Oggi vorrei parlarti, per aggiungere ad ogni frase la più dura confessione, nel tentativo di capire se la tua presenza è stata soltanto la debolezza della solitudine o la rivelazione di un luogo infondo all’anima. Ricomincerei dalle pene bruciate con la paglia del grano, e i silenzi trasversali agli sguardi a cui mi aggrappavo quando il dolore si scioglieva tra le pieghe del tuo viso disegnato dagli anni. Dovrei riaprire pagine illuminate da una luce a più ombre, e ricalpestare un pavimento consumato da suole inchiodate nel fango, per confessarti i rimpianti della mia inutile fuga da quel’immenso respiro che all’alba tingeva di nuvole e sole il futuro affidato alle toppe dei tuoi semplici abiti; che penserai di questo tuo figlio che non sa più parlare col cielo, e che fugge la pioggia perché ormai può soltanto bagnarlo?
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