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Mio padre fumava nel cortile,
anche d’inverno,
quando il freddo apriva crepe
nelle mani
e il fumo saliva lento
nel cielo della sera.
Parlava poco.
Le parole gli restavano addosso,
inermi,
come uccelli che non trovano il coraggio
di lasciare il ramo.
Ma quando rideva
si apriva una finestra nella casa,
e la luce sembrava arrivare
anche negli angoli più stanchi.
Io lo guardavo dai gradini,
mentre la sera colava lenta
sui vasi vuoti
e sulle biciclette lucide di pioggia.
Ci sono uomini
che non sanno dire “ti voglio bene”.
Lo nascondono
nel legno di una porta riparata,
nel sonno rimandato
finché il rumore delle tue chiavi
non attraversa il buio,
oppure nel gesto semplice
di lasciarti sempre
l’ultimo pezzo di pane.
Mio padre consumava il silenzio
come l’ultima sigaretta della sera.
Negli occhi
gli restava qualcosa acceso:
una parola trattenuta,
un affetto senza nome.
Adesso il cortile è vuoto.
L’erba risale dalle crepe del cemento
come una lenta dimenticanza.
E certe notti
mi sembra ancora di sentire la sua tosse
salire piano nel buio,
mescolarsi al vento,
tornare a cercarmi.
Allora resto ferma alla finestra.
E per un istante
mi pare di vederlo ancora,
nel freddo della sera,
con il fumo tra le dita
e tutto l'amore che non sapeva dire.
Alcuni padri non dicono amore.
Lo lasciano sul tavolo,
accanto all’ultimo pezzo di pane.
@Alma Gjini