Lo zio Luciano

scritto da Giocava
Scritto 8 giorni fa • Pubblicato 7 giorni fa • Revisionato 7 giorni fa
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Autore del testo Giocava

Testo: Lo zio Luciano
di Giocava

Lo zio Luciano

Lo zio Luciano ha dieci anni. Questo è il suo racconto del suo entrare nel mondo del lavoro.

E’ domenica mattina a Vascon, la messa è finita e il bambino ha ancora le scarpe della festa.

L’insegna del magazzino, lungo la strada del ritorno a casa, recita “Officina riparazioni auto-moto-biciclette e altro” sotto l’insegna un cartone con scritto a mano “cercasi operai”.

Il proprietario dell’impresa fuma una sigaretta con attenzione e orgoglio, sa di essere un padrone.

Mi immagino la scena: lo zio ha una faccia seria che non ha mutato nel tempo.

“Una volta ho fatto uno scherzo che non è finito bene e da allora ho smesso di fare lo spiritoso, non fa per me” mi aveva confidato in un’altra occasione

Mio zio Luciano è il maggiore di tre fratelli, zio Aldo e mia mamma Elsa. Da poco sono orfani perché il papà, partito per Sud America, risulta disperso da troppo tempo ed è probabilmente morto.

Lo zio Luciano ha dieci anni e sente la responsabilità di aiutare la famiglia.

-So che cercate operai

-Ne conosci uno?

-Sono io, eccomi

-Quando vorresti cominciare?

-Subito

-Va bene quella è la scopa datti da fare.

Lo zio Luciano non usò quella scopa per molto tempo. Dotato di talento e grande determinazione, trovò presto la sua strada. Entrò giovanissimo a lavorare alla filanda Monti, dove, grazie alle sue capacità, fece carriera fino a diventare l'apprezzatissimo capo officina.

Responsabile dei telai per la tessitura, possedeva una straordinaria abilità tecnica: quando un ingranaggio si usurava o si rompeva, era in grado di ricostruirlo al tornio, con precisione, rimettendo rapidamente in funzione i macchinari.

Se, come me, siete appassionati di fumetti, conoscete sicuramente Ken Parker, detto "Lungo Fucile". Non era un eroe, piuttosto un uomo onesto con se stesso: faceva trionfare la legge, o più spesso la sua personale idea di giustizia, grazie alla precisione del suo fucile da bisonti.

 Leggendo le sue storie e immergendomi quasi fisicamente nelle sue avventure mi sono ricordato che quel fucile l'avevo visto davvero quando ero ancora un bambino e mi trovavo a giocare agli indiani a Vascon, con i miei cuginetti, Nadia e Rinetto. Quell'arma da fuoco aveva la canna esterna ottagonale e il caratteristico doppio grilletto. Il primo non faceva partire il colpo: serviva ad armare un secondo congegno di scatto, sottile come un capello, che bastava sfiorare per far esplodere la cartuccia.

Ho visto quel fucile, dapprima coperto di ruggine, tornare a splendere grazie alle mani esperte di mio zio. Ho visto anche il suo sguardo, fiero e soddisfatto, quando me lo mise tra le mani per farmelo imbracciare.

In quel momento capii una lezione che mi accompagna ancora oggi: fare bene le cose non significa soltanto ottenere un buon risultato. Significa provare la soddisfazione del lavoro ben fatto e conquistare il rispetto di sé. Grazie della lezione, zio Luciano.

Mi resta una domanda in sospeso: viene prima il fucile o l'eroe?

Lo zio Luciano testo di Giocava
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