Il ponte di legno e mio padre

scritto da Alma Gjini
Scritto 4 anni fa • Pubblicato 15 ore fa • Revisionato 15 ore fa
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Autore del testo Alma Gjini
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Ci sono voci che il tempo non porta via. Restano dentro, come un richiamo dall’altra sponda, e tornano proprio quando la vita ci rimette davanti a un ponte da attraversare... A mio padre, Maksim
- Nota dell'autore Alma Gjini

Testo: Il ponte di legno e mio padre
di Alma Gjini

Quel ponte non era segnato su nessuna mappa, eppure tutti nel villaggio lo conoscevano.
Lo chiamavano semplicemente «il ponte di legno».

Attraversava un tratto stretto del fiume Fan, dove l’acqua diventava improvvisamente più nervosa e veloce,
come se avesse fretta di perdersi tra le montagne della Mirdita.

Da bambina lo attraversavo sulla strada di ritorno da Blinisht, il paese dove era nato mio nonno e dove aveva ancora delle terre. Noi vivevamo a Reps e quella era la strada per tornare a casa. Camminavamo per ore lungo sentieri stretti, tra pietre che si muovevano sotto i piedi, arbusti secchi che graffiavano le caviglie e tratti in cui il silenzio diventava così grande da sembrare parte del paesaggio.

Mio padre, Maksim, camminava quasi sempre davanti. Aveva un passo lungo, sicuro, e io dovevo affrettarmi per stargli dietro. Ogni tanto però si voltava senza dire nulla, rallentava e lasciava che lo raggiungessi. Se il terreno diventava più ripido, mi tendeva la mano. La sua inghiottiva la mia: era enorme, ruvida, screpolata dal freddo, una mano forte che odorava di tabacco, sapone da barba e montagna. Quando mi aggrappavo alle sue dita avevo l’impressione che niente potesse farmi cadere.

A volte inciampavo e lui mi teneva per il polso il tempo necessario perché ritrovassi da sola l’equilibrio. Se il vento aumentava, si fermava, mi tirava meglio il cappuccio sulla testa e stringeva il laccio sotto il mento.

«Hai freddo?»

Io scuotevo sempre la testa, anche quando tremavo. Lui sapeva benissimo quando mentivo, ma non insisteva; si toglieva la sciarpa e me la avvolgeva intorno al collo come se non avesse sentito la mia risposta.

Una volta mi disse: «Un giorno queste montagne ti entreranno dentro e non usciranno più.»

Allora non capivo davvero quelle parole. Pensavo parlasse soltanto di quei luoghi, delle rocce, del Fan, dei sentieri che conosceva come si conoscono le stanze della propria casa.

Quando arrivavamo al ponte, Maksim cambiava. Non aveva più fretta. Si fermava sempre qualche secondo prima della prima asse, appoggiava un piede sul legno, faceva pressione e ascoltava. Poi prendeva una corda tra le dita, la tirava appena, guardava i chiodi e le tavole che avevano ceduto un poco verso il basso. Non faceva grandi discorsi, osservava. Io invece guardavo lui.

«Non fidarti mai del legno che non conosci», diceva.

Per me era soltanto un ponte: assi vecchie, corde consumate, qualche chiodo arrugginito. Alcune tavole erano piegate verso il basso, altre annerite dall’umidità. Sotto, il Fan continuava a correre. Eppure ogni volta che lo attraversavo qualcosa cambiava: appoggiavo i piedi con più cautela, respiravo più piano e cercavo di non guardare troppo a lungo verso l’acqua.

Un’estate accadde una cosa che non ho mai dimenticato. Stavamo tornando da Blinisht dopo giorni di pioggia e, quando arrivammo al ponte, il fiume era gonfio, scuro, quasi irriconoscibile. L’acqua trascinava rami, schiuma e tronchi spezzati e ogni tanto qualcosa urtava contro le rocce con un colpo sordo.

Mio padre si fermò. Quella volta rimase immobile più a lungo del solito. Posò a terra quello che portava, si avvicinò al ponte e controllò le prime assi. Tirò una delle corde, la lasciò andare e guardò il fiume. Io ero qualche passo dietro di lui.

Quando era preoccupato, mio padre diventava ancora più silenzioso. Si voltò verso di me.

«Vieni qui.»

Mi avvicinai. Si inginocchiò per portare il viso alla mia altezza, mi prese per le spalle e poi lasciò una mano dietro la mia nuca.

«Alma, guardami.»

Alzai gli occhi.

«Se hai paura, non guardare il fiume. Guarda me.»

La sua voce era calma. Solo molti anni dopo ho pensato che forse anche lui avesse paura. Da bambina non mi era mai passato per la testa. Credevo che i padri sapessero sempre dove mettere i piedi, quando andare avanti e quando fermarsi.

Ricordo ancora il calore della sua mano sulla guancia mentre il vento ci passava addosso gelido. Poi si rialzò.

«Oggi si passa uno alla volta.»

Andò lui per primo. Il legno scricchiolava sotto il suo peso, ma reggeva. Mio padre avanzava lentamente, provando ogni asse con il piede prima di spostare il peso sull’altra gamba e tenendo una mano sulla corda. A metà ponte si fermò un istante, controllò una tavola e poi continuò.

Quando raggiunse l’altra sponda si voltò subito verso di me.

«Adesso tu. Guarda dove metti i piedi.»

Annuii. Il primo passo fu semplice, il secondo meno. Al terzo capii che il ponte non era fermo come sembrava da lontano: si muoveva sotto il mio peso, le corde gemevano e le assi vibravano sotto le suole. Sotto di me il fiume era diventato soprattutto rumore.

Feci ancora qualche passo, guardando il legno. Una tavola, poi un’altra. A metà mi fermai. Non decisi di farlo: fu il corpo a fermarsi prima ancora che riuscissi a pensare. Le gambe diventarono dure e le mani si strinsero alla corda.

«Non fermarti!» gridò mio padre. «Alma, guardami.»

Ma io guardai in basso. Per un istante ebbi la sensazione che il ponte non mi stesse portando dall’altra parte, ma mi tenesse semplicemente sospesa sopra qualcosa che avrebbe potuto inghiottirmi. L’acqua si muoveva sotto di me, scura e gonfia, trascinando rami e schiuma tra le rocce. Non riuscivo più a staccarle gli occhi di dosso.

«Alma!»

Alzai la testa. Mio padre era dall’altra parte, immobile, con un braccio teso verso di me anche se ero ancora troppo lontana perché potesse raggiungermi.

«Guarda me.»

Io lo guardai.

«Vieni.»

Non disse altro. Non mi promise che il ponte avrebbe retto, non disse che non sarebbe successo niente. Disse soltanto: «Vieni.»

Non ricordo se il vento si fermò davvero o se fui io a smettere di sentirlo. Ricordo soltanto mio padre davanti a me e il rumore del fiume che, per qualche secondo, sembrò andare più lontano.

Feci un passo, poi un altro, poi ancora uno. Man mano che mi avvicinavo riuscivo a vedere meglio il suo viso. Non sorrideva. Mi aspettava.

Quando fui abbastanza vicina allungò la mano, ma non mi tirò. Mi lasciò fare l’ultimo passo da sola. Solo quando il mio piede toccò la terra dell’altra sponda mi afferrò per il braccio e mi portò verso di sé.

Per un secondo rimasi contro il suo fianco. Sentii l’odore del suo giaccone bagnato, del tabacco e della pioggia. Poi lui mi lasciò andare.

Non disse «brava». Maksim non era un uomo di molte parole quando si trattava di affetto. Il suo passava soprattutto dai gesti: una sciarpa stretta meglio, un braccio messo davanti quando il sentiero diventava pericoloso, il pezzo di pane più grande lasciato a noi senza farlo notare.

Guardò il ponte alle nostre spalle, poi me.

«Hai visto? La paura guarda sempre sotto. Tu guarda dove devi andare.»

Io annuii e riprendemmo il cammino verso Reps.

Allora non capii. Probabilmente, dopo qualche minuto, stavo già pensando ai piedi bagnati, alla strada ancora da fare, alla fame, alla casa. Certe lezioni dell’infanzia entrano dentro di noi senza essere riconosciute e restano lì per anni, mischiate agli odori, alle voci, alle mani delle persone che ce le hanno lasciate.

Quelle parole mi tornarono in mente molto tempo dopo. Ci sono momenti nei quali la paura fa esattamente quello che faceva quel fiume: corre sotto i piedi, fa rumore, trascina tutto con sé e ti convince che basti un movimento sbagliato per cadere.

Negli anni, di ponti ne ho attraversati molti. Alcuni non erano fatti di legno e alcuni li ho attraversati senza mio padre dall’altra parte.

Per molto tempo ho pensato che quel giorno fosse stato lui a farmi attraversare il Fan. In parte è vero. La sua voce mi aveva richiamata, i suoi occhi mi avevano dato un punto fermo. Ma i passi li avevo fatti io, uno dopo l’altro.

Questa è la parte che ho capito più tardi. Mio padre non poteva venire a prendermi nel mezzo del ponte. Non poteva camminare al posto mio né impedire al legno di tremare. Poteva soltanto restare lì, guardarmi, chiamarmi per nome e aspettare che fossi io a muovere il piede.

Forse essere figli significa anche questo: passare molti anni credendo che i nostri genitori possano proteggerci da tutto e capire, crescendo, che non possono salvarci da ogni dolore, da ogni perdita, da ogni paura. Eppure certe cose che ci hanno dato continuano a restare: una voce, un gesto, una mano tesa che non ci trascina, ma ci indica dove andare.

Adesso che sono adulta, quando ripenso a quel giorno, non ricordo soprattutto l’arrivo sull’altra sponda. Ricordo il momento in cui ero ancora nel mezzo, il ponte che tremava, il fiume sotto di me e mio padre che mi chiamava per nome.

Allora credevo che mi stesse insegnando ad attraversare un ponte. Oggi so che mi stava insegnando qualcosa che avrei capito molto più tardi: il coraggio non è smettere di avere paura. È sapere che il fiume è lì e muovere comunque un passo.

Ma c’è una cosa che comprendo soltanto adesso, e forse è quella che mi commuove di più. Per tutta l’infanzia avevo creduto che fossi io ad aver bisogno di guardare mio padre. Non avevo mai pensato a ciò che vedeva lui dall’altra sponda: sua figlia ferma nel mezzo di un ponte, sopra un fiume in piena, e nessun modo di raggiungerla senza spaventarla ancora di più.

Anche lui dovette aspettare. Dovette fidarsi di me e credere che sarei riuscita ad arrivare.

Forse è questa la parte più grande di ciò che Maksim mi ha lasciato: non la certezza che qualcuno verrà sempre a salvarmi, ma quella di essere stata guardata, almeno una volta, da mio padre mentre avevo paura e di aver visto nei suoi occhi che credeva potessi farcela.

Da qualche parte dentro di me è rimasta la sua voce.

«Alma, guardami.»

E ogni volta che la vita mi ha rimessa nel mezzo di un ponte, con qualcosa di oscuro che correva sotto e nessuna mano abbastanza vicina da raggiungermi, ho fatto quello che avevo fatto quel giorno.

Ho alzato gli occhi e ho mosso un altro passo.

 

Il ponte di legno e mio padre testo di Alma Gjini
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