Schiaffi di libeccio sul dì signoreggiano d’ astute predizion gelidi scenografi ch’il domani a se non si chiami per nome, che la vitrea coscienza più non s’accenda. Non padroneggio ch’un avido, ubriaco gesticolare, nello scomposto virare del naviglio, nel thalassos dell’incompiutezza e del negarsi d’ogni senso. Sale alla ribalta l’estenuarsi del primitivo, sbiadito candore, a spasmodica febbre d’annientamento eletto, nell’impotente mutar a guisa di pelle di serpente. Soffoco tra i gangli del silenzio da assurde, urlanti metastasi consunto dell’eccentrico sfavillare depredato d’un bagliore che mi sia fratello.
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