abbiamo epurato queste terre dagli zotici, sarebbe inopportuno prendere misure ufficiali. Meglio evitare altri scandali. Ci penserai tu...”
“Io? Non capisco, come dovrei fare?”
“Il come non lo voglio sapere. Quel che so è che il tuo amico deve sparire da qui. Un altro ritrattista è già in viaggio e lo rimpiazzerà a breve”.
Vedendomi titubante aggiunse, ora con tono complice “Caro Jack tu hai talento, con un ago e un filo fai miracoli. Grazie alle tue mani hai un futuro assicurato. Al nostro rientro a Londra ti raccomanderò alla famiglia Reale e la tua fama si spanderà per tutto l’impero. Ma se tu adesso non collabori, il tuo destino finisce qui. Sai bene che è sufficiente una mia nota di demerito per ritrovarsi a rammendare i calzini degli zulu.”
Passai giorni d’inferno dilaniato dal dubbio sul da farsi. Rinunciare alla mia arte? Ridurmi a ricucire stracci rotti? Vivere di nuovo nella miseria? Rimanere in una terra straniera e dire addio a tutti gli affetti in patria? Ogni volta che la mia mente si risolveva verso la proposta di Lord Taylor venivo però assalito dai rimorsi della coscienza.
Una mattina convinsi Philip a seguirmi in una delle mie esplorazioni. “Oggi andremo un po’ distanti, informatori affidabili mi hanno riferito di una figura che si aggira nella zona dell’altopiano” iniziai “Da quanto raccontano è in tutto corrispondente alla persona che tu sovente dici di vedere”.
Philip pareva un bimbo cui si faccia la promessa di un balocco.
Con i nostri cavalli raggiungemmo in poche ore la zona dove mi ero prefissato di condurlo. I sentieri si inerpicavano ripidi sui fianchi della montagna di pietra brulla. Il terreno era scosceso e franava sotto al peso degli zoccoli, l’avanzata resa difficile da una coltre di nebbia lattescente. Il vento forte sibilava e mancò poco che ci schiantassimo per le raffiche forti.
A un certo punto della salita dissi, mentendo, “Ecco guarda là avanti, credo di averlo udito”.
Il mio compagno non disse nulla ma spronò l’animale a superarmi.
“Sì la direzione è giusta! È proprio di là!”.
Urlai questa incitazione più volte fino a quando persi di vista Philip già corso troppo avanti a me e infilatosi in un dedalo di sentieri tutti uguali.
Poi mi fermai per chiamarlo, “Philip”, ma sottovoce, senza convinzione, solo per scrupolo. Sapevo che era impossibile che mi potesse udire. E infine sgattaiolai via.
Giunto al palazzo nessuno mi chiese del mio accompagnatore e anche nei giorni a seguire neppure Lord Taylor fece più menzione del ragazzo. Il suo nome venne cancellato dai registri ufficiali.
In tutti questi anni però è esistito per me. Ricchezze e onori imperiali non hanno scalfito dalla mia coscienza il dolore per l’inganno che io tesi all’amico che riponeva fiducia in me. Ogni giorno della mia esistenza mi sono dannato per la perfidia di cui fui capace.
E adesso che sono un vecchio dalla pelle grinzosa ormai non lontano dalla fine anche io vedo di frequente quel tipo bizzarro. Mi appare all’improvviso nei luoghi più inaspettati, è vestito di bianco e cammina dondolando. Lo so che sono l’unico a poterlo vedere, con nessuno ne farei parola. Lo inseguo senza sosta, conscio, non so come, che solo lui mi possa elargire la misericordia cui anela la mia anima.
L'uomo vestito di bianco testo di chirame