Essere amica della suocera, strana cosa.
A volte mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se non fosse stato così.
Ci pensavo stanotte, mentre cercavo di tenere il conto delle pecore… chi l’ ha detto poi che contarle aiuta a dormire?
A me fa venire il nervoso, forse perché mi distraggo e devo ricominciare ogni volta da capo.
Dicevo appunto, che pensavo a quanto l’amicizia con mia suocera possa aver influito sulle mie decisioni.
Quando l’ho conosciuta ero una bimbetta tremante, con due codini alla sommità delle orecchie,
che avrebbero dovuto tenere fermi i miei capelli lunghi.
Ero terrorizzata quel giorno, era il nostro primo incontro, avevo paura di non piacerle, invece
mi aveva subito stretta forte, e fra noi era nato un grande affetto.
Affetto che si è mantenuto negli anni.
Ricordo ancora la prima volta che mi confidai con lei.
“ mi tradisce, ha un’altra donna.”
Le avevo detto piangendo disperata.
Lei, come se niente fosse, mi aveva detto di non preoccuparmi.
“sono cose che succedono nelle migliori famiglie, gli uomini sono così.”
Così come? Mi ero domandata angosciata, e poi mio marito non era “gli uomini”.
Ma forse ero troppo piccola per capire e magari aveva ragione lei.
Nonostante il dolore l’umiliazione e la paura di perderlo, avevo deciso di darle retta e aspettare che tutto si risolvesse con il tempo.
Certo il tempo, ma il mio di tempo? Le mie lacrime la mia sofferenza?
Chi mi avrebbe ripagato di quello che stavo subendo?
“la famiglia è importante, una vera donna deve saperla tenere unita.”
Mi ripeteva, ogni volta che mi vedeva con gli occhi lucidi.
“Giusto.” Mi dicevo, e andavo avanti, asciugando con il dorso della mano le lacrime, mentre riordinavo la casa.
Aveva ragione, il tempo sanò quella ferita, solo non sapevo che era solo l’inizio e presto si sarebbe aperta una piaga ancora più grande.
Ero felice quella mattina, l’analisi mi aveva confermato quello che speravo.
Aspettavo il nostro primo figlio.
Era meraviglioso, non facevo che sferruzzare, ricamare, leggere libri, volevo sapere tutto, cosa fare, come comportarmi.
Gli parlavo continuamente, ogni momento del giorno, accarezzandomi teneramente il ventre.
Gli raccontavo quello che facevo, come mi sentivo, la gioia che mi dava, anche se ancora non potevo vederlo.
Sembrava che mi ascoltasse, ogni tanto recepivo un suo dolce movimento, per me era come se mi rispondesse.
La mia pancia cresceva, il corpo subiva i naturali cambiamenti, questo se rendeva felice me, piaceva un po’ meno a mio marito.
Cominciai a sentirmi a disagio, mi accorgevo che aveva ripreso a far tardi la sera.
Dopo un po’ capii anche il perché; aveva intrapreso una storia con una ragazza.
Il mondo mi crollò addosso, ma non dissi nulla, cercai di far finta di niente; non volevo sapere.
Come uno struzzo nascosi la testa sotto la sabbia e mi dedicai solo al mio bambino.
Evidentemente non ero brava a fingere neppure con lui, che non mi vedeva, ma sentiva il mio stato d’animo.
Andavo avanti, testarda, fino a quando il ginecologo non mi disse che se non la smettevo di essere nervosa
e agitata, avrei fatto del male al bimbo.
Mi lasciai andare e fra le lacrime gli raccontai tutto.
Parlare con qualcuno mi fece bene, mi sentivo più rilassata, anche se il dolore che avevo nel cuore m’impediva di respirare.
Ero sola quando nacque Alessandro, mio marito era con lei.
Ancora una volta mi confidai con mia suocera.
Stavolta si arrabbiò molto, so che parlò anche con Mario, anche se non seppi mai cosa gli disse.
“Pensa che ora hai un bambino da crescere, non puoi mandare all’aria un matrimonio per una sbandata;
vedrai andrà tutto bene. Sei tu sua moglie, l’altra non conta.”
Disse “l’altra” in modo così dispregiativo, che da allora dire questa parola mi sembra quasi un offesa.
Ci furono tante “ altre” ed io sempre là a difendere la mia vita, il mio piccolo mondo, la mia quotidianità,
dimenticando me stessa.
Di questo abbiamo parlato, ricordando il passato, questi giorni che è stata da me.
“Sei stata brava, devi essere orgogliosa di quello che hai fatto. E’ solo grazie a te se la tua famiglia è ancora unita.”
Belle parole, certo, sono orgogliosa dei miei ragazzi, di come sono cresciuti, dei valori in cui credono.
Ma i miei sogni, le cose in cui credevo io, l’amore che dura tutta una vita, la fedeltà, il rispetto, la gioia che mi è stata tolta,
quello che potevo avere e non ho avuto…chi me li ridarà?
Nessuno potrà mai ripagarmi il male ricevuto.
Devo accettare quel che è stato e cercare di vivere il presente, non sempre è facile.
Troppe volte tornano alla mente cose passate; allora mi chiedo perché, ho accettato tutto incondizionatamente senza reagire,
senza far valere i miei diritti, non dico di moglie, ma di donna.
In questi momenti sento dentro un vuoto che non riuscirò mai a colmare, perché ci sarà sempre in me
il rimpianto di quello che poteva essere e non è stato.
Così mi chiudo in me stessa, passo le notti a scrivere e leggere.
Sogno amori impossibili e vivo in un'altra dimensione, poi arriva “l’amica” di una vita dice due parole e tutto prende un volto diverso.
Mi accorgo che sto sbagliando tutto, che la realtà è un'altra e mi ritrovo catapultata a terra con le ossa rotte, il cuore a pezzi e gli occhi gonfi…
Non sarei capace di far del male a chi mi sta accanto, né costruire la mia felicità sull’infelicità di altri…e mai per nulla al mondo vorrei sentirmi definire : “l’altra”.
Questa sono io, con le mie incertezze, le speranze, i dolori, le ansie le paure, con il cuore ancora bambino, ma anche con tanto calore e amore intorno, e questo non lo posso e non lo voglio dimenticare.
C'era una volta... testo di smeraldo