L'albero di baobab

scritto da Vergiuliana
Scritto Ieri • Pubblicato 7 ore fa • Revisionato 7 ore fa
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Sono anziana e mi piace da sempre scrivere, Da un po' di tempo scrivo raccontini ambientati a Milano negli anni sessanta, Spero che a qualcuno piacciano. Commentatemi, per favore, Ciao e grazie .
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Testo: L'albero di baobab
di Vergiuliana

L’albero di baobab

Oggi, è una giornata afosa di fine giugno. Come è mia abitudine, appena terminata la riunione, prima di inoltrarmi in via Cenisio per prendere il taxi, mi fermo al parchetto vicino all’Istituto San Gaetano e accendo un sigaretta prima di sedere sulla panchina di legn0  di fianco a un ragazzo di colore.

Non c’era da stupirsi: già allora, quando ero più giovane, Milano attirava come una calamita. Molti arrivavano dal Sud portando con sé disperazione, speranza e valigie legate con lo spago. Poi vennero i primi “vu cumprà”. E Il viale Mac Mahon è sempre stato accogliente.

Il ragazzo seduto accanto a me era snello, più alto della media, persino, l’ho individuato subito, per un senegalese. Aveva la pelle color nocciola e i denti bianchissimi. Indossava i jeans e una camicia a quadri arrotolata sulle braccia.

Dalla brutta sacca di tela ai suoi piedi spuntavano manici di ombrelli. Osservava il cielo. Graziose nuvolette bianche sembravano giocare a rincorrersi.

Mi guardò quando mi accesi una sigaretta.

“Signora, vuole comprare un ombrello?” disse.

“Ti sembra che stia per piovere?” ho risposto

Ha sospirato. “No”.

Oltre alla sacca degli ombrelli, che non poteva certo sperare di vendere in una giornata così calda, teneva sulle ginocchia un canestro con tanti oggettini di legno. Più che altro elefantini e piccolissime zebre.

“Portano fortuna”, assicurò. Ogni tanto mi guardava: si capiva che moriva dalla voglia di fumare. Così gli offrii una sigaretta. Abbiamo cominciato a parlare. Gli ho chiesto se veniva dal Senegal. “Sì”, rispose. “Mi chiamo Soleil e sono a Milano da poco. Ma non sono solo”, disse con orgoglio. “Abito con mia sorella e suo marito, che ha un lavoro fisso al mercato”. Si meravigliò molto quando gli raccontai di essere stata in Senegal.

“Sì, sono stata a Dakar, il giorno in cui infieriva una tempesta di sabbia. E poi…” Il ragazzo mi fissava. Gli parlai del mio viaggio in Senegal. È stato, forse, il più bel viaggio della mia vita. Alberto ed io amavamo viaggiare e, per le nozze d’argento, ci siamo regalati un viaggio in Africa.

Ho raccontato a Soleil dell’emozione provata sul lento, salatissimo fiume, quando la barca a motore è stata accerchiata da piccoli coccodrilli sonnolenti, dagli occhietti freddi come diamanti; del Lago Rosa; della tempesta di sabbia a Dakar; di quando, nella scuola di un villaggio, ho scritto “Vive l’Italie” sulla lavagna. Poi non gli ho più detto niente. Troppi ricordi.

Alla fine eravamo senza sigarette, perché le avevamo fumate tutte durante il racconto; così gli diedi dei soldi e lui andò dal vicino tabaccaio cinese a comprare le Emmesse.

Mi regalò, nel frattempo, alcuni elefantini di legno e altri oggettini. Gli comprai un ombrello.

Milano cresce così: si complica, si abbellisce di nuovi colori, di storie diverse. Soleil disse che cercava un lavoro. “Cosa sai fare?” gli chiesi.

“Io… so intagliare il legno, costruire quadretti con la sabbia colorata e un po’ di colla. Però… a me piace fare il cameriere. Se potessi fare il cameriere… insomma, un lavoro così. Io sarei il più svelto e preciso dei camerieri”.

Io gli spiegai che a Milano, per avere fortuna, bisogna recarsi in piazza Duomo, guardare una statua e scegliersela per amica e protettrice. “Ogni tanto la vai a trovare, le mormori una preghiera e il santo a cui è dedicata ti proteggerà. Guarda che è una cosa sicura. Solo i vecchi milanesi lo sanno. Io lo so perché me l’ha detto mio nonno, che è morto a novant’anni e ha avuto una vita felice”.

“Ma io… non sono cattolico”, obiettò lui. “E se il santo della statua si offende?”

“Di che religione sei?” gli chiesi. “Io”, disse lui, “io sarei musulmano, ma in realtà…” Sollevò il braccio destro e mi mostrò un braccialettino di corda colorata, ornato di minuscole perline. “Io noi del Senegal…tanti, crediamo nelle piccole dee che popolano i fiumi e soprattutto negli dei del baobab, l’albero sacro. Cose della mia gente”. Arrossì, cavò un fazzoletto e si soffiò il naso con forza. “Ma adesso… non devi pensare male di me, mami. Posso ancora scegliere la statua?”

“ Sì. Non devi sceglierla per forza bella o importante, Soleil. Anzi, prendine una un po’ nascosta, così sarà solo tua. ”

Lui mi ha ringraziata. La leggenda delle statue del Duomo l’aveva scosso.

“Guarda”. Frugò in una bustina di plastica con una piccola cerniera, prese con delicatezza una foto e me la porse. “La mia nonna”, disse. “Questa è la mia nonna che vive in Senegal. Lei… prega gli dei degli alberi”.

“Quanti anni ha? “ho chiesto, così, tanto per dire” e lui mi ha detto cinquanta. “ E' bella, vero? “ ha affermato, più che chiedere Gli ho detto che era bellissima e lui ha sorriso mostrando i denti bianchi.

In realtà la nonna, di anni, ne dimostrava cento da tanto che era rugosa. “Signora, la mia nonna si chiama Solange, lo so che non è bella, ma ne ha passate tante e forse, in questa foto, dimostra più di anni. Vuoi sentire la sua storia?”

Mi venne in mente “l’allegra brigata del Decamerone.

“Questo pomeriggio è lungo e caldo. Magnifico per ascoltare storie”, lo rassicurai,“Allora ti racconterò di Solange”, disse lui “ma prima…” Si frugò nella tasca. “Ecco”, esclamò, porgendomi una fotografia in bianco e nero che sembrava nuova. “Così era Solange da giovane, all’inizio. Così capirai”. Vidi nella foto una ragazzina di colore di non più di quindici anni, dai capelli lanosi e ribelli, gli occhi un po’ allungati, lo sguardo vivace, il mento ingentilito da una fossetta. La foto, in bianco e nero, era solo leggermente sfocata.

“È bellissima”, dissi a Soleil. “La tua nonna è bellissima”, ripetei.

Lui rimise la foto nella bustina.

“È per questo che ha avuto… tanto amore, tante tribolazioni, e la sua vita è stata così movimentata. Forse è stata bella solo per pochi anni”.

Ascoltai con interesse crescente le vicende della vita di Solange. Amori, miseria, tragedia. Da padrona. Da schiava. Vita da film o da romanzo.

Alla fine ho ringraziato Soleil. “Ci vediamo qui, fra qualche giorno?

Sì, ha detto lui, un po’ stupito da tanta fretta.

Sono volata via perché mi si era accesa una certa lampadina che riconoscevo. A casa, ho “buttato giù” sul computer alcune vicende della signora Solange, con tutte quelle peripezie che il nipote mi aveva raccontato. Una storia che si scriveva da sola.

Scrissi senza interruzione. Le ore della notte passavano e le pagine si ammonticchiavano. Ah, fosse stato sempre così facile scrivere! E poi ero felice. La parola “fine” volli scriverla a mano. Quella sì che era una storia ben riuscita!

Domani: la riscrittura, il compito che più mi piace. Leggero come un sospiro. Alzai lo sguardo. Già dalla finestra penetrava la luce del giorno. Mi bruciavano gli occhi, mi faceva male la schiena. Ma non mi ero mai sentita meglio in vita mia.

Domani, pensai mentre spegnevo la luce, lo leggerò al D’Ambrosio.

D’Ambrosio è il mio agente da tanti anni.

“E’ un racconto forte, drammatico. Lo pubblicheremo, Soleil. Tutti sapranno le vicende di Solange, lo sfruttamento dell’uomo, del padrone, la forza della tua nonna, la sua fierezza. E poi … guadagnerai dei soldi, potrai andare a trovare Solange. Chi lo sa….

E invece, qualche giorno dopo, D’Ambrosio mi telefonò e mi sconsigliò di inviare il racconto alla casa editrice.

“ E’ solo un racconto” – risposi nervosa.

“ Non è nello stile della nostra casa editrice. E nemmeno nel tuo. “

Certo che lo sapevo. Il mio stile era: Amore appassionato e tuttavia in crisi, arricchito da un fattarello di cronaca, nera o rosa. Catarsi finale. Beh, questo era diverso.” Questo era intitolato La signora Solange, di Dakar.”

Adesso, però, non si poteva pubblicare. Misi tutto in una cartelletta rossa e mi recai nel mio parchetto, quello vicino a San Gaetano alla strada con gli olmi, dove è bello e facile sentire e raccontare storie                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

Mi  addossai allo schienale della panchina e chiusi gli occhi. Mi assalì un caldo insopportabile, ero zuppa di sudore. Non avevo smesso un solo minuto di essere sotto pressione da qualche giorno e alla fine avevo sessantacinque anni, la pressione bassa. E poi..dovevo stare attenta alle emozioni.

Adesso aspettavo Soleil. Gli dovevo dare una speranza, gli dovevo dire che la storia di Solange, prima o poi, sarebbe stata pubblicata. Non subito, però. Non gli dovevo mettere in testa troppe cose. Troppe illusioni. Dio, che confusione. Chiusi gli occhi.

Quando li riaprii vidi che una ragazza si era seduta sulla panchina di fronte a me.

Era una giovane donna dai capelli lanosi e ribelli, gli occhi un po’ allungati, lo sguardo vivace, il mento ingentilito da una fossetta.

“Io ho l’impressione assurda che lei sia la signora Solange”, le dissi. “Forse è il caldo, fa ancora molto caldo e sono stanca. Lei è un’allucinazione”.

Quella persona mi guardò perplessa. “Signora”, disse, “sono venuta a ringraziarla”.

Un momento, un momento! Stavo per svenire. La ragazza mi guardava impensierita. Mi ripresi, con uno sforzo.

“Perché mi vuole ringraziare?” – chiesi.

“Soleil si è tanto raccomandato: ‘Vai al parco, troverai una signora anziana che a volte fuma. Una signora bella, con i capelli biondi. È lei che mi ha spiegato della statua’.

Così, vengo qui tutti i pomeriggi, mi siedo e aspetto.”

“La statua?” dissi perplessa. Ma poi mi ricordai. Ormai avevo capito. “Tu… lei… è la sorella di Soleil?” esclamai.

“Sì”, disse la ragazza. Poi continuò: “Soleil ha scelto la statua di un santo che suona la tromba, con gli occhi rivolti al cielo. Gli ha chiesto la grazia di trovare lavoro. Adesso lui fa il cameriere dal Brambillone di Villapizzone e alla sera suona la tromba”.

“Suona? Perché?” domandai io, completamente frastornata.

“Lì a Villapizzone ci sono tanti ragazzi di colore, ma anche italiani”, spiegò lei. “Stanno formando un complessino. Poi le farò sapere”.

Tornò all’argomento che le stava a cuore

“Sa, deve sapere che il santo di Soleil è ’ un musicista. “

“Bene- dissi io.

Le diedi la cartelletta rossa.

“È la copia della storia di tua nonna Solange. Tienila tu. Un giorno la faremo pubblicare. Dopotutto, le storie più belle sono quelle che all’inizio nessuno vuole ascoltare”.

 

L'albero di baobab testo di Vergiuliana
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