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Non so più da quanto tempo non dormo.
Le notti si confondono. Le pareti si stringono. Il soffitto respira.
E c’è qualcosa sotto il letto. O qualcuno.
Lo so.
Non è un modo di dire.
C’è davvero.
Striscia. Aspetta. Mi chiama.
All’inizio pensavo fosse solo un sogno. O un effetto collaterale dei farmaci. Ma poi ho iniziato a sentire la sua voce quando ero sveglia.
È sibilante. Umida. Inquietante.
Mi parla come un vecchio amico che sa troppo.
Come qualcuno che mi conosce dall’interno.
“Quando piangi fingi. Quando ridi menti.
Quando dormi, io mangio.”
Mi chiede cose strane.
Mi chiede:
“Perché non te ne sei andata quando potevi?”
“Perché hai detto di sì, quando volevi dire no?”
“Ti ricordi com’è avere un corpo che non fa male?”
Io non rispondo.
Non so rispondere.
Ho smesso di capire cosa sia vero.
La casa in cui vivo adesso è enorme. È mia, credo. O forse non lo è mai stata.
Le stanze sono tante, ma io posso entrare solo in alcune. Altre sono chiuse. Bloccate. Sotto chiave.
Ma lui… lui passa ovunque.
Attraversa i muri. Sale sulle pareti. Si arrampica sul soffitto come se fosse fatto d’acqua e d’ossa.
Un tempo gli ho dato un nome.
Per addomesticarlo.
Per illudermi che fosse mio.
Lo chiamavo Amico.
Ma lui rideva. Sempre.
Rideva e mi diceva:
“Io non sono tuo amico.
Io sono la parte che hai seppellito viva.
Io sono il buio che hai inghiottito per non urlare.
Io sono quello che volevi diventare, se fossi stata libera.”
Una notte ho provato a parlargli.
Mi sono seduta sul pavimento, al centro della stanza, con la schiena contro il muro e le braccia attorno alle ginocchia.
La luce della luna disegnava una croce sul pavimento.
Lui è uscito dal letto.
Un corpo lungo, troppo lungo.
Snodato. Pallido come carta. Gli occhi neri, senza fondo. Il collo storto, come se fosse stato spezzato.
Si muoveva come un’idea cattiva.
Una macchia che non si lava mai via.
“Che cosa vuoi da me?” gli ho chiesto.
Lui mi ha guardata, inclinando la testa come un cane curioso. Poi si è inginocchiato davanti a me.
“Voglio che tu mi lasci entrare.”
“Dentro dove?”
“Nel pensiero. Nel sangue. Nell’ultima preghiera che non osi più dire.”
Poi si è avvicinato.
La sua fronte ha toccato la mia.
Il suo respiro era come aria uscita da una bara.
E ha detto:
“Voglio finirmi.”
Da quel giorno, le cose sono cambiate.
La mia ombra non si muove più con me.
Resta ferma quando io cammino.
Ride quando io sto zitta.
Piange quando io sorrido.
Non mangio.
Non bevo.
Eppure, sono viva.
O forse non più.
Sento la sua voce ovunque:
nei muri, nei libri, nel fondo della tazza di tè.
Mi parla mentre dormo.
Mi sfiora mentre cammino.
E io...
io ho cominciato a rispondere.
“Sì, entra.”
“Sì, prendimi.”
“Sì, seppelliscimi tu.”
Stanotte ho preso una pala.
L’ho portata nel giardino dietro la casa.
Ho scavato.
La terra era gelida e viva, come carne bagnata.
Lui mi guardava.
Dietro di me.
O dentro di me.
E mentre scavavo, ho capito:
non stavo scavando una tomba per lui.
Stavo scavando la mia.
E quando ho finito,
sono scesa nella fossa.
Mi sono accovacciata, come un animale stanco.
Lui mi ha coperta con la terra.
Dolcemente.
Come una coperta calda.
Come una madre che vuole che tu dorma… per sempre.
Ora sono sepolta.
Ma non morta.
E lui canta.
Canta una ninnananna fatta di graffi e battiti di cuore spenti.
Mi culla con parole che non conosco, ma che riconosco.
E ogni notte,
sento la terra vibrare sopra di me.
Il mondo continua.
Ma io no.
Io dormo.
Con lui.
Con l’Amico.
E non voglio più svegliarmi.