Anedonia, Cap.6: il gioco

scritto da AriaStoinov
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 7 anni fa • Revisionato 7 anni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di AriaStoinov
Autore del testo AriaStoinov
Immagine di AriaStoinov
Sesto capitolo. Buona lettura.
- Nota dell'autore AriaStoinov

Testo: Anedonia, Cap.6: il gioco
di AriaStoinov

Da: Anedonia, Cap.5: Cadono le foglie del Bonsai

"Di certo aveva temuto la sua furia omicida in quel momento. E anche io.
Lui mi terrorizzava, avrei fatto qualsiasi cosa per evitare una simile vicinanza.


E l’ultima cosa che volevo era che qualcun altro morisse per causa mia. "


Capitolo 6


"Nel prepararsi per una battaglia ho sempre scoperto che i progetti sono inutili, ma la pianificazione è indispensabile.”

- Eisenhower




Il mattino seguente, entrata nella piccola sala da pranzo per far colazione, vidi sul tavolino, dove ero solita sedermi, un enorme mazzo di fiori in vaso di porcellana cinese.
I fiori formavano una grande palla di rose, bianche e azzurro delicato.
Mi avvicinai e li guardai, chiedendomi come potessero crescere in Russia dei fiori così belli con i metri di neve.
Attaccato al fiocco di tulle bianco, c’era un biglietto in carta spessa.

Giurai di aver già visto una busta così.



“ Alla Contessa Viktoria Petrova, spero voi possiate realmente perdonarmi”

Viktor


Lasciai cadere il biglietto e uscii dalla stanza, perchè tanto mi era passata la fame.


Odiavo Viktor Petrov.
Odiavo i suoi modi strafottenti, odiavo che si sentisse in potere di fare tutto ciò che volesse.

Lo odiavo dal profondo del mio cuore.
Forse lo odiavo più di quanto lo temessi.

Quello che avrei fatto sarebbe stato ignorarlo e cercare di evitarlo, sperando che, un giorno o l’altro, per qualsiasi motivo, quel maledetto contratto che ci legava avesse cessato di validità.

Era facile pensare lucidamente a lui quando non era nel raggio di qualche decina di chilometri; come qualsiasi persona fobica degli aghi: tutti dei leoni prima di varcare le porte dell’ospedale, esperti e illusi di aver analizzato la situazione nei minimi dettagli, di avere quella volta proprio tutto sotto controllo, esattamente prima di trascinarli fuori dalla sala prelievi svenuti.
?Era facile pensare a quanto lui sembrasse un ragazzo a modi, che aveva a cuore il rispetto del bon ton e che sembrava seguirlo alla lettera; eppure nei suoi modi, nel suo sguardo, nei suoi movimenti c’era non so che di arrogante, presuntuoso, maleducato.
?Iniziai a sentire un prurito sul palato, una fastidiosa sensazione che mi pizzicava il cervello.

Da quanto ero fuori medicazioni?
Avrei dovuto affrontare il problema con qualcuno e farmi fare una prescrizione al più presto.

Se ci fosse stata Theresa con me.

Aprii il mio telefonino, guardando lo schermo senza nessuna notifica.

Da quando ero arrivata in Russia, non riuscivo a contattarla. Il suo numero risultata, incredibilmente, non esistente.

E iniziavo a sentire quel senso di chiusura attorno a me, le pareti che si stringevano sempre di più.
Iniziai ad iperventilare.

Respira.
Respira.
Respira.

Tutto iniziò a girare.

Ero sola, in un paese sconosciuto, con una lingua straniera fatta di lance, di maledetti soldati minacciosi pronti ad uccidermi, a farmi fuori.
?Ma cosa dici, Rebekah.

Appoggiai le mani sudate sul bordo della scrivania, mentre forti vampate di calore mi avvolgevano.

- Va tutto bene, Contessina? -
La voce proveniva da fuori campo, troppo distante per inquadrarla.
Alzai lo sguardo sui fuori, l’unica cosa su cui potevo focalizzarmi in quel momento -

- Toglietemeli dai piedi - esclamai in inglese, tra un respiro affannato e l’altro.

Un servo schizzò di fianco a me e così fece, trasportando quel vaso lontano, come fosse una bomba pronta ad esplodere.

Con calma, molta calma, ricominciai a respirare.


***


Era un giorno qualsiasi, non molto distante dal mio scampato attacco di panico.
Vladimir tornò a casa prima del previsto, pallido come un lenzuolo.

Disse che Viktor aveva ordinato quella mattina l’uccisione di tutti gli eredi della famiglia Korkorov, che erano stato giustiziati sul posto davanti a loro.
Per nessun evidente motivo.

- Era molto arrabbiato - pronunciò, scosso, prendendo con visibile tremore la tazza che Ludmilla gli stava porgendo.
Io mi sentii sbiancare ad apprendere la notizia, sentendomi all’improvviso formicolare in tutto il corpo.

Di quante persone si parlava? Due? Tre? Quattro?
Innumerevoli?

Iniziai a respirare lentamente, sentivo le punta delle dita fredde. Quelle persone non potevano essere morte per niente.


- Cosa può essere successo? - chiese Ludmilla, cercando una spiegazione razionale.
- Sebbene dovessi incontrarlo qui presso il nostro castello, ha annullato l’incontro e ha invece convocato una seduta del Gran Consiglio dei Nobili straordinaria questa stessa mattina; ci siamo presentati, era…era furioso. Ma non si vedeva. Lo sentivamo tutti - Marcò, con gli occhi spiritati, toccandosi la punta del naso.
Come se avesse appena visto un fantasma.

- Ha fatto mettere in fila i… I Korkorov, tutti quelli presenti, e… ha piantato un pugnale in gola a tutti, senza battere ciglio -

Ekaterina si portò una mano alla bocca, inorridita.
- E l’unica cosa che ha pronunciato è stata… -

Il suo labbro inferiore tremava, tentando di riportare le nefaste parole - …Non mi deluderete più, se non volete sapere la prossima famiglia della mia lista -

- Deludere?? - esclamò subito Ludmilla, incredula - Ma per cosa? -
- Non lo ha detto! - esclamò addolorato e frustrato Vladimir - Nessuno ha la più pallida idea di cosa sia successo, cosa lo abbia fatto arrabbiare! -
?
Io mi allontanai appena dal salottino, guardai la finestra per avere la sensazione che la stanza fosse più grande, per respirare meglio.
Contemplavo la vastità del giardino davanti all’ingresso principale.

Le macchine lucide sotto il pallido sole invernale…

I cespugli sempreverde che spiccavano in quella distesa bianca…

E una strana macchia blu, proprio lì infondo, di fianco al cancello di ingresso…

Lì, proprio dove i servi ammassavano la spazzatura…



La consapevolezza mi colse di sorpresa, annodandomi la gola.


E se Viktor non avesse annullato l’incontro con Vladimir.
E se Viktor fosse arrivato davanti al nostro castello e avesse visto esattamente quella macchietta blu tra la spazzatura?


Se li fosse bastato quel vaso cestinato dai servi per girare i tacchi e convocare una riunione straordinaria per sterminare una famiglia?


Mentre la stanza iniziò a piroettare vorticosamente, Vladimir e Ludmilla si girarono verso di me e si resero conto che non mi sentivo bene, che stavo cadendo all’indietro.




Mi chiamo Rebekah e ho….









***


Mi risvegliai sdraiata sul divanetto della sala più grande, la testa girava ancora, ma vidi chiaramente sopra di me Vladimir, Ludmilla ed Ekaterina.

- Rebekah? Ci sei? - mi chiese Ekaterina, avvicinandosi.

Io annuii appena e capirono che mi servissero altri cinque minuti.

- Sei svenuta, tesoro. Devi aver mangiato troppo poco -

Ma sapevo esattamente perché io fossi svenuta.
Pensando a delle persone morte solamente per un momento di debolezza mi fece venire una fitta allo stomaco.

- Sarà così- sospirai. Di certo la mia astinenza dalle pastiglie non mi aiutava.

- Ma ora riposati e stai qui al caldo, vedrai che ti sentirai meglio tra poco. Vuoi che ti faccia preparare qualcosa dalla cucina? Un tè, qualcosa di zuccherato..?-
- Sto bene così. Grazie Katya - risposi, quasi imbarazzata da tutte quelle attenzioni.
- Andrò con Vladimir a porgere le nostre condoglianze come capi famiglia ai Korkorov. Ludmilla rimarrà qui con te nel caso tu avessi bisogno. Va bene? -
- Certo - dissi avvertendo ancora quella fitta.


Perciò rimanemmo noi due.
Ludmilla si era seduta davanti al camino e aveva preso anche lei una coperta simile a quella in cui io ero avvolta.

- Non hai paura a rimanere sola in un castello così grande?- dissi, notando che per le poche finestre, già alle cinque del pomeriggio le stanze erano buie.

Con Ludmilla, silenziosa e dallo sguardo inquisitorio, mi sentivo veramente a disagio.

- Sono al sicuro qui- mi rassicurò, tagliando corto, ma non potei non notare l’inclinazione amara sul “qui”, che mi ricordò quanto gli altri castelli in Russia non fossero più così tanto sicuri - Non devo aver paura di nulla- .

Il senso di colpa trasalì.
Era colpa mia, era tutta colpa mia.

Avrei dovuto abbassare la testa, accettare le sue avance e vivere con Viktor.
Anche se solo il pensiero di stare sola nella stessa stanza con quel mostro…

E invece io, codarda, avevo voluto evitare a tutti i costi il problema, e ne avevano pagato le conseguenze delle persone innocenti.

Mi imbarazzava chiedere altro, perciò rimasi un po’ in silenzio a guardare il fuoco.
Sperai che lei mi lasciasse sola, ma se la situazione sarebbe diventata troppo pesante avrei annunciato io di star molto meglio e di voler riposare in camera mia.

- Non devi sottovalutare Viktor - disse brusca, senza guardarmi.
Sentivo la sua rabbia montare dentro, come il fastidio che io le davo.
- Non siamo in America, né in Italia. Qui le cose sono serie. E se tu non smetterai di scappare da lui e non dargli quello che vuole, moriremo tutti -


Mi sentivo enormemente mortificata.
Aveva davvero ragione.
Avrei dovuto piegare la testa al mio destino, sposarlo per il bene comune; era così che dovevo apparire alla nobiltà: una ragazzina viziata, capace solo di pensare a sè stessa e che li lasciava morire.

Mi feci prendere da un’attacco d’ansia, l’ennesimo, che in quei giorni senza antidepressivi erano frequenti e spossanti.

- Aiutami, Ludmilla. Non so cosa devo fare. Non voglio che altre persone muoiano per mano mia - esclamai sull’orlo di una crisi di pianto.

Lei continuava a fissare il fuoco con gli occhi a fessura.

- Hanno deciso per te che ti devi sposare. Ti devi sposare con lui. Siamo stati stupidi a credere di poter trovare una scappatoia. Non la troverai, ci saresti riuscita con un ragazzo comune, ma non con Viktor, un omicida senza cuore -

Quelle parole suonarono come la mia sentenza di morte.

- Anche tu sei stata promessa a Vladimir?- chiesi, leggendo il dolore nei suoi occhi.
- Avrei preferito fosse stato più semplice. Io sono stata promessa allo zio di Viktor - disse amara.
- Cosa?- esclamai stupita.

Lei fece una pausa, sospirò e iniziò a raccontarmi.

- Avevo quattordici anni quando Alcanius, il fratello minore del padre di Viktor, iniziò a corteggiarmi. Lui aveva quarantacinque anni, era rimasto vedovo. Mio padre cercava di creare pace e di trovare protezione promettendomi in sposa, e così fu. Ma non è stato tutto rosa e fiori. Ci sposammo due anni dopo, quando io avevo sedici anni. Avrei preferito morire, credimi. Alcanius era un uomo tremendo. Io non ero sua moglie. Ero la donna con cui poteva divertirsi. Alcanius era violento con me.Più volte mi violentava - sussurrò, fredda, senza tradire emozioni.

Quelle parole sembrarono gelare le pareti del salone, di tutto il castello e di tutte le anime che ci vivevano dentro, come se l’umanità non meritasse di vivere un secondo di più dopo aver udito una cosa del genere.

- E’ questo il destino delle spose-bambine. Nessuna di noi l’ha voluto e nessuna di noi ne aveva la necessità. Eppure siamo finite tra le fauci dei peggiori pervertiti ai vertici della società. E sai qual è la cosa peggiore, Rebekah? Che agli occhi di tutti, questo è normale. E’stata l’indifferenza che ha ucciso le nostre anime. Che ha reso tutti complici - esclamò con un sorriso cupo, vedendo quanto io fossi scossa.
?Il sorriso di chi è stato sconfitto.

- Ma a parte questo - continuò, ritornando con la mente nel salotto dove eravamo sedute - la mia fortuna fu che Alcanius morì un anno dopo il nostro matrimonio, cadendo da cavallo. Questo è il motivo per cui io sono rimasta viva. Dopo la sua morte, quando io ero ancora minorenne, mio padre mi reclamò ancora; disse ai Volkov che io ero giovane e senza figli, che mi avrebbero data in sposa ad un altro pretendente. I Volkov accettarono. Mi sposai l’anno dopo con Vladimir. Le cose da lì in poi andarono bene. Il destino ha voluto, Rebekah, che quell’anno nascesti tu e, dopo la morte di tuo padre, Viktor impazzì completamente, uccidendo i suoi genitori, i suoi zii con le rispettive mogli e figli maschi. Se Alcanius non fosse morto cadendo da cavallo, io sarei stata uccisa da Viktor diciotto anni fa -

Anche in Ludmilla vidi gli stessi occhi profondi di mia madre.


Donne vittime del potere, di alleanze e di vendetta ben lontane da quel mondo di dame e di balli che mi volevano mostrare.



- Mi dispiace per quello che ti è accaduto - dissi con voce rotta, pensando fosse l’unica cosa che si potesse dire in quel momento.

Lei si strinse nelle spalle con un sorriso amaro
- Noi donne non valiamo nulla in questo mondo. Devi farti forza e affrontare le tue responsabilità, Rebekah. Non siamo state capaci di salvarci da sole, nessuna di noi può salvarti-

In quelle ultime parole lessi quelle che erano le ultime parole di chi sta annegando, di chi sa che per lui non c’è più niente da fare e si lascia trascinare in un ballo con le onde, sperando di trovare la pace, prima o poi.


***


Quando il giorno dopo seppi da Vladimir che Viktor aveva ordinato di dar fuoco alla residenza estiva di un’altra famiglia, come avvertimento che sarebbero stati i prossimi, mi resi conto che non potevo più stare inerte ad aspettare.


Ripensai nel corso dei giorni al discorso che avevo avuto con mia zia, su come io dovessi prendere le responsabilità di donna ed erede della casata.
Ripensai a quanto lei avesse sofferto nel suo primo matrimonio.



Mio padre mi aveva promessa in sposa a Viktor per un motivo, per salvarmi.
E sebbene tutti intorno a me, compresa me stessa, concordavano sul fatto che lui fosse un mostro, una parte di me cercava di agganciarmi a quell’ideale di salvezza.

Dovevo affrontarlo e avvicinarmici.
Non era una cosa che sarei riuscita facilmente a fare, ma era quello che dovevo fare.

Quella mattina, dopo aver lungamente contemplato la tomba di mio padre, nel mausoleo di famiglia, all’interno del terreno del castello, arrivarono altri fiori.
Altre rose bianche e azzurre. Dovevano essere introvabili per la stagione.

Aprii il bigliettino e lo lessi velocemente.

Mancavano dieci giorni a natale, e mentre vidi dalla finestra della mia camera dove era stato appoggiato il vaso i servi armeggiare con le decorazioni sul grande abete del giardino, un sorriso mi prese, inconsapevolmente.


“Alla dolce Contessa Petrova, al bianco della vostra pelle e al blu dei vostri occhi.”
Viktor



Presi un foglio di carta sul mio scrittoio e la penna.
Ekaterina mi aveva insegnato a scrivere con la stilografica, pensai che quella fosse una buona occasione per vedere se avevo imparato qualcosa.


“Viktor, vi ringrazio per le vostre gentili parole e i meravigliosi fiori molto graditi.”
Rebekah

Ci misi circa trenta minuti per scriverlo, prima per trovare le parole, poi per assicurarmi che il cirillico corsivo fosse giusto, poi per decidere quale fosse il nome più adatto per firmarlo.
Ma quando finii annuì soddisfatta sia per la calligrafia sia per la corretta grammatica.

Lo infilai nella bustina in cui avevo trovato il messaggio di Viktor e la chiusi.
Poi uscii dalla mia camera e feci un cenno alla guardia che stava all’ingresso del corridoio.

- Fate in modo che questa arrivi al Principe Petrov - dissi seria, con un russo molto raffazzonato che pretendeva di essere autoritario.
La guardia annuì e si dileguò.


Mi ripetevo nella mia testa che avevo fatto la cosa giusta, ovvero che mi ero dimostrata gentile e disposta a collaborare per dargli la possibilità di comportarsi bene con me e con la mia casata.

Ma se era davvero così, perchè il mio cuore tamburellava nel petto, impazzito?


***


Il giorno dopo, infatti, mi alzai con una brutta sensazione addosso; già mi trovavo in Russia, vicina a Viktor, non potevo
almeno evitare di provocarlo a venir al mio castello?

Iniziai a rimproverarmi mentre scendevo le scale.

Mi bloccai a metà dell’ultima gradinata, quando lo vidi entrare con un enorme mazzo di fiori bianchi.

Mentre avvampavo, mi avvicinai a lui, rincarando gli insulti a me stessa.


- Buongiorno Contessa - mi disse inchinandosi, con la sua solita aria inquietante.
Io gli porsi, già formicolante, la mia mano, così che lui potè baciarla.

- Buongiorno Principe - dissi io, con voce tremante.
- Questi sono per voi, un semplice omaggio - me li porse appena, per farmeli vedere.

- Sono … bellissimi - dissi, imbarazzatissima, sporgendomi per annusarli, guadagnando quegli istanti per nascondere il viso tra le foglie. - Non dovevate disturbarvi, Principe-

- Diede al servo di fianco alla porta il mazzo così che potesse sistemarli in camera mia.
In quel momento, rimanemmo solo io e lui. Nessun mazzo tra noi a segnare le distanze. Lui mi guardava, non lasciava trasparire emozione.
Sembrava quasi che fosse perplesso. Avrei azzardato che non sapeva come comportarsi. E che forse nemmeno lui riusciva a leggere me.
Arrivò, per mia fortuna, mio zio Vladimir che, dopo le dovute riverenze, lo invitò a fermarsi per uno scotch.

- Vi ringrazio immensamente per la vostra ospitalità, Conte Petrov - esclamò, portandosi le braccia dietro la schiena, assumendo il suo solito sguardo autoritario.

Quel gesto mi fece rabbrividire, ricordandomi la mia prima sera in Russia.

- Ma non sono venuto qui per parlare di alcuna faccenda pubblica, bensì sono venuto per sperare di poter passare qualche minuto con la Contessa -


Il mio stomaco si chiuse di colpo, Vladimir fu preso in contropiede.

Oh Gesù.

E adesso cosa voleva questo da me?


Fermai lo scatto della mano verso il muro, dove l’avrei scagliata volentieri, ripetutamente, finché non mi fosse caduta.

La prossima volta, qualsiasi gesto eroico avessi voluto compiere, avrei chiesto prima ai servi di legarmi al letto e di impedirmelo.

- Naturalmente vostra maestà, sono certo che Rebe… Viktoria sarà più che contenta -

Si girò verso di me, incitandomi con gli occhi a dire qualcosa.
O ad essere contenta.

Diamine, i suoi occhi disperati mi stavano implorando di avere una reazione.


Un finto sorriso, piatto, di circostanza, fu tutto quello che riuscii a partorire, uscì frettoloso e svanì subito.
Di certo non doveva essere convincente.

- Perfetto - esclamò lui ignorando le mie ginocchia che tremavano.

Mi si avvicinò e mi porse il braccio.
Io tentennai.
E dovetti sforzare ogni muscolo per allungare la mano allungai la mano verso il suo braccio alto, ignorando i soliti segnali che il mio corpo mi mandata.

Quasi senza toccarlo, mi affiancai a lui, che mi accompagnò nella sala da tè.

In quel momento mi sarei volentieri tagliata via la mano con cui scrivevo con la stilografica che avevo usato la sera prima.
Avevo veramente paura di rimanere sola con lui.

L’unico pensiero che mi fece rimanere al suo fianco, che non mi fece scappare urlando furono le parole di Ludmilla: ero una donna, un sacrificio umano perlopiù, la mia unica dignità stava nell' accettare il mio destino a testa alta; anche se nessuno contava su di me, volevo prendere tempo e convincerlo a non far male ai Petrov.


Se non ci fossi riuscita, l’avrei sposato senza protestare.

Perciò respirai profondamente mentre il servo chiudeva la porta, chiudendo la stanza già di per sé troppo stretta.

Cercai di concentrare tutte le mie energie su un solo pensiero coerente, cercando di evitare quel mio solito rimuginio incoerente.

Io ero una Contessa, ero nel mio castello.
Dovevo farmi coraggio e comportarmi da tale.


- Accomodatevi pure dove preferite, Principe - dissi, mettendomi nel panni della padrona di casa.
La mia voce tremava mentre lo dicevo, così come il mio braccio che voleva aprirsi in modo naturale verso le sedute del salotto.

Lui sembrò piacevolmente sorpreso, fece un sorriso compiaciuto, quasi divertito, e si sedette.

- Sentite, Contessa, vorrei farei un patto con voi - disse, in italiano fluente. - Possiamo parlare Italiano assieme-

Era seduto di fronte a me e si sporgeva in avanti con quel ghigno malizioso.
Io mi stavo sforzando di imparare il Russo e ormai lo parlavo in casa, perciò questa sua proposta mi fece riflettere.

Era per la mia terribile pronuncia?
Era perchè non mi esprimevo bene?

E come diavolo conosceva l’italiano?

Se avesse saputo che non ero una persona di molte parole, di certo avrebbe apprezzato il mio parlare in altre lingue.

- Non vi preoccupate, Contessa. E’ un modo per mettervi a vostro agio. E anche un po’ per migliorare il mio Italiano - disse esplodendo in un sorriso bianchissimo a trentadue denti.
- Sarebbe più utile non darsi del voi, allora - risposi, rispolverando una lingua che non sentivo da qualche settimana, ipnotizzata dal suo sguardo.

Lui se ne accorse, ed io avvampai.

- Avete ragione. - acconsentì, ridendo. I miei tentativi di essere sciolta e disinvolta dovevano farlo ghignare. - Allora potremmo iniziare a darci del Tu e a chiamarci per nome- avanzò ancora.

Ad una prima occhiata, i modi di quel ragazzo sembravano dolci e ammiccanti.
Ma sotto sotto, o forse era una sensazione solo mia, leggevo solo prepotenza e senso di superiorità.

- Certo, Viktor - esclamai, incerta nel pronunciare il suo nome.
- Perciò, Viktoria … -
- Rebekah - risposi, di riflesso, poco prima di mordermi la lingua.

Non sembrò prendere bene questa cosa.
Fece qualche secondo a guardarmi fisso negli occhi, poi sembrò scuotersi.

- Come vuoi, Rebekah - annuì, con una punta di amaro
- Dunque, sono contento di avere questa opportunità di conoscerti -


Io annuì poco convinta.
Potevo mentire di voler provare a collaborare, ma non che il piacere fosse reciproco.

Ma lui doveva essere parecchio narcisista, perchè ignorò la mia titubanza e continuò a concentrarsi sul suo discorso.
- Sono sicuro che andremo d’accordo. Posso chiederti come ti trovi in Russia, Rebekah?-
- Abbastanza bene. Fa freddo. - risposi, cercando di essere più disinvolta possibile.

Fa freddo?

Davvero, Rebekah?

Come poteva essere quello, a San Pietroburgo, un argomento di conversazione?

Era ovvio che faceva freddo, si crepava di freddo, non era niente di nuovo.

Dovevo sforzarmi, ma i miei tentativi suonavano deludenti persino a me.
- Ma il castello mi piace. Gli zii sono gentili - aggiunsi frettolosa per evitare che lui si accorgesse dei miei pensieri intermedi.
- Tuo zio è un nobile servitore. Ho preferito mandare lui a prenderti in Italia, piuttosto che i miei uomini. Ero certo che con lui ci sarebbe stato un approccio più …delicato, che ti avrebbe messo più a tuo agio -

Sebbene l’arrivo di mio zio mi avesse messo tutt’altro che tranquillità, non osavo immaginare cosa sarebbe successo con i suoi scagnozzi.
Ma ora dovevo fare una domanda.
Una qualsiasi domanda che camuffasse la mia fortissima voglia di correre via e rinchiudermi in camera mia.

- Parli molto bene l’italiano - aggiunsi, sperando che da questo si sviluppasse una conversazione.
- Ti ringrazio. Ho avuto un insegnante di Roma -
- Lo studi da tanto?-
- Da circa nove anni. Così come il Finlandese, il Lettone, l’Ucraino e il Cinese e, ovviamente, l’Inglese. I miei genitori mi hanno impartito un’ampia educazione sulle lingue principali dei confini russi-
- E io che pensavo di essere brava perchè so lo spagnolo e l’italiano - pronunciai con una risatina nervosa, non potendo fare a meno di pensare che nove anni era esattamente il tempo che io avevo trascorso in Italia. E la cosa, non era probabilmente casuale.

Lui però sembrò interessato a quello che avevo appena detto.

- Non ho mai imparato lo spagnolo. Penso che sarebbe bello imparare una lingua nuova, magari un giorno me lo insegnerai -
- Perchè no - esclamai, mentre nella mia mente di motivi me ne passarono mille. - Hai dei fratelli?- chiesi, sempre per evitare che cogliesse i miei veri pensieri.

Ma presa dalla fretta feci una smorfia.

Vladimir si sarebbe arrabbiato, dicendomi che a un nobile non si chiede nulla della sua stirpe, perché la si dovrebbe sapere a memoria.
E in effetti io, con alcune lacune, la stirpe dei Volkov la sapevo.

- Non avrei dovuto chiederlo. E’ stata una domanda stupida - mi affrettai a dire, abbassando la testa imbarazzata.

Lui rise in modo composto.

- Imparerai a memoria tutti quei boriosi nomi di vecchi decrepiti con il tempo. Non sono qui per interrogarti. Puoi farmi qualsiasi domanda- questo suo sciogliersi sciolse anche me e mi sentii un pò meno tesa.
- In realtà nelle dinastie ufficiali non compare, ma io avevo una sorella maggiore. Ha preso i voti da molto piccola, e perciò ha perso qualsiasi diritto di erede della casata. E tu, Rebekah? Hai fratelli o sorelle segrete di cui io non sono al corrente? -
- Siamo sempre state io e la mia madre adottiva. Dopo qualche anno è arrivato il suo compagno -
- E come ti trovavi in Italia?- l’uso del passato mi fece intuire come lui desse l’Italia nella mia vita come un capitolo ormai completamente chiuso.
- Beh… era bella. Mi manca poter andarmene dove mi pare - ma ripensando a come laggiù stessi in un perenne stato di catatonia e senza parlare, pur avendo la possibilità di andare dove volevo, non ci ero mai andata.
- Perchè, qui no?-

Mi morsi un labbro.
Non sarebbe stato carino riferire che non uscivo di casa perchè temevo di essere caricata su un pulmino al primo angolo della strada da qualche Volkov.

- Gli zii vogliono proteggermi - dissi veloce
- Ma è inammissibile che tu non abbia mai visto veramente la Russia, la tua casa - disse esterrefatto. - Se me lo permetterai, Rebekah, un giorno vorrei accompagnarti personalmente a vedere i dintorni della nostra terra -
- Sarebbe bello - a parte il ribrezzo ed il terrore di stare una giornata sola con lui, dovevo ammettere che l’idea di visitare una piccola parte della Russia mi rendeva curiosa.
- Conosco alcuni posti molto belli a San Pietroburgo che non puoi non vedere. E spero che tu sia una fan del nostro cibo, perchè conosco un posto dove fanno i vatrushka più buoni di tutta la Russia…-
- Hai detto vatrushka?- dissi come scossa.


Come un lampo mi ritornò alla mente quel flashback di qualche settimana prima che, a causa di eventi molto più incombenti, mi ero dimenticata di approfondire.
- Penso mi piacessero. Forse li ho mangiati da bambina.-

Lui spalancò la bocca appena e sollevò un sopracciglio.

- E’ una cosa inammissibile essere una Contessa, tra le più importanti di tutta Russia, e non mangiare i vatrushka!- rise e io mi sorpresi a ridacchiare imbarazzata.

Per quanto dentro di me mi dicessi come si, dovevo essere gentile, dovessi cercare di vincere la paura di Viktor, sentivo che tutto sommato non stava andando così male.

Infondo, ero ancora seduta lì.

- Sono contento di aver scambiato due chiacchiere con te, Rebekah - aggiunse, guardandomi negli occhi - Spero di poter passare a scambiarne ancora -
- Sono contenta anche io - dissi annuendo.

Lo pensavo?
In effetti, ero davvero soddisfatta di me stessa.

Era una cosa che, qualche settimana prima, non mi sarei sognata nemmeno di poter sostenere.
E dovevo ammettere che quella versione di Viktor, quella senza sangue e senza aria inquietante, su due piedi, era persino tollerabile.
Una volta che la conversazione aveva preso piede non c’era più l’assassino spietato.
Il problema era tenere presente che quell’altra parte di lui si poteva mostrare in qualsiasi momento, a qualsiasi parola sbagliata.

E forse, dicevo forse, potevo addirittura sperare di cercar di portar fuori la parte buona, quando in mia presenza, e di riuscire ad avere una conversazione.


Ci riflettei, durante la pausa del pranzo, mentre leggevo un libro consigliato da Ludmilla per ampliare il mio vocabolario Russo, dopo un’intera giornata a flagellarmi con altre lunghissime lezioni di etichetta.
Un servo entrò nello studio con in mano una grande scatola azzurro cielo che fumava dai lati.
Sul bigliettino, ormai inconfondibile, Viktor mi augurava di gustarmi delle vatrushka appena fatte dal forno più antico di tutta la Russia, dichiarando di non poter aspettare di rivedermi.


***


Le visite di Viktor diventarono sempre più frequenti nel corso della mia seconda settimana.
Ormai si avvicinava il Natale e mi chiedevo se l’avrei festeggiato con Theresa, che ancora non riuscivo a contattare.

Avrei voluto averla vicina, ma non l’avrei mai messa in pericolo facendola venire in Russia.

Un giorno, nella posta, arrivò un bigliettino con impresso sulla cera lacca nera la V e il lupo; da quando avevo iniziato a studiare Russo, avevo scoperto che Volkov, in realtà non era altro che la parola russa che indicava l’animale.

Lo zio la stava leggendo quando io entrai in biblioteca con Ludmilla, dove solitamente studiavamo alla grande scrivania al centro della stanza.
Lui appoggiò il biglietto davanti al posto dove la moglie si stava sedendo. -

- E’ un invito al ballo di Natale dei Volkov - spiegò, senza che lei dovesse leggerla.

- Non ci hanno mai invitato al loro ballo - esordì lei, guardandolo intensamente.
- E’ un male? - chiesi io delucidazioni.
- Da un certo punto di vista no. Fino allo scorso Natale i Volkov ci davano la caccia. Ora ci invitano alla cena di Natale più importante di tutta Russia. E’ sicuramente una dichiarazione di pace. Però sicuramente Viktor ha in mente un piano-
- Un piano? - chiesi confusa, sicura di non poter sopportare altre esecuzioni pubbliche.
- Viktor è un grande stratega- disse seria Ludmilla - E’ un ragno che sta tessendo una ragnatela molto fitta e piano piano tira i fili e ottiene quello che vuole. E quello che vuole è arrivare al matrimonio, la tregua è temporanea. In questo ballo vuole dichiarare le proprie intenzioni davanti a tutti i nobili e iniziare a farli capire che il vostro fidanzamento è questione di settimane, giorni -

Il cuore mi pulsava in gola. Non mi ero ancora abituata alle sue visite frequenti, alla nostra vicinanza; non ero pronta a qualsiasi cosa venisse dopo.

- Che cosa devo fare? Non sto andando bene? - pensavo che cercare di conoscerlo sarebbe stato utile per stabilire una tregua.

Ma fino a quando dovevo assecondarlo?

- Purtroppo non possiamo dirti cosa fare. Devi essere tu a cercare di capire come agire, in base a quello che conosci di lui, ai suoi punti deboli e punti forti. Tu sei l’unica che può conoscerlo davvero, per tutti noi sarà sempre un mostro senza cuore. Ma tu puoi capire dove andare a parare, fare in modo che lui ti ascolti e che prenda in considerazione la tua idea di non sposarti con lui. -

Mi sembrava una situazione impossibile.
Come potevo io tenere testa ad una persona del genere, così disponibile e gentiluomo, capace in un secondo di trasformarsi in un assassino a sangue freddo?
Mi sarei dovuta esercitare e seguire questa linea e l’avrei fatto l’indomani mattina, quando lui, come ormai di consuetudine sarebbe venuto a trovarmi.


Nessuno mi avrebbe aiutato, ce l’avrei dovuta fare con le mie forze.
Ero l’unica che poteva salvarmi.


***


Seduta sullo sgabello del pianoforte, di fronte alla porta della sala da the, me ne stavo lì ad abbozzare qualche notturno di Chopin che mi era rimasto impigliato in testa quando avevo studiato pianoforte.
Theresa mi aveva iscritto, per tanti anni era rimasto il mio unico impegno.
Pare che il suo intento fosse fare terapia con la musica.

Non suonavo veramente da tanto, perciò familiarizzavo nervosamente coi tasti.
Quel giorno avevo indossato un meraviglioso vestito celeste, proprio come le rose che Viktor mi prendeva sempre, e avevo legato i capelli in una coda alta. Insomma, cercavo di essere più curata, come se mi fossi aspettata il suo arrivo da tutto il giorno.
Mi innervosiva essere esposta più del dovuto, che il mio viso fosse libero dalla tendina di capelli che usavo per nasconderlo.
Ma mentre la mia mente disfattista, non più inibita dai farmaci, già cantava tutti i possibili scenari, una remota parte di me, sepolta dalle altre, cercava di emergere: lo fai per la Russia.
Lo fai per tutte quelle persone che, tu non lo sapevi, sono la tua famiglia.
La loro vita vale questo momento di paura.

Quando lui entrò dalla porta, accompagnato da un servo, giurai di aver intravisto un barlume di stupore.

- Buongiorno Rebekah- disse con un grande sorriso.
Io sorrisi, contando in testa i secondi, per costringermi a tenerlo per un tempo tale da farlo sembrare vero.

Mentre lui avanzava e mi alzai in piedi, reggendomi al pianoforte.

- Buongiorno Viktor - gli porsi la mano e lui me la baciò caloroso.


ventidue, ventitré, ventiquattro…


- Posso dirti che oggi sei veramente bellissima, Rebekah?- mi guardò intenso.
Io arrossii, sebbene la vicinanza con lui mettesse a dura prova la mia convinzione di fare quell’incontro.
Ma dovevo ricordare il mio obbiettivo.


trenta, trentuno, trentadue…



- Sei molto gentile - dissi.
Rimanemmo in piedi a guardarci, in un momento di silenzio.
- Cosa suonavi?- chiese, guardando il pianoforte.

La parte arrogante di lui, quel giorno, sembrava quasi sparire.
Così come diminuiva il mio timore che l’assassino si facesse vivo durante le nostre conversazioni.

- Niente in particolare, qualcosa che mi ricordavo dalle lezioni- dissi andandomi a sedere.

Lui mi seguì e si sedette di fianco a me, molto vicino.
Respirai ed evitai di pensarci.


cinquantaquattro, cinquantacinque, cinquantasei…


Iniziai a suonare il Notturno op.9 numero 2, dolce, leggero e melodioso, e mi sorpresi come mi ricordassi a memoria tutto il primo minuto.
Era come una notte al chiaro di luna a Parigi, una notte felice.

Mi fermai quando dimenticai le note, imbarazzata.
- Purtroppo senza spartito è difficile - ammisi.
- E’ stato meraviglioso - disse, fissandomi.
Io continuai a guardare i tasti neri e bianchi imbarazzata, ma potevo quasi sentire il calore che emanava sul viso tanto era vicino.


centotrentotto, centotrentanove, centoquaranta…


Senza dire altro, poggiò le mani sui tasti e iniziò a suonare con disinvoltura, come se giocasse.

La melodia che emanò il pianoforte era lenta, cupa, sembrava un canto di una persona triste.
Ma, allo stesso modo, era molto elegante, come chi porta il dolore con orgoglio e ne fa il suo vestito migliore.
In alcuni tratti la melodia aveva delle parti più alte in cui sembrava scorgersi uno spiraglio di ottimismo, come se la persona in questione sperasse in una condizione migliore.

Mi fermai ad osservare il suo viso mentre suonava.
Lo spigolo della sua mascella sotto l’orecchio sembrava ancora più rigido e tagliente, l’ombra che creava era di pieno contrasto col bianco latte del suo viso.
I suoi occhi erano fissi sulle sue mani, non come chi si sforza di ricordare le note giuste, ma come chi stava suonando il proprio mondo.
Quella fu la prima volta che lo guardai davvero, senza il filtro della paura
Senza il terribile incubo di lui, della sua bocca che vomitava pece.
In quel momento, era come se il ragazzo freddo calcolatore che mi stava mostrando all’esterno non esistesse.
Dalla sua mascella risalii con lo sguardo al suo zigomo, al sopracciglio nero pece appena corrucciato, alle sue ciglia che, di profilo, curvavano così perfettamente da ricordare le sue labbra piene rosa antico, serrate.
Un ciuffo nero gli cadeva davanti alla fronte, non in disordine, perfetto lì dove stava.

In quel momento, in quel preciso momento e su quelle precise note, io non ebbi paura di lui.
La sua anima nuda su quella musica.

Era lo specchio simmetrico della mia.

Come se avessi finalmente trovato nel mondo qualcuno che soffrisse il dolore e la solitudine esattamente come l’avevo sofferta io per diciotto anni.

Era perciò questo il segreto che Viktor teneva dentro, l’informazione che io tanto bramavo: la fragilità del suo io interiore.

Di colpo la musica finì e la magia si ruppe.
Io mi ero avvicinata molto a guardarlo, a studiarlo, appoggiando la testa sulla mia mano.
Appena lui tolse le mani dalla tastiera io mi risvegliai da quel momento, pronta a chiedere scusa per averlo fissato così, terrorizzata che lui si sentisse minacciato dalla mia ispezione.

Ma lui non disse nulla, si girò e mi guardò a sua volta.

Neanche io parlai.
Ma era come se non ci fosse il bisogno di dire nulla.

Lui si fermò a guardare il mio viso ed io il suo.
Senza distogliere lo sguardo.
Eravamo come due volti, senza espressione, che cercavano di capire l’altro.


Lui cercava di capire quanto io avessi visto di lui. ?Io cercavo capire quanto lui avesse capito che io avessi capito.

In quell’unico istante, eravamo alla pari.
Stavamo giocando allo stesso gioco.
E avevamo le stesse armi.

Perchè se il Principe Volkov pensava di carpire qualcosa dal mio viso, apatico dalla nascita, si sbagliava.
E forse era questo che lo spingeva ad esporsi.
Perchè sperava che io mi sbilanciassi.

In quel momento, il suo schema, la ragnatela che stava tessendo, mi fu chiara e cristallina.

Stava cercando il mio punto debole.
Anche lui non sapeva che pesci prendere con me.

Ebbi un sorrisetto compiaciuto.

E se Viktor pensava di trovarlo, che si facesse avanti: ero morta dentro da diciotto anni.


Quella partita, quella che stavamo giocando, di colpo si fece interessante: sentivo di avere le carte giuste, non per vincerla, ma per giocarla.


Lui non ebbe nessuna reazione.
E chissà quali analisi stava facendo dentro di sé mentre compariva il mio sorrisetto.
- Sono un grande amante di Beethoven - sussurrò appena, spezzando il tempo delle riflessioni.

- Vostra Grazia - pronunciò una voce flebile, in Russo, che risuonò molto invadente. Lui di colpo si tirò su e si mise composto, e cosi feci io.

Di certo non era molto da galateo fissarsi così.

- Si?- chiesi, rivolgendomi alla serva che era entrata.
- Vostra Zia, la Duchessa, vi comunica che dopo pranzo verrà qui il sarto per il vestito del ballo -

Mi sembrava totalmente fuori luogo una comunicazione del genere, data da un servo.
Me lo avrebbe potuto dire Ludmilla in persona dopo l’incontro.

- Ringraziatela da parte mia - dissi solamente senza guardarla, irritata per avermi fatto perdere lo sguardo di Viktor, che avevo in pugno.


Lei chiese scusa e uscì dalla sala.
Il silenzio divenne di colpo imbarazzante.

Eravamo stati colti a guardarci in un modo in cui io non avevo mai guardato nessuno, che sicuramente era facile da fraintendere.

Dopo qualche attimo a trovare le parole giuste, Viktor si fece avanti.

- Sono contento di sapere che verrai alla festa di Natale della mia famiglia - disse poi, con un sorriso.

Era tornato di nuovo quel muro di apparenze che voleva farmi vedere.
Storcendo il naso, ritornai sui miei passi e giocai come programmato.

Doveva aver cambiato strategia.

- Sono elettrizzata all’idea. Mi piace molto il Natale - dissi, decisamente rinfrancata dal mio “vantaggio” - Le decorazioni, la neve … -


Mi piaceva davvero? In America ed in Italia lo odiavo.
Era solo l’occasione di ricordarmi che ero orfana in una gioia che non condividevo.
Eppure dovevo ammettere di essere curiosa della sua festa di Natale.

- Non vedo l’ora che arrivi quella sera - esclamò, sicuro di sé.

Le carte erano in tavola: entrambi sapevamo che era un gioco di astuzia, ormai.
Ed eravamo entrambi divertiti ed intrigati da questo.

Chissà quale sarà la prossima mossa dell’altro.
Chissà cosa succederà a quella festa.

La nostra battaglia mentale, tra una depressa e uno psicopatico, non poteva che alimentare le nostre patologie.

Ma non vedevo l’ora di continuare questo gioco.
E di dargli filo da torcere.

E vedevo che anche per lui era lo stesso.

- Ma ora pensiamo a noi, Rebekah - disse girandosi verso di me. - E’ strano avere due nomi, non pensi? -
- Direi di si. E poi quello Russo è un nome… importante. Non mi ci ritrovo molto - esclamai, ricordandomi di doverlo memorizzare.
- Ma tu sei una persona molto importante, sei Contessa - mi corresse, come se non capisse il punto.
- Ho passato tutta la mia vita a pensare di essere Rebekah Green. E ora mi dicono di essere Viktoria, ancora ci devo fare l’abitudine -
- Per me sei sempre stata Viktoria - sussurrò
- E’ per questo che mi serve tempo per abituarmici - buttai lì, sperando che lui estendesse il concetto al matrimonio.

Fece una pausa in cui sperai che lui assimilasse il concetto. Ma riuscii quasi a vedere i suoi schemi cambiare.
- Parlami di Rebekah Green, allora. Chi è lei? -

Era una bella domanda.
Rebekah era una ragazza insicura, una ragazza silenziosa, che non amava parlare.
Una ragazza che soffriva di depressione e di una serie di altre cose da quando ne aveva memoria.

Una ragazza senza hobby, senza interessi, totalmente apatica.

Come potevo parlare di lei a Viktor. Sarebbe stata per lui una vittoria troppo facile.

La Rebekah che conoscevo io non era la stessa che era di fronte a lui.
Qualcosa mi stava cambiando e stava allargando notevolmente la mia zona di confort, spingendomi ad affrontare sempre più situazioni.
?Era il gioco.

- Rebekah Green è una persona molto diversa dalla Rebekah che sta qui oggi - dissi soltanto. - E sinceramente lei non mi manca -

Soppesò a lungo quello che gli stavo dicendo, lo si vedeva dagli occhi, consapevole di aver fatto un buco nell’acqua.

- E Viktor Volkov? Chi è?- chiesi io allora.
Sorrise della domanda.


Gli piaceva da matti quel gioco, lo leggevo dai suoi occhi.

- E’ un uomo pieno di misteri - aggiunse accattivante.
- Quanti anni hai?- continuai ancora.

Le domande venivano spontanee perchè dopo quell’esecuzione al pianoforte, sapevo che Viktor Volkov non era più impenetrabile.

- Ventisei anni - rispose.

Era più grande di quello che pensassi.
- Perciò quando io sono nata… -
- Avevo otto anni, si. Mi ricordo molto bene quando sei nata, quando io e la mia famiglia siamo venuti a porgere omaggio ai tuoi genitori. Mio padre mi ha guardato e mi ha detto: “Viktor, quella è tua moglie” - pronunciò.

Rabbrividii pensando a quanto fossimo stati vicini.

- Con il tempo ci conosceremo bene, Rebekah.Ho la sensazione che noi due ci troveremo su molte cose -
- Sono d’accordo - mormorai al mio avversario.

- Ora devo andare, ma ci rivedremo presto - concluse prendendomi una mano.
Il suo tocco fu come scossa, come una discesa in caduta libera sulle montagne russe, che mi fece vacillare.

La prese delicatamente e se la portò alla bocca, dandogli un lungo bacio.
Quando scostò le labbra mi guardò senza mollarla.

- E’ stato un piacere, Rebekah. Ti auguro una buona giornata -
- Grazie di essere passato - sussurrai flebile, ricordando quanto in realtà io lo temessi.
Il mio cuore batteva così forte che avevo paura che lui lo sentisse.


Quando si alzò finalmente mi lasciò la mano ed uscì. E nel momento in cui lui lasciò la stanza e fui sola, mi resi conto di quello che era successo.

Una forte scarica di adrenalina mi percorse e ringraziai di essere seduta: Ma che era successo?
Chi era quella persona che, audace, aveva tenuto testa a Viktor?

Lo avevo visto, lui era intrigato da me come sua rivale, chiaramente mi considerava alla pari.

?Era come un gatto che, forse per la presunzione di aver già vinto sul topo, gli concede l’opportunità di difendersi, per giocare, per divertirsi, per rendere quella vittoria ancora più gustosa.


Dovevo stare più attenta d’ora in poi.
Certo, avevo indubbiamente guadagnato del tempo.
Ma avrei voluto pensare bene a come architettare l’incontro successivo, in modo da eludere i suoi tentativi di affossarmi, ma purtroppo non potei farlo perchè avevo appuntamento con il sarto.

***

Mentre io ero in piedi su una pedana, un ometto piccolo e vecchio girava tutto intorno a me armeggiando con il metro. Ludmilla ed Ekaterina erano sedute davanti a me sfogliando i cartamodelli e scambiandosi opinioni.

Io con la mente non c’ero.
Non riuscivo a non pensare alla mia battaglia, basata tutta sull’astuzia e sulle abilità mentali.
Non riuscivo a non pensare a come mi sentivo viva, stuzzicata intellettualmente.

- Cosa ne pensi Viktoria?- chiese in russo Ludmilla. Anche il russo appariva strano.
Dopo essermi abituata a parlarlo per due settimane, Viktor mi aveva ritagliato una porzione di tempo dove poter parlare Italiano e sentirmi più a mio agio.

Ma mi sentivo davvero a mio agio con lui?

- Di cosa?- chiesi scuotendo via il pensiero.
- Di questo modello - girò il grande quaderno e me lo porse. Mi ci vollero un paio di secondi per concentrarmi completamente sulla figura disegnata.

Il vestito rappresentato era semplice; un abito aderente sul corpetto e sui fianchi che poi si apriva leggermente fino ai piedi, ricordava un flute di champagne capovolto. Il corpetto era semplice con uno scollo a barca e le maniche corte.
- E’…carino. Mi piace la forma, ma il sopra non tanto… - ammisi - Pensavo a qualcosa di più…particolare - dissi in russo, in modo che il sarto potesse intervenire.

- Se mi permettete Contessa - disse lui, avvicinandosi al cartamodello - Per voi avevo in mente una fantasia floreale, più briosa - disse sfogliando con furia il quaderno.

Mi indicò un altro disegno, pomposo, sfarzoso, ma meravigliosamente ricamato con migliaia di fiori in pizzo che arrivavano fino a al petto e sulle maniche.

Era decisamente troppo per me.

E’ possibile mettere questo corpetto sul vestito di prima?- chiesi.
Il sarto sembrò perplesso e un po’ titubante.
-Datemi un momento -

Si sedette su una poltroncina in disparte e iniziò a scarabocchiare sul quaderno.

- Dunque, Becca - mi chiamò Ekaterina - Come stanno andando i tuoi incontri con Viktor? -
- Bene - esclamai con convinzione, trionfante.

Loro si scambiarono uno sguardo sorpreso.

- Pensi che vi state avvicinando? - chiese Ludmilla
- L’importante è che lui ti ascolti. Devi avvicinarti abbastanza, ma non troppo -

Non sapevo molto bene cosa ribattere a tutto quello, ma per fortuna il sarto finì lo schizzo e me lo porse.
- E’ perfetto - esclamai, porgendolo ad Ekaterina e Ludmilla - Ma vorrei le maniche lunghe, non la mezza manica -

- Sei sicura? - chiese perplessa Ekaterina, studiando il modello - Per me è perfetto così -
- …penso sia necessario - esclamai, alzando le maniche della mia maglietta e mostrando gli avambracci pieni di cicatrici.

Loro li guardarono a bocca aperta, perciò io tirai giù le maniche.
L’ultima cosa che volevo lasciare a Viktor era quella ghiottissima informazione.

Ekaterina si alzò di colpo e mi abbracciò.

- Mi dispiace - disse soltanto, dalla mia spalla.

Ovviamente lei, mia madre biologica, doveva sentirsi in colpa.

- Quel che è passato è passato - sussurrai, anche se niente era veramente passato.
Ci fu un momento di silenzio, in cui nessuno sapeva più cosa dire di fronte a quella situazione

- …E di che colore lo faccio?- intervenne il sarto, riportandoci coi piedi per terra.
- Penso che bordeaux ti donerebbe - disse Ekaterina - Attirerai l’attenzione - esclamò poi.

Assentii per quel colore: non dovevo passare inosservata quella sera, nel mio abito da battaglia.









.....Continua .......



Anedonia, Cap.6: il gioco testo di AriaStoinov
1

Suggeriti da AriaStoinov


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di AriaStoinov