IL REGNO DI RUGGIFUGGI
Il leone Ruggifuggi regnava nella foresta già da cinque anni quando, al momento di ritrovarsi nella Radura Grande per le nuove elezioni, accadde un fattaccio.
L’orso Tiratardi fu scoperto con le mani nel sacco dal Vicerè, l’aquila Giramondo, mentre accettava dal serpente un intero favo di miele in cambio del suo voto.
“AHA! TI HO BECCATO!”, strillava il Vicerè, dall’aquila che era.
Il serpente Settepassiemezzo era l’avversario politico del leone e voleva diventare Re a tutti i costi.
“Figurarsi! Che differenza vuoi che faccia! – sghignazzò la iena Ululante, che passava di lì – Nessuno tornerà a votare per quel pagliaccio! Un vigliacco così, te lo dico io, non s’è mai visto.”. E rise forte, rivolgendosi ad un gruppetto di animali che si era radunato: “Vi ricordate quella volta che è fuggito con la coda tra le gambe, solo perché sua moglie Digrignaidenti gli aveva ruggito in faccia un po’ troppo forte? Che figura!!!”.
“Zitta tu, iena schifosa! - la redarguì l’aquila – o incateno anche te! Va’ ad ululare le tue maldicenze da qualche altra parte, prima che mi scappi la pazienza!”. E si allontanò in cerca di Ruggifuggi, tirandosi dietro il prigioniero.
“Effettivamente, - commentò a bassa voce Rossa, la volpe – il nostro Re non brilla per fierezza e coraggio. E dire che sono doti indispensabili, per un sovrano!”.
“Non so a voi, - mormorò il tasso Barbasso – ma a me sembra che ultimamente nella foresta tiri una gran brutta aria.”.
La lontra Gisulfa era appena tornata dal fiume, stringendo tra i denti una bella trota. La depose per terra e, leccandosi i baffi, osservò: “Pare anche a me. Il Vicerè e le Guardie di Corte hanno il loro da fare, per evitare una ribellione!”.
Intanto Settepassiemezzo, arrotolato attorno ad un ramo, sussurrava e sibilava contento: “Proprio quello che volevo! SSSono ssstato piuttosto bravo… sssusssurro una maldicenza in un orecchio oggi, sssibilo una malignità in un altro domani, faccio nascere sssospetti, corrompo… ci ssscommetto la mia pellaccia, che mi eleggeranno!”.
Sempre più soddisfatto, si mise a pensare ai passati cinque anni di governo. Il Re, incapace ma furbo, aveva emanato qualche legge, tanto per far vedere ai sudditi l’efficienza dell’amministrazione.
“Appendete alla quercia della Radura Grande questo cartello! - ordinava maestosamente ai cinghiali della Guardia – E fate in modo che tutti lo leggano, altrimenti saranno guai!”.
Ma erano leggi inutili e assurde, che non influivano minimamente sulla vita della foresta. Un cartello, per esempio, ammoniva:
“Tutti gli animali sono obbligati a ripulire la Radura!”.
“PUAH! – ringhiava leggendolo la tigre Faccioifattimiei – Ma se insegniamo ai cuccioli fin da piccoli ad usare i cestini per i rifiuti, invece di gettare cartacce e barattoli per terra!”.
Su un altro cartello si leggeva:
“Ogni volta che incontrate il Re, dovete fargli tre inchini!”.
E così via. Il malcontento serpeggiava, proprio come il serpente. Eppure non tutti gli animali erano contrari al Re:
“Me ne faccio un baffo! – andava dicendo in giro Faccioifattimiei – Alle scorse elezioni ho votato scheda bianca!”.
Ad altri ancora faceva addirittura comodo avere un re-fantoccio al governo:
“A me va bene così! – si confidò una sera il ghiottone Spione con Ululante – Posso darmi liberamente a furti e rapine. Rapisco i cuccioli dalle tane (per riaverli mi pagano dei riscatti da favola!), rubo la cena ai predatori più vecchi (vuoi mettere il risparmio di tempo e fatica!), spio gli altri e ne parlo male al Re (c’è sempre da guadagnarci qualcosa), rubo i giochi ai piccoli… eheheh, c’è di che divertirsi, alle spalle di quel buffone!”.
Ritornando al triste caso dell’orso Tiratardi Giramondo, sempre strillando a più non posso, lo trascinò davanti al Re, svergognandolo di fronte a tutti.
“Robe da matti! – si stupivano gli animali – Tiratardi in catene! Chi l’avrebbe mai detto! E’ così bonaccione!”.
Venne subito messo sotto processo, per essere giudicato, oltre che da Ruggifuggi, da una Giuria composta da due leoni più giovani, la leonessa moglie del Re, ed i suoi quattro leoncini.
“Cosa ha fatto quest’orso?”, domandò il Re, agitando nervosamente la coda: odiava essere disturbato mentre schiacciava il suo pisolino.
“Ha promesso il suo voto a Settepassiemezzo in cambio di un favo di miele, Sire!”, riferì ossequiosamente l’aquila.
“Ah, così – mormorò tra sé e sé il leone – Sta’ a vedere che non è neppure l’unico!”. A voce alta ordinò: “Sia portato qui Settepassiemezzo!”.
“Eccolo, Sire! – grufolò il Capo delle Guardie – Non siamo riusciti ad ammanettarlo, così l’abbiamo annodato.”.
“CONFESSA! – ruggì il Re – Quanti altri animali hai corrotto?”.
“Nesssuno, SSSire! – sibilò il serpente – Come potete pensssare che mi sssia abbasssato a tanto, proprio io che sssono sssempre ssstato il vostro onesssto e sssincero rivale!”.
“Taci, ssserpe! – esclamò Ruggifuggi, mordendosi subito la lingua per il nervoso (il sibilo del serpente era veramente contagioso, oltre che irritante) – sono abbastanza furbo da non credere ad un serpente. Dì la verità, o ti faccio divorare dalle mie Guardie!”.
“Ma SSSire, io non ho fatto proprio niente che non facciano anche nelle altre foreste! Sssvolgo una funzione utile alla sssocietà. Vi ricordo che sssono a capo dell’opposizione!”.
“Basta, mettetelo in disparte e possibilmente imbavagliatelo, non ne posso più di tutto questo sibilare! – ruggì il Re – Riportate qui Tiratardi!”.
“Ssstupido e razzisssta!” - sibilò tra i denti il serpente mentre lo portavano via – Ssse la prende con me sssolo perché sssibilo!”.
Quando l’orso gli fu davanti, Ruggifuggi gli ringhiò: “Sai se qualcun altro ha venduto il suo voto?”.
“Non lo so, parola mia!”, rispose avvilito Tiratardi.
” "E perché l’hai fatto? Non lo sai che è proibito?”.
“ Ma io avevo fame!”.
“Sire, - intervenne il ghiottone, che si stava godendo la scena ed aveva tutte le intenzioni di sfruttarla a proprio vantaggio – so ben io, chi altri è coinvolto in questa sporca faccenda! Finora non ho detto niente, per non fare sempre la figura dello spione, ma ormai non posso più tacere!”.
“Parla, allora!”, intimò il leone, guardandolo storto. “Non lo posso soffrire, e mi tocca pure dargli udienza!”, sbuffò tra i denti.
“Ti ricordi la luna scorsa, quando hai emanato quella geniale legge sull’obbligo di lavarsi almeno una volta al giorno? Bè, proprio quella sera ho visto la lontra Gisulfa parlottare in maniera sospetta con il tasso Barbasso, vicino al fiume. Li ho sorvegliati per un po’, nascosto in un cespuglio: Barbasso le ha passato sottobanco tre grosse trote.”.
“Siano chiamati a testimoniare!”, tuonò il leone.
Subito le Guardie obbedirono, e trascinarono davanti alla Giuria i due malcapitati.
“Cos’avete da dire a vostra discolpa?”, domandò il Re, sempre più minaccioso.
“Niente! – rispose il tasso, ben noto per la sua faccia tosta – Avevo un debito con la lontra, che mi aveva prestato dello zucchero, e l’ho semplicemente ripagata!”.
”Baggianate! – sghignazzò Spione – Li ho anche sentiti parlare delle prossime elezioni!”.
“Solo per augurarci la rielezione del nostro beneamato Sovrano!”, si difese la lontra, anche lei niente male in quanto a faccia tosta.
La iena rise loro in faccia, in un modo davvero offensivo e raccapricciante.
“Mi pare che qui non si cavi un ragno dal buco. – mormorò il leone alla Giuria, ovvero a sua moglie, di cui aveva una soggezione tremenda – Cosa mi consigli di fare?”.
“Lasciali parlare… - gli rispose sdegnosamente Digrignaidenti – Vedrai che prima o poi qualcuno si tradirà.”.
“Sì, campa cavallo!”, pensò il Re, che era combattuto tra la voglia di tornare al suo pisolino e la paura di una sommossa. “Se non mi dite subito la verità, vi farò rinchiudere nelle segrete del mio palazzo e butterò via la chiave! E già che ci siete, confessate se sapete di altri che abbiano venduto il loro voto!”, intimò.
Era così arrabbiato, che la lontra pensò bene di collaborare con la Giustizia: non voleva finire i suoi giorni in galera, ma in riva al fiume, a giocare e ad inseguire i pesci.
“Mi pare – disse a voce alta – di aver visto pochi giorni fa Settepassiemezzo sibilare nell’0recchio di Zannalunga… ma non saprei dire di che cosa stessero parlando.”.
“SCHERZIAMO? – si inviperì Ruggifuggi – Zannalunga è il mio fedelissimo, il Capo delle Guardie! Che hai da dire, Zannalunga?”.
“Non ho fatto nulla, Sire! – protestò indignato il cinghiale – Stavamo solo parlando del tempo. Non mi risulta che ci sia una legge che lo proibisca!”.
“Sì, sì! – sogghignò Ululante – E poi anche l’aquila reale, il Vicerè: l’ho vista io, Sire, mentre parlava col serpente. Incredibile quanto possa essere ipocrita certa gente!”, aggiunse disgustata rivolta a Spione.
“BASTA!”, ringhiò il Re – Non posso dunque più fidarmi di nessuno? E voi, canaglie! – si rivoltò inferocito contro la iena ed il ghiottone – Si può sapere perché mai dovrei credervi? Come se non sapessi che razza di carogne siete!”.
“”Noi – rispose spudoratamente il ghiottone – siamo i vostri unici, fedeli servitori, Sire! Spero che ve ne ricordiate, o potrete pentirvene!”.
A questo punto la leonessa, che era rimasta ad ascoltare interessata, prese in pugno la situazione. Senza degnarsi di consultare gli altri membri della Giuria, ne’, tantomeno, suo marito, battè una violenta zampata sul banco ed esclamò: “HO DECISO! Siano gettati in gattabuia: sono tutti colpevoli!”.
Quando le Guardie ebbero eseguito, ed il Re era ormai tornato da un pezzo al suo sonnellino, Digrignaidenti pensò soddisfatta: “Che bella ripulita!”.
Adesso le segrete del palazzo erano stracolme, ed i pochi animali rimasti a piede libero nella foresta dovevano ammazzarsi di lavoro per mantenere tutti gli altri.
Alla fine, però, la Giustizia fece il suo corso.
All’orso venne elevata una contravvenzione (dieci favi e sette carriolate di mirtilli).
Il serpente venne deportato in un’altra foresta molto lontana (cosa che rese felicissimo il leone).
L’aquila ed il cinghiale, tenuto conto delle alte cariche e delle attenuanti, furono assegnati agli arresti domiciliari, piantonati da due Guardie.
Il tasso e la lontra furono scagionati per insufficienza di prove.
La iena ed il ghiottone, pur essendo antipatici a tutti e fortemente sospetti, vennero lasciati a piede libero, e continuarono a prosperare ed a ingrassarsi a spese degli altri.
Il leone, ormai capo indiscusso senza più avversari, fu rieletto alle nuove elezioni, con gran gioia della leonessa, che lo comandava a bacchetta.
E, anche se non tutti vissero felici e contenti, la vita nella foresta ricominciò esattamente come prima.
IL REGNO DI RUGGIFUGGI testo di genny