La mia Bentley

scritto da Errante
Scritto 16 anni fa • Pubblicato 16 anni fa • Revisionato 16 anni fa
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Autore del testo Errante

Testo: La mia Bentley
di Errante

La mia Bentley, dovreste guardarla per ammirarne la bellezza, anzi – siccome tutti, quasi, siamo in grado di vedere – dovreste osservarla per intenderne tutto lo splendore. Non è banale come può sembrare: posiamo lo sguardo su ogni cosa eppure molto del mondo, troppo, sfugge ai nostri occhi; vi siete mai accorti di come spesso vediamo e non capiamo? E’ perché non osserviamo, ma se osservereste la mia Bentley capireste perché la amo così tanto.
Provo a descriverla, ma per qualche ragione sono sicuro che non capirete. Lì, in punta, il simbolo spicca su tutto, lussuoso come sempre, e poi prosegue con un eleganza che solo lei può avere, definirla raffinata è quasi un insulto. La considero come una signorina nobile, d’altro canto, l’oro e il platino che la caratterizzano, non possono che confermare la mia idea.
Sono certo che non avete capito, sapete perché? Perché il meglio di sé, la mia Bentley, lo riesce a dare mentre si muove e io ancora non vi ho accennato nulla di ciò, ma andrò veloce come è abituata a fare la mia Bentley: è calibrata, sicura, leggera, silenziosa e soprattutto libera e io mi sento libero con essa. All’inizio le si deve indicare la direzione da seguire, ma poi è Lei che comincia a guidare il tutto: è questa la ragione per cui è davvero così adorabile. Senza parlare, poi, di come si lascia dietro quel nero che poi sfumerà sullo sfondo: davvero eccezionale!
Adesso mi accorgo del perché ancora non capite: la mia Bentley la dovreste usare per ammirarla, non basta osservarla o immaginarla, con la mia Bentley, in realtà, si riesce ad osservare ogni cosa del mondo ed è questo che la rende speciale; la prima volta che la usai, ad esempio, incontrai l’Amore.

Quella sera la televisione non proponeva nulla d’interessante – non era una novità – e non ero stanco, la giornata era stata tranquilla, così dopo circa venti minuti in compagna di una rossa – una birra – presi la mia Bentley e iniziai a farla scorrere senza conoscere la destinazione, volevo solo trascorrere il tempo in attesa della stanchezza. Come vi ho detto non sapevo a cosa dovessi giungere, ma fu Lei – la mia Bentley – a guidarmici. Probabilmente fu solo un caso, ma grazie a Lei quella sera incontrai l’Amore e poi il mio amore.
Quella sera, per la prima volta, incontrai la donna della mia vita, quella ideale – ideale in ogni senso – che sai di amare da prima ancora di incontrarla; quella di cui conosci l’ esistenza, ma non dove si trova.
Era una ragazza, bionda, con gli occhi azzurri; a modo, davvero molto a modo: ritenuta eppure sincera. Sono sicuro che tutto ciò vi sembra assurdo, ma non ebbi nemmeno modo di soffermarmi ad osservarla quella sera; eppure quel breve incontro mi bastò per capire chi era la persona che amavo, seppur non la conoscessi ancora. L’amore, quella sera, non face nulla, assolutamente nulla, sembrava che mi aspettasse, ma in realtà ero io ad aspettarlo, o, ancora meglio, a cercarlo e poi mi resi conto di come, grazie alla mia Bentley, riuscì ad osservare l’Amore che cercavo.
Quella sera, con la mia Bentley, feci il viaggio più breve e più gratificante della mia intera vita; poi tornai nel mio soggiorno.

In seguito incontrai il mio amore, quando non ero con la mia Bentley, ma era mora e aveva gli occhi neri, da cerbiatto. La amavo, sapevo di amarla grazie a quella sera in cui giunsi lontano, e probabilmente la amo ancora, ma per lei non è mai stato così: quella barista era già fidanzata da anni.
Non mi cruccio troppo di tutto ciò, probabilmente ne incontrerò altre, diverse e che non serviranno dietro il bancone di un bar, ma che amerò allo stesso modo e forse di più: dopo quella sera già conosco la persona che amo e devo solo incontrarla.
Malgrado ciò continuo a prendere la mia Bentley ed ad andare ovunque io desideri e dove lei sia disposta a portarmi. Sempre con lei, andai in cerca degli sguardi del mondo e quella fu una delle esperienze che mi completarono maggiormente.

Era un periodo particolare della mia vita, certamente non il più brillante, ancora pensavo alla barista che mi serviva, ogni giorno, l’aperitivo; anche quando con me non c’erano gli amici, ma delle donne. In ogni caso, dopo una cena in solitudine, presi la mia Bentley come ormai solvevo fare ogni sera da quando, con Lei, incontrai l’Amore.
Quella volta incontrai una giovane ragazza che decise di accompagnarmi, era un’atea – come quasi tutti i giovani – ma anche lei, come tutte le principesse, sognava il grande amore, la sicurezza del matrimonio e magari una splendida famiglia. Le spiegai che i sogni sono abituati a rimanere tali, raccontandole del mio cerbiatto, ma lei pur di crederlo realizzato lascerà morire la sua anima.
Era una donna sincera verso gli altri e meno verso se stessa, amava la vita però temeva di soffrire, quindi di viverla. Un giorno, poi, incontrò il suo amore e lo vidi anche io: non la meritava, ma lei non lo sapeva e non poteva immaginarlo. Era troppo innamorata per capirlo: se solo l’avesse osservato, piuttosto di vederlo solamente, si sarebbe accorta come il suo Amore indossasse, in realtà, la maschera dei sui desideri. Probabilmente nemmeno lei lo meritava, ma almeno lei amava un sogno, lui, invece, obbediva al buon costume.
Certo i primi giorni della loro storia tutto procedeva grandiosamente, anche i primi mesi, ma dopo nemmeno un anno quella storia proseguiva solo perché sarebbe stato triste vederla finire, ma, ancor di più, sarebbe stato amaro il sapore del fallimento e del aver solo visto un amore e non aver osservato come non tutto ciò che ci appare è tale.
Così, tra la felicità di un figlio e il frizzante sentimento del tradimento, trascorse il loro amore. L’uno tradì l’altro, la donna con uno che tradì la sua donna e l’uomo con una donna che tradiva se stessa; in realtà entrambi tradirono se stessi nell’istante in cui capirono e rifiutarono l’assenza del loro amore che giurarono, comunque, davanti ad un prete e anche quel prete mentì alle sue parole: sapeva che i due giuravano il falso, ma accettò comunque il loro sì.

Fu una grande avventura intravedere il triste destino di bugie del mondo e vedere come tutti, quasi, fossimo soli seppur fossimo circondati di persone. Questo lo vidi ancora meglio quando, sempre con la mia Bentley, finì a New York.

La grande mela è qualcosa di fantastico, il suo caos è unico e la sua aria malsana fa sembrare salutare anche una vita trascorsa mangiando solo da McDonald’s. Dopo aver osservato la fantastica New York si dovrebbe riuscire ad apprezzare la vita in ogni suo aspetto, anche nel dolore; questo perché la fantastica New York è davvero triste.
La cosa più affascinante di questa metropoli è il suo continuo fluire, la definirei la massima espressine della filosofia di Eraclito – il Panta Rei – se non fosse che tutto scorre senza nesso, nell’indifferenza più assoluta: non fa parte di un unico principio che, invece, tanto piacque ai filosofi greci, almeno ai primi. Un fiume di persone che proseguiva indifferente, veloce, tra una spinta ed un furto e una serie di sguardi che, seppur volevano parlarsi, finivano per lasciarsi: era d’obbligo seguire strade diverse.
Avete presente il caos della stazione Termini nell’ora di punta? Ancora meglio se è quello della stazione di Milano Centrale: raddoppiatelo e ottenette una piccola parte dell’ambiente di New York.
Mi fanno tristezza tutte quelle persone che camminano senza alcun interesse l’una per l’altra: una folla di persone, tutte sole. Idiote!

Queste sono solo alcune delle esperienza avute con la mia Bentley, tutte impossibili per chi non possiede qualcosa di simile. Comunque, onestamente, credo che tutti possediamo qualcosa di simile: tutti abbiamo una penna; la mia Bentley è una Parker – una stilografica – commissionata dalla casa automobilistica ed è con lei che ho fatto i viaggi più belli della mia vita, gli scrittori vivono due volte e le parole osservano quello che gli occhi, anche quelli dell’animo, vedono; ecco perché amo la mia Bentley.
La mia Bentley testo di Errante
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