Ash

scritto da Cotton_Candy
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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Autore del testo Cotton_Candy

Testo: Ash
di Cotton_Candy

Si presentava come una scura e lugubre figura che soleva aggirarsi di notte tra le buie vie della città, con passo lento e sicuro. Nella mano destra stringeva un alto bastone contorto e nodoso su cui era appesa una lanterna, che, con luce fioca, illuminava i ciottoli su cui la figura camminava. Nella sinistra invece reggeva un libro dalla copertina in pelle nera, chiuso da due cinghie attaccate alla copertina, lo teneva appoggiato al petto come a proteggerlo, come fosse più importante della sua vita, come fosse il suo unico strumento per vivere. Nonostante fosse ben avvolto nel suo lungo cappotto nero e avesse la testa coperta da un cappello a tesa larga, anch’esso nero, si poteva benissimo denotare la sua struttura slanciata; era alto, molto alto, ed era magro, molto magro, troppo magro, quasi fosse un cadavere che passeggiava; la luce della lanterna continuava altalenante ad illuminare la strada e lui continuava a passeggiare, lento e inesorabile, come la morte. Era chiaramente un uomo, per quanto surreale, era un uomo. Lui continuava a camminare, sicuro ed imperturbabile, mai una volta si girò o esitò, mai una volta cambiò andatura, sembrava avere una meta precisa, sapeva dove andare, come un automa che esegue un ordine, anche se, simultaneamente e contraddittoriamente, sembrava camminare senza una destinazione precisa, come se avesse uno scopo ma non un posto preciso dove realizzarlo e dunque vagasse in attesa di essere fermato, fare il suo dovere e proseguire; nessuno avrebbe mai potuto immaginare che fosse davvero così. Lui imperterrito continuava a camminare, nonostante un corvo si fosse appollaiato sulla sua spalla, chiaramente era il suo corvo, certo, inusuale, ma forse nel contesto era del tutto ordinario. Alla coppia di viandanti presto si aggiunse anche un gatto nero dagli argentei occhi, argentei come la targhetta che ne decorava il collare, il quale era costituito da una semplice corda blu scuro. La placca era liscia e piccola ma se ne poteva facilmente leggere la dicitura: “Desdemona”. Accompagnato dai due guardiani, l’uomo, deviò da quello che poteva sembrare un consueto percorso; si diresse verso i confini della città, prima di entrare nel bosco però le nuvole si diradarono lasciando completamente scoperta la luna, che quella notte era piena e brillante. La luce illuminò il volto dell’uomo, che per la prima volta si girò, o, per meglio dire, ruotò leggermente la testa, quel tanto che bastava per scorgerne i tratti, i quali, malauguratamente erano coperti da una maschera a forma di becco che copriva dal mento al naso. La maschera era fatta di pelle, anch’essa nera decorata con cuciture a croce fatte in filo d’argento e scintillanti giunture e borchie, anch’esse argentate. Non riuscii purtroppo a vederne nemmeno gli occhi dato che erano coperti da degli occhiali dalle lenti rotonde e scure. Tornò a guardare in fronte a sé e si addentrò nel bosco. E come spinta da una forza ultraterrena lo seguii, non so perché, ero inquieta e sapevo che non sarebbe stata una buona idea ma la curiosità era come un tarlo che mi stava velocemente divorando e svuotando, e sentivo che quel vuoto mi avrebbe risucchiato in un vortice di follia senza mai poter farne ritorno. Possiamo chiamarlo istinto di sopravvivenza, o almeno, avrei potuto chiamarlo istinto di sopravvivenza, quando era ancora così, scegliere tra impazzire o seguire un misterioso uomo, sarebbe stato bello, se fosse stato solo un semplice seppur inquietante uomo. L’uomo oltrepassò il ponticello sospeso in legno scricchiolante e venne inghiottito dalla vegetazione, o comunque era quello che mi sembrava prima che oltrepassassi anche io quel ponte. Appena alzai lo sguardo non credevo ai miei occhi, lungo il suo cammino ogni pianta moriva, le foglie sbiadivano e si accartocciavano, poi cadevano. La corteccia degli alberi prima di scuriva, quasi a sembrare carbonizzata, poi si sfaldava e qualche ramo di spezzava mostrando l’interno marcio della pianta. Il terreno prima umido a causa della pioggia diventava secco e polveroso, l’erba sembrava diventare grigia ma restava coperta dalla nebbia che si stava alzando, e gli animali fuggivano come se stesse per accadere una catastrofe naturale. Questa visione surreale mi fece venire i brividi, ma nonostante ciò proseguii fino ad arrivare dove sono ora, ai piedi di una collina grigia avvolta da un fitto e alto velo di nebbia. Sulla cima del rilievo è ben radicato un secolare albero gigantesco, contorto e nodoso, che da l’impressione di essere morto come gli altri, ma allo stesso tempo che fosse sempre stato così e che così dovesse essere, come in uno stato di morte apparente. Al cospetto del titanico albero c’è l’uomo che toglie con sommessa eleganza cappello e occhiali. Ha preso tra le mani il libro che portava con sé, ne sfila le cinghie e riesco a scorgere una scritta, sempre argento “Ash”. Senza accorgermene avevo cominciato a camminare verso di lui “ma che sto facendo? Mi devo fermare, non voglio andare da lui” ma non riesco a fermarmi “com’è possibile?” lentamente sto realizzando “io voglio andare lì, la mia coscienza mi dice di no ma ho bisogno di avvicinarmi, devo vederlo meglio, devo sapere cosa c’è in quel libro, devo sentire la sua voce, devo sapere che quello che ho visto fino ad ora è un semplice frutto della mia immaginazione e niente di più, non può essere successo davvero, quello che ho visto, giusto? È impossibile, non è logico, è irrazionale” sono quasi arrivata, senza accorgermene avevo quasi iniziato a correre. Non sono spaventata, non sono arrabbiata, non sono felice ne triste, nella mia testa c’è solo il desiderio di vedere il volto di quello strano giovane, non è più solo un desiderio, è un’ossessione che ormai ha inibito qualsiasi ragionamento, la coscienza, ogni singolo pensiero. Si innalza di fronte a me, e si volta lentamente, vedo una carnagione pallida, quasi bianca, cadaverica, i capelli non troppo corti sembrano blu scuro ma illuminati dalla luce lunare svelano dei riflessi ottanio. L’espressione che gli si è appena dipinta in volto fa accapponare la pelle, è vuota, completamente vuota, nessuna espressione, sembra serio, ma non posso fare altro che scorgere ogni singolo tratto di quel viso dai lineamenti dolci, almeno per quello che non era coperto dalla maschera. Stavo per dire qualcosa ma non sono riuscita a proferire parola, mi sento pietrificata, come se il mio corpo percepisse che mi trovo davanti a qualcuno, o meglio qualcosa, più grande di me e di qualunque cosa avrei mai potuto immaginare, nonostante ciò non mi è passato per la mente neanche per un instante che quello che avevo visto fino a prima era reale, sono completamente incantata dalla splendida figura che ho seguito e che ho la fortuna di poter ammirare. Ed è in questi ultimi instanti, in cui non mi posso muovere o reagire e in cui sono sola nei miei pensieri che come una spettatrice guarda quello che mi sta succedendo ed ho avuto la forza di narrare quello che mi sta accadendo. Il libro, legato con una catena alla cintura del ragazzo sta levitando, il nome argento sulla copertina ha iniziato come a sgretolarsi e ad incavarsi nella copertina senza bucarla, ma sembrava mostrasse le profondità dell’inferno, di un arancione più luminoso del più grande degli incendi, le iridi sono mutate e sono della stessa tonalità, ed è con questo passo inesorabile che, come ipnotizzata da quegli occhi non ho neanche più il potere di parlare muovermi e forse respirare, il becco della maschera sta iniziando ad incresparsi ed alzarsi come se si stesse aprendo, e così è, i fili d’argento cuciti a croce sulla maschera si tesero al punto di spezzarsi mostrando delle fauci spaventose da cui ero ancora più attratta. Pareva che la luce arancione partisse dal punto più profondo della sua gola. Non posso che guardarla completamente ammaliata e mentre la mia fine si avvicina io le vado incontro, come fossi un insetto attratto dalla luce, ma forse sono solo questo e niente di più, anche se, un attimo prima della fine della mia esistenza, un brivido mi attraversa la schiena.
“Della ragazza che mi seguiva non è rimasto nulla, come richiesto…” mi apprestai a prendere il coltello dalla tasca del cappotto e mentre mi ricomponevo, con la punta del coltello d’argento mi sfilai il guanto destro e feci un graffio sulla punta dell’indice e scrissi il nome dell’ennesimo sacrificio che sono stato incaricato di fare, detesto essere incastrato in questo circolo senza scelta dall’inizio dell’esistenza della vita. Ma ogni esistenza è segnata, tutti hanno un compito prestabilito. Questo è il mio ed è inutile rammaricarsene.
Ash testo di Cotton_Candy
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