Riflessione su Memento

scritto da capitano Achab
Scritto Ieri • Pubblicato 24 ore fa • Revisionato 24 ore fa
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è una riflessione su Memento dove rifletto sul ruolo della scrittura nella vita del protagonista
- Nota dell'autore capitano Achab

Testo: Riflessione su Memento
di capitano Achab

Memento è un film degli anni 2000, diretto dal celeberrimo regista Christopher Nolan che traduce in cinepresa le battute e le scene della sceneggiatura del fratello Jonathan. Il titolo è lapidario. Il termine “memento” deriva dal verbo difettivo latino memini ed è una seconda personale singolare del tempo verbale imperativo, che dunque, bisogna tradurlo “ricorda”.
Infatti, il protagonista deve ricordare la sacra promessa di vendicare la moglie, uccisa senza un apparente motivo da “un” sicario. Ma, nel tentativo di costruire o, meglio, ricostruire, dato il suo disturbo quale è l’amnesia anterograda, un, seppur flebile, percorso che lo possa condurre all’assassino, egli, in realtà, si ripete di ricordare anche un’altra persona: Sammy Jankins.
Nel lungometraggio conosciamo che la quotidianità di tale persona era stata rovinata a causa di un incidente stradale e che, come il protagonista, perse la memoria a breve termine.
Ma perché tale ossessivo monito? Andando oltre ciò che fa capire il percorso sequenziale cinematografico e cioè che la moglie di tale “Sammy Jankins” aveva chiesto una “considerazione” al protagonista del caso del marito, dato che egli è un investigatore privato di una compagnia assicuratrice e sta a lui stabilire se o non se risarcire il danno, possiamo vedere tale monito (dato che le azioni ordinarie del protagonista dopo l’incidente si susseguono parallelamente alla narrazione in flashback del caso Jankins) come un richiamo alla vita precedente, un frammento di ciò che era il protagonista prima dell’incidente.
Ma oltre a questo richiamo/monito abbiamo altri che emergono dal fondale che non altro era l’esistenza precedente del protagonista.  
In accordo a quanto detto, la seconda vita del protagonista è un susseguirsi ciclico di moniti che egli stesso segue pedissequamente, ma ignaro proprio perché, tatuati sulla sua pelle, li vede e li esegue senza domandarsi ulteriormente il senso e il perché ci sono, esistano. Senza questi richiami impressi come marchi sul suo corpo la sua esistenza sarebbe un ciclico compiersi di eventi costituita da azioni costantemente ripetute.
Ma, a questo punto, una domanda si fa avanti perentoriamente: sono questi richiami eseguiti senza memoria quelli che lo ripescano dal baratro depressivo della sua seconda vita? Lo salvano effettivamente?
La risposta sembra palese: in parte. Senza tali incisioni egli, come in una tortura infernale dantesca, “vivrebbe” in un eterno presente, in un eterno susseguirsi di azioni. Ma, se eseguiti tali comandi senza una memoria, mantengono lo stesso valore salvifico? La risposta, anche qui, sembra palese: negativo, dato che non li vivrebbe.
La metafora associabile più vicina a tale situazione potrebbe essere l’esatto momento nel quale un morto (se tale fenomeno mai esistesse in natura) che si risveglia dopo tanto tempo, deve capire il contesto che lo circonda.
Il protagonista ha solo la capacità di domandarsi che situazione sta vivendo, ma senza alcuna memoria del perché la stia vivendo e con un presente che ben presto scomparirà, mangiato da un predatore a lui invisibile.
Tuttavia, può in questo caso la scrittura salvare un uomo senza la memoria del presente (tengo a ricordare che il protagonista ricorda il passato, altrimenti non ci sarebbe storia)?
A essere positivi potrebbe essere che i moniti, cioè le frasi che in “vite parallele” il protagonista incide su sé stesso, aiutino lui a porre delle domande e a seguire degli scopi che lui stesso si prefissa, sebbene si perdano nel vuoto dell’oblio.
In conclusione, la scrittura diventa il fulcro dell’esistenza umana fin quando l’uomo si pone degli interrogativi. Tale è il caso del protagonista “Leonard Shelby” del film Memento.

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