Disavventura al cesso

scritto da cravattini
Scritto 17 anni fa • Pubblicato 17 anni fa • Revisionato 17 anni fa
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Autore del testo cravattini

Testo: Disavventura al cesso
di cravattini

Stamattina mi è accaduta una cosa terribile. Verso le 10 sono andato nella toilette dell'ufficio dove lavoro. Questo bagno è usato da tutti i dipendenti di quel piano, che sono circa una quindicina. Quando sono entrato nel primo cesso per defecare, ho alzato il coperchio e ho visto, mio malgrado, che era rimasta sul fondo appiccicata alla parete (appena sopra il livello dell'acqua) una piccola striscia di merda, lasciata evidentemente da qualche collega prima di me. Mancando lo spazzolone per poter ripulire la tazza dalla cacca rimasta appiccicata, ho tirato lo sciacquone per vedere se tale schifezza se ne andava via: ma dopo due o tre tentativi ho desistito in quanto l'acqua non faceva che rosicchiare solo pochi frammenti di quella macchia marrone, e dovevo tornare al lavoro e ancora dovevo cacare. Allora, per non fare che anche io, dopo aver cacato, lasciassi la mia impronta sul fondo del cesso, ho pensato di prendere un lungo pezzo di carta igienica e di lasciarlo cadere lungo tutta la parete, in modo che la mia cacca, una volta caduta dal deretano, sarebbe finita lì sopra senza sporcare ulteriormente la parete. E così ho fatto, infatti. Poi, dopo aver defecato, mi sono pulito e mi sono alzato i pantaloni e tirato lo sciacquone, ma purtroppo la striscia di cacca lasciata lì dal collega prima di me è rimasta tale e quale a prima. Allora sono uscito dalla stanza dove sta il cesso e mi sono recato a lavarmi le mani nel lavandino antistante, nella toilette. Ma non appena mi sono avvicinato per prendere il sapone dall'apparecchio automatico, è entrato nel bagno il mio capoufficio che mi ha visto e mi ha fatto un mezzo sorriso. Poi è entrato nel cesso mentre ancora lo sciacquone era in funzione, e quindi deve aver capito che ero appena stato a defecare in quel cesso, dato che nessuna altra persona era uscita dal bagno recentemente. Ed è proprio allora che è subentrata l’angoscia tremenda in me: “stai a vedere che quando il capo alza il coperchio della tazza vede la striscia di cacca attaccata lì alla parete, e penserà che sia stato io a lasciarcela, e per tutta la vita, tutta la vita, avrà nella sua mente l’immagine associata di me sporcaccione che non pulisco i bagni, e non avrà più fiducia in me, non mi stringerà più la mano per il disgusto!!!”. Oltretutto che a lavoro io sono una persona molto precisa e puntigliosa. Allora ho bussato gentilmente alla porta del cesso dove stava il capoufficio, ma non ho ottenuto nessuna risposta. Quindi ho bussato nuovamente, un po’ più energicamente, e ho sentito uscire dalle labbra del capo prima un'imprecazione a bassa voce e poi un "cosa c'è??!", con accento molto seccato. Io ho risposto prima scusandomi per il momento inopportuno in cui intervenivo, poi dicendo che se lui stava pensando che la striscia di cacca l'avevo lasciata io, si stava sbagliando di grosso, e gli ho quindi raccontato come stavano effettivamente tutte le cose, e che non ero stato io a lasciare la striscia di merda. Ma lui stranamente non mi ha risposto. Allora ho bussato ancora, ma dato che non mi rispondeva più ho provato ad aprire la porta, per cercare di spiegargli la situazione, ma questa era ovviamente chiusa. Quindi ho cercato di dare una leggera spallata alla porta per cercare di aprirla con la forza, ma il capoufficio da dentro mi ha intimato di smetterla e di andarmene via subito! Ma invece ho continuato. E mentre con le mie spallate stavo per abbattere i cardini e la porta stava per cedere, il capo ha cominciato a gridare chiamando ad alta voce il nome di alcuni colleghi che lavorano nella stanza adiacente al bagno, però alla fine dopo un’ultima energica spallata la porta è ceduta, crollando sulla testa del signor capoufficio che se ne stava coi pantaloni abbassati seduto sul cesso. La botta in testa della porta deve avergli procurato un forte stordimento in quanto il capoufficio è caduto sul lato sinistro della tazza, con le mani che cercavano un appiglio sulle mattonelle scivolose della parete, e infine è caduto riverso in terra coi pantaloni ancora abbassati fino alle caviglie. Mentre se ne stava così disteso, io ho cercato di scusarmi con lui, dandogli dei piccoli schiaffi sulle guance per fargli riprendere i sensi, farfugliando frasi di scusa, e dicendo che io sono una persona precisa e ci tengo alla mia reputazione e così via. E che se non ci credeva il giorno seguente avrei portato all’ospedale, per fare delle analisi, un campione della mia cacca e un campione della cacca rimasta attaccata nel cesso maledetto per mostrare come loro appartenessero a due persone diverse e che quindi io non ero il colpevole. Ma mentre parlavo col capo sono entrati due miei colleghi, che hanno visto il capo riverso a terra nel cesso, semivestito, ed io sopra che gli davo dei leggeri colpi in faccia per farlo ritornare in sé: purtroppo devono aver pensato che io volessi fargli qualcosa di male, perché hanno cominciato ad inveire contro di me, dicendomi frasi tipo "Ma che cazzo hai fatto, coglione?", e mi hanno portato via di forza trascinandomi fuori dal cesso e immobilizzandomi su una sedia nel corridoio. Io cercavo, balbettando, di fare capire che volevo solo dimostrare la mia innocenza e che è stato tutto un equivoco, perché in quella situazione sgradevole il capoufficio avrebbe potuto licenziarmi se per caso avesse pensato che ero io quello che imbrattava i cessi e quindi avevo il dovere di informarlo in tutti i modi della mia non colpevolezza! Comunque tutto questo non è servito a nulla: ho ripetuto anche alla polizia tutti i fatti esattamente come sono accaduti e come ve li ho narrati. Ma non c'è stato niente da fare [qui il manoscritto diventa illeggibile in quanto rovinato dall’incuria della governante del Dottor Gaverni, eminente studioso in effetti luminosi].

Disavventura al cesso testo di cravattini
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