Di lui non ho mai saputo il nome.
Ogni domenica mattina, dietro la grande vetrata con sopra scritto " casa di riposo".
Stava ad attendere e guardava fisso al cancello. Per un intero anno il rito si è ripetuto. Io arrivavo verso le dieci di mattina e ripartivo verso le venti.
E lui attendeva, attendeva. Sicuramente sopra gli ottanta, radi capelli bianchi, ingobbito, una gamba un po’ trascinata, probabilmente dolori all'anca. Vestiva con una camicia a quadretti rossi e pantaloni grigi. Non l'ho mai visto sorridere.
Un anno. Col sole, con la pioggia, col vento, lui era sempre in attesa.
E quando il crepuscolo sopraggiungeva, tornava in camera col segno della sconfitta in viso, si sedeva sul letto e guardava nel vuoto. Una sera, mi sono avvicinato a lui e gli ho chiesto chi attendeva. Ha alzato la testa e guardato verso di me senza vedermi e senza nemmeno un filo di voce, ma all'angolo esterno di un occhio, ho visto una lacrima brillare.
Ed ogni sera si allungava nel letto, lento, molto lento, sembrava ( o lo era ) la prova generale verso il grande buio.
Ogni pomeriggio di festa, uscendo dalla stanza dove assistevo una malata terminale, guardavo verso la porta aperta e con una stretta al cuore, riversavo l'ultimo sguardo a quel vecchio, abbandonato a quel deserto di solitudine, a quell'anticamera dell'inferno, che non lascia molti rimpianti a chi parte per un luogo senza ritorno.
Ho chiesto al personale chi attendeva. Un figlio da più di due mesi, un nipotino da .... l'avevano dimenticato da quanto tempo non venisse.
Sono tornato in visita di cortesia, dopo sei mesi e l'occhio è scivolato verso quella stanza, il letto era occupato da un'altra persona divisa a metà fra il riso e il pianto.
Forse dov'è andato, ha raggiunto la pace.
Forse...
ANTICAMERA testo di Airon