Ancora un altro inverno. Ancora un altro anno. Milano è molto più bella colorata di bianco. Spazzaneve rigurgitanti candore e smog, clacson, sirene... La città stava iniziando a svegliarsi mentre il sole sorgeva facendosi largo tra le ombre di un'altra notte .
La sveglia squillò, più di una volta. Federico la sentiva e la guardava con occhi stanchi e depressi. Allungò la mano con molta calma e la spense. Si mise a sedere sul letto, gettando uno sguardo ancora assonnato alla camera. Abiti sparsi qua e là; l’armadio semiaperto era in disordine e non si distinguevano tra loro i pantaloni dalle maglie o dalle felpe. Dalla finestra filtrava poca luce. Sulla scrivania stava il portatile dello scrittore, circondato da pacchi di patatine, sigarette e cianfrusaglie varie. Quando Elisa ancora abitava con lui, la casa era molto più ordinata e pulita. Federico guardò la sveglia: segnava le otto in punto. Si alzò stancamente dal letto e sbatté i piedi contro una bottiglia di whisky.
La presenza di quella poltiglia alcolica completamente finita era più che giustificata per un uomo di quarant’anni divorziato e con una vita alle spalle provata e complicata.
Federico era uno scrittore, su questo non c’erano dubbi ma non aveva mai avuto molta fortuna in questo settore. Il suo unico libro pubblicato non aveva ottenuto il successo che si aspettava ma non si era mai dato per vinto; quello era il mestiere che voleva fare… la sua maledizione.
Barcollando si diresse verso il bagno, afferrò lo spazzolino e iniziò a lavarsi i denti dimenticandosi del dentifricio… Si accorse e si fermò, guardando la sua immagine riflessa nello specchio sgocciolato. La barba stava crescendo a dismisura; ormai da un po’ non curava più il suo aspetto. I capelli riccioluti e castani scendevano sulle sue spalle, indomabili e disordinati. Gli occhi stanchi e provati parlavano da soli ed una impercettibile smorfia sprezzante segnava il contorno della sua bocca.
“Sei un bastardo” pensava, mentre si osservava con disprezzo. Sentiva che qualcosa in lui non andava. Forse era solo una mancanza di sicurezza o forse era il rimorso per le scelte compiute in passato. Qualunque fosse la causa Federico odiava se stesso, odiava il mondo, odiava la gente ed odiava la sua vita. Per questo scriveva; perché tra quelle mille parole morte e senza tempo, riusciva a vivere la vita che voleva lui, a creare il suo mondo, con i valori che lui voleva imprimere ma sempre con la coscienza che la realtà non era come quella dei suoi libri. Una maledizione quindi ma anche, allo stesso tempo, una benedizione.
Fece una doccia gelata per riprendersi dopo la sbornia della sera prima. Non era un alcolizzato ma una di quelle persone che beveva per dimenticare, o almeno ci provava. Quel detto “ ubriaco e sballato ” non si era mai dimostrato veritiero: una bottiglia tira l’altra e dal bere per dimenticare si passa solamente a bere, dimenticandosi perchè si è iniziato.
Sul tavolino del salotto stava il posacenere, il pacco di sigarette al suo fianco con l’accendino; nel lavandino della cucina i piatti attendevano di essere lavati e, a giudicare dal loro aspetto, anche da parecchio. Federico passava le sue giornate a mangiare cibo in scatola; era molto più sbrigativo, non c’era bisogno di ripulire niente e bastava solamente mangiare e gettare.
Federico si avvicinò alla moka spenta sui fornelli; l’aprì per preparare il caffè. Era completamente annerita e sporca, per non parlare della puzza di bruciato che ne fuoriusciva. La rimise dov’era pensando che, forse, era meglio prendersi un caffè al bar.
L’ultima cosa che rimaneva da fare era fumare una sigaretta. Di prima mattina, appena svegliati, era un rituale obbligatorio.
Si distese nella vecchia poltrona che possedeva da più tempo di quanto riuscisse a ricordare. Era la poltrona dove suo padre si accomodava ogni sera per guardare le soap opera ed era anche la stessa poltrona in cui suo nonno si addormentava, per non andare a dormire con sua nonna. Una vera tradizione per i maschi di quella famiglia possedere la magica poltrona, o quel che ne restava. Alcuni pezzi mancavano ed aveva strappi qua e là, inoltre era un po’ ritorta… ma era lei,“La Poltrona”, quindi, comunque comoda.
Federico portò al suo fianco il posacenere e accese la sigaretta. Il fumo iniziò a propagarsi per tutta la casa. Non era nel suo stile aprire le finestre. Lui era un fumatore e dunque la puzza di fumo non lo disturbava affatto. Questo era uno dei tanti motivi per cui Elisa lo aveva lasciato un anno prima. Nulla di personale, affermava, ma quello che in realtà voleva dire era che odiava l’idea di passare la sua vita insieme ad un fallito trasandato, irresponsabile, cinico e scansafatiche. Non che Federico si sorprendesse di quei giudizi… erano più o meno le stesse motivazioni per cui lo aveva lasciato anche Giulia, ai tempi dell’università e le stesse di quando sua madre lo invitò ad andarsene da casa a 19 anni. Così, anche Federico, aveva iniziato a convincersi che quelle critiche avessero un fondo di verità.
Nessuno, però, aveva mai parlato dei suoi lati positivi. Questo avrebbe spezzato qualche lancia in suo favore ma più ci pensava più si rendeva conto che i lati positivi erano di molto inferiori rispetto a quelli negativi. Nulla da ridire, quella era l’esatta situazione in cui Federico voleva trovarsi: la follia di un quarantenne senza famiglia, divorziato, alcolista e molto depresso… Tutto questo, era fonte di grande ispirazione per scrivere un romanzo avvincente.
Così venne fuori la sua ultima storia, il suo ultimo racconto, il suo ultimo tentativo per sfondare nel mondo della scrittura. Il romanzo si intitolava “ La natura morta ”, titolo regalatogli da Elisa che, prima di andarsene, disse che Federico poteva essere paragonabile, appunto, soltanto ad una natura morta, ovviamente nel senso più dispregiativo possibile.
Questo romanzo raccontava, “quasi per caso”, di un saccente scrittore quarantenne che scrive il diario della sua vita. Un racconto non proprio leggero, abbastanza drammatico ma con il classico tocco di Federico che cercava di imprimere a fondo le sensazioni dei personaggi, più che l’emozione della trama stessa.
A Federico quel libro non piaceva. L’aveva scritto perché era l’unica storia che poteva venirgli in mente dato che per certi versi parlava di lui e quindi fu abbastanza semplice comporne la trama. Il suo difetto era che spendeva tutto il suo tempo a cercare la storia perfetta, quella che spiazza i lettori; quella che prima fa gridare e poi piangere e poi ridere e sussultare… quella storia che non ha errori ma dettagli, non ha momenti noiosi ma eccitanti, quella storia che mescola con sapienza curiosità e fantasia e che colpisce nel profondo quella che è la realtà quotidiana…
La storia metafora che piace a tutti: giovani, anziani, operai e medici… quella storia che avrebbe potuto segnare un confine alla sua carriera, ai suoi sforzi, ai suoi desideri, perché con una storia simile gli sarebbe bastato un solo libro, unico ed impareggiabile, pronto ad aprirgli le porte della gloria!
Purtroppo la storia perfetta non gli era ancora balzata in mente e si trovava alle strette con il tempo e con il denaro. Decise che un romanzo “spazzatura” era quello che ci voleva in un momento tanto critico.
Tanti e troppi i pensieri incupivano Federico... Aveva già finito la sua sigaretta da diversi secondi ma era rimasto fermo, quasi in trance, prima di accorgersi che era del tutto consumata.
Il cellulare iniziò a squillare. Il rumore proveniva dalla camera. Con finta non chalance Federico lo raggiunse e lo prese. Vide il numero del suo agente, Fred, sul display e sbuffò.
“Pronto” rispose Federico con aria seccata.
“Ehi vecchio mio! Come ti sei alzato stamattina? Hai preso gli antidepressivi che ti ho mandato? Sai, non sapevo che regalo farti e così…beh… ho pensato alla salute! Eheheheh” parlava frettoloso l’interlocutore.
“Lo sai che non ho bisogno di prenderli! E’ stato il regalo più inutile ed offensivo che io abbia ricevuto” replicò contrariato Federico.
“Ed è stato anche l’unico vero? Non prenderla come un fatto personale… io sto dalla tua parte!
In fondo che cos’è un compleanno? Se non una geniale trovata commerciale? Non preoccuparti, non servono i regali, li avresti sicuramente messi in un angolo ete ne saresti dimenticato!” esclamò Fred, noncurante del tono infastidito dello scrittore.
“Arriva al punto, perché hai chiamato?” tagliò corto, rigidamente, Federico.
“Beh… innanzitutto per vedere se eri sveglio… Sai… i tuoi affari sono anche gli affari miei e dovevo accertarmi che non perdessi il treno… Giusto?” rise ironicamente ma quando si accorse che era l’unico a ridere, si schiarì la gola e riprese un tono contenuto.
“In ogni caso ti volevo dire che ho fatto leggere la sinossi del tuo libro ad alcune mie conoscenze… Strepitoso hanno detto! Strepitoso il fatto che tu abbia scritto ancora un altro libro ma non preoccuparti, sono dei bastardi quelli! Il loro giudizio non conta niente, non sono dei critici…
almeno non tutti! In ogni caso, volevo avvisarti che non riuscirò a prendere il treno; ho altri affari di cui occuparmi e mi vedo costretto a lasciarti andare da solo a Parigi. Ricorda che devi vederti con il tipo, Andrej, alle quattro pomeridiane nel lussuoso albergo Castille! Fagli due sorrisi… qualche complimento… ridi alle sue battute anche se sono pessime e dimostrati per quello che sei, leone!”.
“Devo solo consegnargli la copia del mio libro?” chiese Federico per nulla interessato alle fasulle moine del suo agente.
“Teoricamente si… ma sai come sono fatti questi tizi! Ti faranno sicuramente qualche domanda… Tu non cedere! Quel libro è buono e noi lo sappiamo! Faglielo capire e vendi il tuo prodotto! Semplice no? ”.
“Certo, come no!?!” commentò sarcasticamente Federico.
“Riguardati. Ci sentiamo mentre sei in viaggio!” salutò Fred, chiudendo finalmente la chiamata.
Il suo agente era una di quelle tipiche persone che pagheresti per farle stare zitte almeno per un minuto. Federico, essendo di poche parole, non era mai riuscito a capire da dove Fred tirasse fuori tutta quella voglia di parlare, per la maggior parte di cose totalmente banali, né tantomeno perché avesse così tanta voglia di fare battute poco costruite e sulla base di prese in giro e dannato sfottimento. Fortunatamente, oramai i due si conoscevano molto bene oltre al fatto, per nulla rilevante per lo scrittore, che erano anche parenti. Fred sapeva che non doveva dire troppe puttanate e Federico sapeva di non poter contare troppo su di lui, che molto spesso era meglio completare da soli certe questioni… o tutte.
L’amicizia tra i due era molto complicata, anzi… totalmente assente. Diciamo che si rispettavano, a grandi linee. Il problema più ricorrente era che Fred appariva come in effetti era, un approfittatore. Non aveva a cuore nient’altro che i suoi interessi! Federico, invece, era un uomo molto stressato mentalmente, con nessuna voglia di sentirsi raccontare tante storie o congetture pragmatiche… insomma, quei soliti dialoghi abitudinari con il suo bizzarro agente! Per quanto ne sapeva, Federico non poteva avere agente peggiore ma per uno scrittore fallito come lui, non si poteva chiedere di meglio.
Ora, però, avrebbe dovuto prepararsi. Non mancava poi molto alla partenza del treno. Una piccola parte di lui, forse, avrebbe preferito non andare…
Magari, alla sua età, era ormai venuto il momento di lasciar perdere i sogni e di vivere in quella triste e monocromatica realtà.
Federico era un minimalista, dunque non gli occorreva molto per partire. Prese il portafoglio, le sigarette, l’accendino e si diresse alla porta. In fondo tra due giorni sarebbe tornato e avrebbe ritrovato tutto esattamente come lo aveva lasciato.
Prima di chiudersi la porta alle spalle, si paralizzò istantaneamente, col pensiero di aver dimenticato sia le chiavi di casa che quelle della macchina anche se, forse, avrebbe fatto prima ad andare a piedi e prendere la metro per raggiungere la stazione. A Federico non piaceva guidare, non gli era mai piaciuto. Era troppo distratto e senza la minima premura in quello che faceva e, da quando guidava, non riusciva neppure più a ricordare tutte le multe che aveva dovuto pagare… Optò, dunque, per la metro.
- Inutile perdersi a descrivere il semplice viaggio di una persona dalla sua casa alla metro e dalla metro alla stazione. Tralasciamo particolari del tipo: tutti i mozziconi di sigaretta che Federico si lasciò dietro lungo la strada, perso nei suoi pensieri, in mezzo alla gente… e ce n’era molta, quella mattina.-
La metropolitana era piena zeppa, un tutto esaurito! Per Federico i volti della gente erano libri aperti… Ognuno con una storia diversa da raccontare: le sue paure, le sue gioie, i suoi ricordi felici e quelli tristi, le complicazioni, le soluzioni… Il viaggio della loro vita che li aveva condotti ad essere lì, presenti, quel medesimo giorno, in metropolitana.
Federico pensava molto, troppo, più del consentito. Per lui non era neanche più un gioco, come quando era bambino. Adesso faceva parte di lui immaginare storie, chiedersi che cosa pensava la persona al suo fianco, cosa si nascondesse dentro ogni casa della città, quando migliaia di persone si trovavano sedute a tavola per cenare con la propria famiglia… l’amante, il fratello, gli amici oppure da soli… lo “ stile ” di Federico.
Lui era da solo, si, circondato da un mondo che ignorava la sua presenza. Una sagoma nera, così, come tante altre. Perlomeno, si diceva, “io c’ho provato”… ma provato a fare cosa? A sfondare con una storia stampata! Ma, ammesso che ce l’avesse fatta, cosa sarebbe cambiato nella sua vita? Odiava ammetterlo, ma lui non aveva niente, se non le sue storie.
Alla sua età, magari, avrebbe dovuto mettere su una famiglia, fare dei figli, amarli ed educarli. Ci rifletteva, ogni tanto, ma poi si diceva che andava tutto esattamente bene così. Aveva la libertà e non era cosa da tutti, lui! Aveva la facoltà, la capacità e la volontà per fare quello che voleva, per gridare in faccia alla società che anche se si era portata via tutto, lui era ancora lì, a prendere il suo treno: destinazione Parigi, la città dell’amore.
Una volta arrivato in stazione controllò quanto tempo aveva ancora prima della partenza. In ogni caso, il tempo di un caffè non era mai troppo lungo. A Federico piaceva molto il caffè delle stazioni; lo faceva sentire, in qualche modo, un viaggiatore, un pellegrino, uno… come dire… “ on the road ” anche se preferiva di gran lunga viaggiare con la mente che con le gambe.
Un sorriso alla giovane ed affascinante ragazza del bar ed un grazie quando le servì il suo nero caffè. Carina, non c’era nient’altro da dire. Si sarebbe sicuramente ricordato di lei e chissà, magari l’avrebbe resa partecipe di una sua storia… un personaggio oltre i personaggi. Dopotutto, nelle storie che parlano di cuori infranti, famiglie rovinate o uomini incazzati, ci sta sempre una barista.
A Federico piacevano le stazioni. Sempre gremite di gente che viene e che va. Curiosava tra i meandri della sua immaginazione, sfogliando le facce dei passeggeri. Osservava i loro bagagli e si divertiva a pensare cosa potessero contenere. Dopotutto, un uomo si vede da quello che porta con sé.
La gente in stazione si porta di tutto e Federico scorreva con gli occhi le copertine di playboy, l’ultima marca di dopobarba, fantomatici preservativi alla frutta, pc portatili, smartphone, iphone, windowsphone… phone.. phone.. C'era gente in viaggio di lavoro , turisti… e chi, a volte con uno sguardo troppo rassegnato, stava tornando a casa.
Ma fermiamoci qui… in fondo era solo il tempo di un caffè! Lasciò la moneta da un euro sul banco, distratto, e si allontanò.
Controllò il numero del binario dove sarebbe arrivato il treno che doveva prendere e si accorse che era già in stazione, così decise di salire; del resto perché aspettare!?! Poi ci ripensò e si disse che, forse, prima sarebbe stato meglio fumarsi l’ultima sigaretta: 5 ore di treno sono 5 ore di treno …e di astinenza!
Caso o destino che sia, gli era rimasta proprio l’ultima sigaretta.
Il pacchetto finì sotto la scarpa di Federico; la sigaretta, una volta aspirata avidamente, venne invece lanciata tra i binari, tra migliaia di suoi simili. Inutile rimandare l’inevitabile, ormai. Dopo un breve sospiro di coraggio, Federico salì in treno.
Non era colpa sua se quella mattina era così diffidente, così negativo; se anche il suo ultimo briciolo di speranza era stato spazzato via dalla triste realtà. Aveva già avuto, nell’arco di un anno, sei incontri con agenti editoriali: Germania, Austria, Svizzera e Italia ma nessuno aveva voluto prendersi la briga di vendere il libro di Federico. Pensava che anche questo viaggio sarebbe stato la solita disfatta della sua autostima che già si trovava, comoda comoda, a respirare la polvere sotto le sue scarpe !
5 Ore testo di Monica Benedetti