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A papà non piaceva l'estate. "Un piccolo problema respiratorio", lo sentii dire una volta al vicino di casa, ma non credo fosse quello il motivo: sentivo il suo respiro regolare quando guardavamo la TV insieme. "Un piccolo problema circolatorio", lo sentii dire ad un altro vicino, eppure sentivo il battito costante del suo cuore quando gli appoggiavo l'orecchio sulla pancia. Semplicemente non gli piaceva il caldo, decisi, come a lui non piaceva la Coca Cola ma a me sì. Il caldo pomeridiano in città spesso ci spingeva a salire sulla metropolitana con l'aria condizionata, da un capolinea all'altro, mentre papà cercava di nascondere gli sbadigli.
Durante la nostra ultima estate insieme, soggiornammo per una settimana nel cottage dei genitori di papà. Lì potevamo mettere la sedia a sdraio vicino alla riva del lago, in modo tale che nessun'altra abitazione fosse visibile. Il verde era intenso, impenetrabile. "E' proprio come in Mario World, vero Principessa?", mi disse papà. Il cottage, con le sue macchie rosse e bianche, sembrava davvero un gigantesco fungo di Mario World; le finestre erano grandi e alte e si affacciavano sul lago, e all'interno i pavimenti erano color miele dorato.
"Più simile al mondo dei fratelli Grimm", disse la mamma, mentre fissava i pini scuri.
Accanto al cottage c'era una tettoia in cui qualcuno aveva accatastato centinaia di pezzi di legno grandi quanto gli avambracci di un bambino. Quasi tutti i pomeriggi papà sedeva sulla sua sedia all'ombra mentre io sguazzavo nell'acqua, inseguendo pesci argentati con un retino. La mamma armeggiava con i piatti finchè alla fine riemergeva dall'interno, portando con sé un grosso libro ingiallito.
A volte alzavo lo sguardo e vedevo la sedia di papà vuota. Allora uscivo di corsa dal lago, urlando finchè la mamma non lasciava cadere il libro per seguirmi. Una volta dovemmo allontanarci molto dalla riva, lungo un sentiero di aghi di pino, finchè non trovammo papà, seduto su un masso come fosse un trono, un re che osservava con calma il suo regno. Dovetti nascondere le lacrime: non riesco a spiegare il sollievo che provai.
A cena ascoltavamo le notizie alla radio, che aveva una carica manuale. La mamma non aveva la pazienza di caricarla, quindi fingeva un braccio dolorante e mi diceva: "Principessa, provaci tu." I miei genitori si parlavano come due pappagalli che si passano teneramente una noce tra i loro potenti becchi.
"Stasera carte?"
"Certo."
"Dove saremmo senza le nostre carte?"
"Da nessuna parte, ecco dove."
"Forza Principessa, mescola."
Era così che parlavamo in famiglia; non come quelle altre conversazioni che i miei genitori avevano con i medici, piene di frasi lunghe ed estenuanti che iniziavano in un punto e finivano in un altro, ogni volta sempre peggio.
Di notte io e papà dormivamo nella camera più piccola del cottage, su materassini di spugna; le lenzuola si erano consumate fino a diventare molli, e papà ne raccoglieva gli angoli come se fossero di seta delicata. La mamma invece occupava una vecchia branda militare che scricchiolava ad ogni movimento; si era abituata a dormire metà notte da un lato e metà notte dall'altro. Papà russava, cosa che in città dava fastidio alla mamma, ma che qui nella foresta veniva tollerata. "Luci spente!" diceva la mamma mentre spegneva la candela, lasciando solo il puntino rosso dove prima c'era la punta dello stoppino. Io lo fissavo fino a quando non spariva, mentre papà mi toccava delicatamente i capelli con la punta delle dita. Adesso che ci penso, non gli chiesi mai se anche lui guardasse la brace scomparire.
Ogni mattina rimanevo sdraiata finchè mamma o papà non si svegliavano. Immaginavo di essere sotto il mantello dell'invisibilità, come in Harry Potter; gli uccelli chiamavano con urgenza dagli alberi, ma nessuno che si trovasse sotto l'incantesimo riusciva a svegliarsi. Poi la mamma cominciava a muoversi, e i suoi occhi cercavano sempre prima papà, poi me. Incrociando il mio sguardo, anche lei cercava di rimanere immobile. Io arricciavo silenziosamente il labbro in un'espressione accigliata; era il nostro piccolo gioco mentre aspettavamo che papà si svegliasse. A volte guardavo fuori dalla finestra le foglie verdi di Mario World che premevano, come volti di curiosi, contro il vetro. Il suo risveglio mi faceva sempre sentire felice, stordita, forte.
Poi i miei genitori si alzavano, frugavano nei cassetti finchè non trovavano una teiera, delle bustine di tè e dei fiammiferi per accendere la stufa a legna. Ognuno era ansioso di sapere come avesse dormito l'altro, e ognuno di loro dava risposte sorprendentemente dettagliate. Ogni tanto si ricordavano di chiedermi come avessi dormito io, ma essendo una dormigliona assoluta non avevo mai nulla da raccontare.
Districare i rami sulla riva del lago era un compito che non riuscivo a capire. La mamma mi diceva che era come pettinarsi i capelli, e che ogni pezzo di foresta aveva bisogno di essere districato in modo che il fuoco non si sviluppasse così facilmente. Cosa intendeva con "pezzo di foresta"? E peggio ancora, i suoi capelli erano davvero suscettibili al fuoco? Papà rideva alle mie domande, e mi insegnò a distinguere i rametti ormai morti da quelli vivi.
Lungo il sentiero principale vedevamo poche persone, e i vicini che incontravamo conoscevano i genitori di papà, non noi. Una mattina, mentre andavamo tutti insieme a caccia di rane, una donna vestita di nero, con i capelli grigi e gli occhiali appannati si avvicinò a papà, che se ne stava all'ombra.
La donna fece le solite osservazioni sul clima estivo e poi chiese: "Lei è il figlio di Frank, vero?"
Questo mi dava fastidio perché non consideravo papà il figlio di nessuno. Lui non era una bambina come me, quindi come poteva essere figlio di qualcuno?
"Sì." Papà la guardò attentamente in viso, come se dovesse riconoscerla.
"Non ci siamo ancora presentati, ma Frank mi ha parlato del suo caso", disse. "È ingiusto, profondamente ingiusto". Serrò la bocca, e capii che si stava preparando a dire qualcosa di brutto.
Alla parola "caso", gli occhi di papà saettarono verso i miei. "Bene." Il suo tono era definitivo. Si guardò intorno in cerca della mamma. "Mi perdoni, signora... dovremmo andare. Devo portare la Principessa a casa per pranzo."
"Blackwood", disse, "sono Gladys Blackwood."
Mi sforzai di ricordare il suo nome, come Alì Babà che memorizzava "sesamo" come parola d'ordine per entrare nella caverna: "Gladys è cattiva, Gladys è cattiva", sussurrai per tutto il tragitto verso casa.
"Piacere di conoscerla", disse papà annuendo. Una bugia, lo capii perché non le porse la mano. Per papà, una stretta di mano dopo una presentazione era praticamente un riflesso fisiologico, ma per qualche motivo non la toccò.
"Capisco." disse. Si sporse e mi strinse una spalla. "Devi essere coraggiosa."
All'improvviso ebbi un'incontenibile sensazione: avevo bisogno della mamma lì. Subito. Iniziai a correre nella direzione in cui l'avevo vista l'ultima volta, ma poi mi voltai e vidi Gladys, come un avvoltoio spaventoso, incombere sempre più vicina a papà. Così feci finta di inciampare e farmi male per poter piangere a dirotto, finchè papà non dovette lasciare la signora Blackwood e venire a consolarmi.
Quella sera papà raccontò alla mamma di Gladys Blackwood. Lo fece in maniera decisamente disinvolta. "Continuava a dire quanto fosse ingiusto. Ingiusto? Speravo che la gente ormai fosse andata avanti."
"Ma noi siamo andati avanti, tesoro", disse la mamma. "Ci vuole solo un po' di tempo perché il resto del mondo ci raggiunga." Si voltò verso di me. "Non dovresti accigliarti così tanto, Principessa. Lo sai che la tua faccia potrebbe rimanere così per sempre?"
"La odio", dissi.
La mamma mi fissò. "L'odio è potente. Non sprecarlo con lei."
Quella fu la nostra ultima volta insieme al cottage, quando avevo sei anni. Ripensandoci ora, vorrei aver passato meno tempo a rimpiangere il "vero" Mario World; vorrei aver compreso, anche se ero piccola. Vorrei aver baciato le profonde rughe sul viso ispido di mio padre. Ma io non sapevo, e tutti quelli che sapevano mi tenevano all'oscuro. Avevano intuito che il suo desiderio era quello di nascondermi tutto; glielo aveva chiesto lui, o quegli adulti semplicemente non sapevano trovare le parole giuste per me?
La fine arrivò prima di quanto chiunque si aspettasse. Eravamo tornati dal cottage da un mese e le mie giornate ora coincidevano con le necessità della scuola elementare: arrivo alle nove, pranzo a mezzogiorno, uscita alle tre. Tutto ciò era inconsueto per papà, che si alzava all'alba, dormiva al tramonto e mangiava quando riusciva a trovare la forza di mangiare qualcosa. Così abbiamo vissuto le sue ultime settimane.
"Principessa, cosa fai?" mi chiamò un giorno papà, quando tornai a casa.
"Principessa? Lei deve avermi confusa con qualcun'altra...", dissi. Avevo sentito papà dirlo una volta e l'avevo trovato molto divertente.
"Per favore, portami le mie pillole."
"Quali pillole? Queste?" Mi sembravano tutte uguali.
"Prendile tutte." La sua voce aveva un tono di urgenza nuovo.
"Mamma è a casa?" chiesi, porgendogli la scatola piena di medicinali.
"Non ancora. Presto, oggi abbiamo un colloquio."
"Colloquio? Oh no, ti ha chiamato la mia scuola?" Mi si strinse lo stomaco.
"Ma no, non un colloquio genitori-insegnanti!" rise papà, tenendosi la pancia, ancora più stretta e dura di quanto non fosse all'inizio dell'estate, se possibile. Le risate lo fecero trasalire per il dolore.
Quando la mamma tornò a casa, papà si calmò. Chiacchierarono di un'intervista televisiva e della troupe che l'avrebbe filmata.
Due cose che ricordo dell'intervista. La prima è il modo in cui i giornalisti televisivi giravano per casa raccogliendo foto e flaconi di pillole che sistemavano sullo scaffale dietro a papà, in modo che la telecamera potesse inquadrarli lentamente mentre lui parlava. Ripenso a quella scena ogni volta che vedo libri dietro un avvocato o provette dietro un medico quando appaiono in TV: sono solo tristi messinscene. La seconda è stato il riverbero delle luci, che infastidiva papà: i giornalisti televisivi continuavano a dirgli di non mostrarsi arrabbiato.
Quest'inverno ho cercato su YouTube la registrazione di quel vecchio programma; all'inizio l'intervistatore diceva di voler "dare un volto umano" all'epatite C e alla tragedia dell'avere un sangue contaminato. Il volto di papà, gonfio e stanco, era diventato quel volto. Parlava con una stanchezza che nemmeno ora riesco a comprendere in pieno.
Quell'intervista fu l'ultimo sforzo che fece papà: lo portarono al pronto soccorso a tarda notte. Mi svegliai all'arrivo dell'ambulanza, con il rumore di una barella trascinata su per le scale, con il frastuono di un esercito invasore. Le luci lampeggianti erano implacabili. Io giacevo a letto, in preda al mio incantesimo di invisibilità.
Il giorno dopo la mamma non mi permise di andarlo a trovare, né quello dopo ancora. Quando mi fecero entrare nella sua stanza d'ospedale il terzo giorno, riuscivo a malapena a vedergli il viso. Aveva un guscio d'uovo di plastica trasparente attaccato con un elastico su naso e bocca, con un tubicino che fuoriusciva. "Ossigeno", mi sussurrò qualcuno, come se lo stesse spiegando a un'estranea.
Il pollice e l'indice di papà cercavano di pizzicare il lenzuolo, come faceva sempre al cottage di Mario World. Ma quelle lenzuola erano inamidate e dure come cartone; non c'era alcun appiglio per le sue deboli dita. Teneva gli occhi chiusi, mentre le macchine ronzavano lì vicino. Io e la mamma ci tenevamo per mano e guardavamo la nebbiolina accumularsi nel guscio di plastica per poi scomparire. Vidi, sul comodino di fianco al letto, una pianta con appeso un cartello con auguri di pronta guarigione, le cui foglie verdi sembravano quasi volermi aggredire. Osservai papà, poi la mamma, e la mamma guardò me. Entrambe eravamo concentrate sulla fronte di papà.
Lo fissammo a lungo, finchè la nebbiolina smise di accumularsi nel piccolo guscio di plastica. L'ultima cosa che ricordo fu di aver pensato che in fondo avrei dovuto soltanto avere pazienza, perchè il suo risveglio mi avrebbe resa ancora una volta felice, stordita, forte.
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Ho deciso che ci sarà un ultimo testo: non sarà un racconto, ma solo un momento per dire alcune cose a cui tengo.