"la, dove ferma il Tram."
Mi manca sai il tuo profumo... il tuo respiro... le tue labbra.
Non ho che un tuo ricordo un tuo sogno, un tuo.... battito del cuore. Non so nemmeno se...
“Romolo”...
Era solo.
Assorto nei suoi pensieri che sempre più lunghi giravano per la sua mente senza lasciare traccia.
Come se il loro passaggio fosse un qualcosa di normale, di sicuro. Ma non è così.
Il suo cuore quasi rallenta quando pensa a Lei.
E poi improvvisamente impazzisce.
Sente che qualcosa gli manca... ma non lo capisce... vorrebbe ma non può... potrebbe ma non vuole.
È in trappola. Un topolino che gira nella sua gabbia convinto che quello è il mondo. Che quella è la vita, mentre fuori piove e lui nemmeno se ne accorge.
È così che si sente. Solo in un mondo che non conosce, che non vive, che non capisce.
E più ci pensa più è triste.
Ma alle volte sorride.
Lo vedo: mi guarda. È contento quando parlo con lui. Quando lo osservo, quando lo nutro quando, lo coccolo. Un po’ come faccio con te.
“Porta Genova”...
- “Mi scusi si siede?”, disse una simpatica signora.
- “No, prego”.
Come se il posto fosse mio.
È abitudine, e tutti si sentono convinti che quello sia tuo. Forse cercano solo una giustificazione in merito, una scusa banale, quasi a dire “Beh... se nessuno si siede allora...”, e prova a prenderlo quel posto.
Ti si piazzano davanti, iniziano a soffrire a lamentarsi, a guardarti con quegli occhi... soltanto un ultimo respiro e poi... il nulla.
Ti vengono addosso: “O mi scusi sa... non l’ho fatto apposta...”, e cose del genere.
E quelle stesse persone. Quando le fai sedere, così come credono loro, ti ringraziano. Ti ammirano, si rivolgono al vicino: “non tutti i giovani sono cattivi, qualcuno bravo c’è... si vede che è un bravo figliolo”, ecc. ecc. Quanti luoghi comuni... troppi!.
“Sant’Agostino”...
È strano come a volte ci capita di sentirsi inutili, piccoli stanchi. Oppure sembra di essere utili più di ogni altra cosa.
È questo che la rende fantastica. Unica, rara.
Non serve la Luna o un raggio di Sole. Basta un suo sorriso, dolce e unico nel suo genere. A volte mi basta chiudere gli occhi per vedere i suoi. Piccoli, fragili occhi gialli, cambiare espressione e ricordarmi che l’amo.
Mi basta sentirne la voce anche solo un istante per ricostruire il suo viso nella mia mente. È strano come ci si può innamorare di un episodio, di una parola di un verbo se ad esso associamo un viso, un’emozione che nasce, spontanea, così come in mare un’onda si lascia cullare dal vento. È fantastico....
- “Scusi scende?”.
“Sant’Ambrogio”....
- “No”.
Si riempie di gente la metro durante il suo viaggio. La stazione è ancora lontana... ma non molto.
Se con la mente provi a volare non ti accorgi delle spinte, dei calci che involontariamente prendi. Che caldo.
Il fastidio che nasce dal sentirsi scontrato è incrementato esponenzialmente, le nozioni informatiche, matematiche ingabbiano i miei pensieri..... eppure senza di quelle... già il lavoro. Devo andare... Hotel... vicino alla stazione di fronte, di fianco... ancora 5, 6 fermate ora vediamo dunque Cadorna, Lanza, si, si... non manca molto. Fuori il tempo è umido. Che scarpe ragazzi... ma come faranno a portarle.
Non sono normale o forse si.
E poi i colori, giallo, verde, rosso... mi sono sempre chiesto come facciano a sceglierlo. Con cosa lo abbini?. Con lo zaino?. No forse con la toppa che metti sulla tasca dei pantaloni. Ma in fondo anche questa è arte.
L’arte dell’apparire senza essere o dell’essere apparendo in maniera diversa da chi, giudicandoci erroneamente, commette l’errore di vedere in noi persone che non sembrano poter dare quello che nessuno riesce a dargli. E che forse a un colloquio, di lavoro o scolastico o che altro, risultano impressionati. L’abito non fa il monaco o il monaco che lo porta non ha l’abito adatto?. O chi crede di poter inquadrare le persone solo dall’aspetto... poi prende sempre qualche fregatura.
“Cadorna”...
Apre sempre a destra la metro. No quei segnalini stupidi indicano che le porte possono aprirsi indistintamente a destra, a sinistra o da entrambi i lati.
E se ci fosse una fermata dove le porte non si aprono ne a destra ne a sinistra?. Sarebbe bellissimo. Tu sei li, turista per caso, non lo sai... passa la metro, si ferma, chi è dentro lo sa che li non puoi scendere, che quella fermata è li solo per il piacere di qualche assessore, solo per dare lavoro a una ditta che forse.... non sta a me sindacarlo. La faccia della gente, le bestemmie che nascono spontanee.
È quando il “nemico” è comune che i popoli fraternizzano. Bianchi, Neri e tutti quanti, uniti in quel momento contro l’azienda, lo Stato.
Quante chiacchiere. Basta uno screzio, un nonnulla che subito li vedi, uno contro l’altro urlare, prima si guardavano storto. L’ho visto da dietro il finestrino.
- “Speriamo che quel negro non mi freghi il posto a sedere... questa è la mia metro!”.
Stupido bianco.
Ed ora li insieme... “Il comune dovrebbe licenziarlo...”.
Come se la colpa fosse dell’autista... di quel povero cristo che avanti, indietro....
“Lanza”...
Come li scelgono i nomi delle fermate...
Dai quartieri certo... ma lanza mi fa ridere, sarà la TV... “Mira Lanza!”.
No è qualcos’altro.
Ci sono quei nomi che fanno ridere, ricordo che a militare venne un tizio... “Re Carlo Alberto”.
Allora sei stronzo. Hai un cognome Re e tuo figlio lo chiami Carlo Alberto. Lo fai apposta.
E poi l’altro...a si, “Italiano Felice”.
Il militare, un anno della mia vita buttato. O Perso. Forse no. Almeno ero vicino a casa.
Qualcosa mi ha insegnato. Mi ha insegnato a comandare... non militarmente parlando ma nel senso di... gestire.
“Avevo i miei uomini”. Come dicono i duri.
No a parte questo mi ha insegnato ad avere rispetto. Mi ha insegnato che esistono persone che passano la loro vita a rovinare quella degli altri, perché questo li fa sentire uomini, dei veri duri.
Non lo fanno apposta. Sono solo... soli. E null’altro. Hanno bisogno di mettersi in mostra e lo fanno in maniere sempre più pesante.
“Moscova”...
“Garibaldi FS”...
Non me ne sono neanche accorto. Due stazioni... il tempo passa sempre, non si ferma mai. Dovremmo avere un interruttore per poterlo spegnere. Ogni tanto, non per continuare a vivere col tempo stoppato. Ma per poterlo fermare e basta. E tu con lui.
Forse questo succede già ma noi non ce ne accorgiamo. Forse questo succede quando... quando ti innamori.
In un attimo, in una fantasia passi tutto te stesso. Vedi tutta la vita. Ricordi una sensazione un attimo e via... la mente va, viaggia.
“Gioia”...
Il mare... fantastico. E così anche la Luna.
Un quadro appare ai miei occhi ogni sera che la Luna si specchia. Quanta vanità in quel suo gesto e quanta semplicità. La vita, non è altro che emozioni che si inseguono una con l’altra.
Emozioni che si accumulano, si superano si moltiplicano, ogni tanto qualcuna la perdi e poi dopo.
È incredibile. Gioia.
Quanta luce in una parola, in un gesto in una sillaba.
In un insieme di vocali, dittongo, trittongo.
Che schifo. Come si può chiamare in una maniera orrenda l’unione, semplice e dolce di più vocali.
Senti quel suono nascosto, quel suono che solo un musicista, un pittore, uno scrittore un narratore riesce a sentire. Anche qui in mezzo a 50 persone. Quel suono che ti permette di camminare a un metro da terra. Quasi tu fossi parte dell’aria. Quell’aria leggera che tutto avvolge, di giorno di notte. Quell’aria ora calda ora fredda che in un giorno di Aprile ha portato la vita in me.
“Centrale FS”...
Sono arrivato. Eccola si sta fermando la metro.
Quasi quasi, faccio un altro giro.
SANNA Renato!
"La, dove ferma il tram." testo di SANNA Renato!