Il sottotetto

scritto da Paulus
Scritto Ieri • Pubblicato 23 ore fa • Revisionato 23 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Paulus
Autore del testo Paulus

Testo: Il sottotetto
di Paulus


Li ricordo ancora quei vani dove sono cresciuto, allora mi sembrava di essere un volatile senza piume perché mi sentivo leggero, sgambettavo di qua e di là, dalla cucina alle camere, ma il mio nascondiglio era il sottotetto, sempre intasato perché il nonno che economizzava su tutto era frugale, vi ammassava tutto ciò che avrebbe dovuto mandare al macero. Ero un grissino allora, ma mi muovevo a malapena tra i mobili stile anni Cinquanta, sui quali si era sedimentato un velo di polvere tra il bianco e il grigio che resisteva al tatto. Tra il pulviscolo e il legno grezzo con le finiture appena abbozzate da un falegname che non conosceva l'arte di Fidia, si stabilì una sorta di simbiosi di sintonia, insomma un rapporto di buon vicinato. La soffitta era costituita da un unico vano rischiarato solo in parte da un pertugio mentre il rimanente era perennemente avvolto da una penombra come se governasse il crepuscolo della sera. Aprivo le ante cigolanti sui perni come il cancello di ferro del cimitero. Nessuno dava una mano di olio lubrificante. Ero comunque avvezzo a quello stridio che però mi faceva talvolta accapponare la pelle specialmente sull'imbrunire, quando la luce si faceva ancora più fioca e spettrale, specialmente il mese di novembre con la nebbiolina biancastra. I ripiani degli armadi erano stivati di biancheria coperte ricamate a mano lenzuola orlate con vistose guarnizioni disegnate dalla mano malferma di mia nonna che se non sapeva cucinare si destreggiava con il ricamo, anche se il frutto dell'opera non compensava né l'impegno, caparbio, né l'intento. Emanava leggera una fragranza di primavera commista all'olezzo del talco con cui si cospargeva quel viso già smunto dall'età quelle mani ossute su cui spiccava un plesso di vene o arterie (non so di anatomo-fisiologia quanto un lombrico di meccanica quantistica). Anche i cassettoni dell'armadio quattro stagioni scricchiolavano come le scarpe nuove di taglia sempre inferiore che si modellavano sul calcagno a distanza di settimane nonostante l'uso quotidiano: non comprendo ancora la ragione per cui mia madre prendeva sempre un numero in meno, le avrei chiamate scarpe alla foot binding se avessi conosciuto la Cina e l'inglese. I cassettoni erano pregni di oggetti dei più svariati tipi che il nonno aveva messo da parte anno dopo anno allineati meticolosamente disposti e gelosamente custoditi. Che solo io estraevo a stento, e qualche volta — ma sempre più sporadicamente — anche il nonno. Esalava non una fragranza non un sentore ma una composizione unica di tabacco di cartoline ingiallite con soggetto religioso natalizio (la nonna per omissione negligenza e per quel vago tergiversare che la contraddistingueva non le imbucava mai) calendari di carta paraffinata minuteria varia, curapipe con l’alesatore fulliginoso, qualche globo di neve che capovolto ricreava la nevicata lenta di bioccoli irregolari, e non so che altro. Pacchetti mignon di tabacco di cui il nonno aveva fatto incette in Germania, con scritte in carattere gotico, mai dissigillati, che annusavo con una soggezione reverenziale perché non mi appartenevano. Quell’aroma, lo inalo ancora quando socchiudo gli occhi, lo sento ancora inebriante. E’ l’unico narcotico che mi sono regalato. Poi un giorno mio padre senza dire nulla sgombrò il sottotetto, che ora appariva vuoto ingigantito come un uomo cadaverico che strascica le suole nel nosocomio. Solo un portapillole con motivo floreale e una scatola di latta con qualche caramella gommosa alla menta si salvarono dalla furia iconoclasta. Ora in quei locali aleggiano solo petali di rimembranze e lanugine di nostalgie.
Il sottotetto testo di Paulus
2