a cavallo

scritto da luckybastard
Pubblicato 24 anni fa • Revisionato 24 anni fa
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Testo: a cavallo
di luckybastard


a cavallo

Posai in terra il bruscone di saggina. Passai la mano sulla schiena del cavallo per lisciare il pelo, prima di posarci la coperta. Poi presi la coperta con le due bisacce cucite ben piene e la sistemai oltre il garrese. Sollevai da terra la sella di cuoio vecchio e morbido, e la sistemai dove stava la coperta, tirando tutto indietro soltanto allora per non arruffare il pelo. Il sole non era alto, il cielo aveva ancora i colori terrosi dell’alba. L’erba era umida di rugiada, e anch’io che ci avevo dormito sopra. Allungai un braccio sporgendomi sotto la pancia del cavallo, e tirai il sottopancia, fissandolo alle fibbie sotto le staffe. Poi tolsi la cavezza dalla testa del cavallo, e vi infilai i finimenti. Infilai un dito in bocca al cavallo per fargli mordere il filetto spezzato. E’ una pratica odiosa e vigliacca sottoporre i cavalli alla tortura del morso rigido da cowboy. Riempii le bisacce di cuoio della striglia e del bruscone, e le misi a cavalcioni del garrese, fissandole con quattro bottoni grossi alla sella. Poi presi da terra il sacco a pelo, lo arrotolai e lo legai ai lacci di cuoio dietro alla sella. Presi le redini, e costrinsi il cavallo a camminare finché non mollò la tensione della pancia. Quando mollò, sollevai la staffa di sinistra oltre la seduta della sella e tirai il sottopancia con l’attenzione di non arruffargli il pelo. Un cavallo col pelo arruffato sotto la sella o i finimenti si fiacca prima di mezzogiorno. Passai le redini oltre la testa, e sul collo, afferrandole con la mano sul garrese. Poi stesi la staffa, vi infilai il piede e montai. Lassù in alto mi sentii subito meglio. La schiena smise persino di dolermi, dopo la nottata passata all’umido. Guardai il sole che sorgeva ad est, e girai il cavallo tenendo il sole a destra se volevo andare a nord. Diedi di gambe, e partii al passo. Poco dopo mi ritrovai sulla strada sterrata che avevo abbandonato la sera prima per cercare un posto da dormire. Mi sistemai il cappello in testa, che prima mi ciondolava fra le scapole appeso al collo dal sottogola. Cheyenne aveva un bel passo, lungo disteso e ben ritmato. Era un bell’argentino, da campagna, robusto, forte, con un’ottima resistenza e un’insolita velocità. Aveva il piede sicuro, non scivolava mai, e mi sentivo tranquillo, ed era riposante sentirsi tranquillo su di lui. La strada si stendeva lunga; sulla destra era affiancata da un canale con dell’acqua stagnante dove gracidavano i rospi, e ai lati a volte era affiancato dai pioppi alti e a volte c’era qualche quercia da sughero tutta nodosa. Tutt’intorno i campi erano tenuti a grano. In quell’estate era maturo e biondo. Dopo aver tenuto il passo finché il sole non fu alto, ruppi al trotto e andammo avanti così, mentre battevo la sella volentieri. Era talmente naturale battere la sella che non faticavo a farlo, e Cheyenne aveva un trotto dolce e lungo che cullava. La strada ora saliva sulla cresta di una collina, e di la riscendeva tra alberi di frutta e le viti. Nell’aria c’era il profumo dell’uva caduta che marciva alla base dei tralci.
Da ragazzo qualche volta ero andato all’ippodromo con mio zio. Mio zio scommetteva sulle gare di trotto. Era stato lui pure un driver di sulky, ai suoi tempi. Ora il suo sulky arrugginiva nel retrobottega di un bar dell’autostrada, un bar che aveva gestito anni fa. Mio zio scommetteva piazzati e vincenti con sicurezza. Quando andavo con mio zio all’ippodromo era per passare qualche pomeriggio con lui, ma non capivo nulla di corse. Lui era una specie di oracolo. Lui conosceva tutti i driver per nome, e tutti i proprietari delle scuderie. Conosceva i cavalli e la pista. Guardava le quote, sceglieva piazzati e vincenti, scommetteva e vinceva. A me non era mai piaciuto il mondo degli ippodromi. Mio zio era stato anche proprietario, e suo figlio, mio cugino, faceva da fantino. Era stato proprietario di un olandese purosangue stupendo, che al garrese a quel tempo mi superava di due spanne. Correva con mio cugino ai concorsi ad ostacoli, e spesso vincevano. A me non era mai piaciuto l’ambiente dei concorsi. Io andavo a cavallo in campagna, e l’ippodromo non mi era mai piaciuto. Però ammiravo mio zio. Conosceva tutto e vinceva. Giocava, piazzati e vincenti, e vinceva. Io andavo a cavallo in campagna, e su di me non scommettevo neppure io. A volte, alla sera non tornavo neppure a casa. Traguardi non ne avevo, quando cavalcavo in campagna. Mio zio sapeva i traguardi ancora prima della campana di partenza. Ma giocava piccole somme. Se avesse giocato grandi somme, piazzati e vincenti, avrebbe vinto delle piccole fortune. Ma giocava piccole somme, ai piazzati e ai vincenti, e vinceva dieci, quindici volte tanto, e alla corsa successiva giocava il doppio di quela precedente. Non giocava grandi somme, forse perché sapeva che a giocare grandi somme non si vince mai.
Ora la strada passava in mezzo ad un campo di granturco. Il granturco era alto, e verde, e sembrava di essere nascosti al mondo a cavalcarci in mezzo. La strada era lunga, dritta e ben battuta. Tesi le redini dando di gambe, e le mollai subito dopo. Cheyenne perse l’equilibrio sull’appoggio del filetto e ruppe subito ad un galoppino trattenuto. Faceva balzi lunghi e morbidi, ed era un galoppo rilassante. Tutti i suoi passi erano lunghi e morbidi e rilassanti. Ero felice a galoppare lungo la strada in mezzo al campo di granturco. Poco dopo, il campo di granturco finiva, e la strada si infilava in un paesaggio simile alla campagna inglese. I prati erano tenuti a pascolo d’erba, che nel caldo estivo era ingiallita sulle punte. Macchie di alberi si stagliavano qua e la, alcune squadrate e allineate di pioppi da carta, altre confuse di bosco gerbido. Gli alberi facevano da confine delle proprietà, che erano abbastanza vaste, più che in inghilterra. In mezzo ai prati da pascolo c’erano alcuni alberi che facevano ombra, e la strada polverosa correva in mezzo alla campagna che assomigliava al Kent, anche se le proprietà erano più vaste. Strinsi le gambe ed allungai il galoppo. Cheyenne correva volentieri, ed io sentivo con piacere l’aria sulla faccia. Ero felice ancora di più a galoppare lanciato ora in questa campagna verde che assomigliava al Kent. Cheyenne piegava nelle curve con la sola pressione delle gambe, e gli mollai le redini sul collo. La campagna profumava di fieno e di fiori. Il Kent non ha questi profumi. Ne ha altri, ma non ha questi profumi. Il sole era alto, sul mezzogiorno, e la strada polverosa era calda. Galoppavo ed ero felice, perché avevo una sensazione di libertà che mi faceva felice. Ed ero felice di essere felice. E galoppavo felice e libero. Poi vidi un bel prato. Era verde e c’era un gruppo di tre alberi in mezzo, e un sentiero tracciato che lo attraversava e portava accanto ai tre alberi e proseguiva. Gli alberi erano tre noccioli. Raccolsi le redini e le tesi sedendomi indietro sulla sella. Cheyenne scese al trotto, e poi lo portai ancora al passo. Imboccai il sentiero che portava ai noccioli e lo accarezzai sul collo. Smontai accanto ai noccioli, e bevetti subito l’acqua dalla borraccia. Cheyenne aveva chinato la testa e mangiava dell’erba. Gli girai attorno, mollai il sottopancia e lo dissellai tirando via sella e coperta e tutto. La sella l’appoggiai a un nocciolo, e la coperta la stesi in terra con la parte di sotto, sudata, rivolta in su. Poi tolsi a Cheyenne il filetto. Tolsi dalle bisacce della coperta la cavezza con la lunghina e gli misi la cavezza lasciandogli la lunghina sul collo. Sentendo la corda sul collo, non sarebbe scappato, e avrebbe continuato a mangiare. Mi sedetti all’ombra dei noccioli, appoggiandomi al tronco più grosso. Dalle bisacce tirai fuori delle pagnotte tagliate già a metà e una carta oleata con dentro del prosciutto tagliato già grossolanamente a mano in strisce lunghe. Mi preparai un paio di panini e li mangiai affamato. Cheyenne aveva trovato un canale di irrigazione e beveva col collo chinato in basso. Bevvi anch’io dalla borraccia, e l’acqua era fresca. In una delle bisacce cercai una fiaschetta di grappa, e sapevo di averla da qualche parte. La trovai, e bevetti la grappa con l’ultimo dei panini. Poi bevetti ancora un sorso d’acqua, che era fresca, mi calai il cappello sugli occhi e distesi le gambe. Ero stanco e mi addormentai nel caldo dopo mezzogiorno.
Mi svegliò Cheyenne urtandomi un piede col muso mentre mangiava fra le mie gambe. Il sole era spostato verso ponente, non troppo oltre il mezzogiorno. L’ombra dei noccioli era girata, ma mi copriva ancora interamente. Faceva fresco all’ombra dei noccioli. L’aria calda sul prato saliva in mezzo all’erba, e sembrava che l’erba ondulasse o che bruciasse di un fuoco trasparente. Mi alzai riposato. Anche Cheyenne era riposato. Si vedeva, aveva anche asciugato il sudore. Gli passai il bruscone di saggina sul pelo prima di sellarlo. Bevetti ancora un sorso d’acqua dalla borraccia, e l’acqua era bella fresca e mi dissetava, e la borraccia era quasi vuota. Poi montai in sella, e ripartimmo al passo, e poco dopo al piccolo trotto. Si trottava bene. Poco dopo il Kent finì e ritornarono i campi di grano, e la strada correva in mezzo ad essi. Vidi la strada terminare davanti ad un muro di cinta in pietra intonacata di bianco. A mano a mano che mi avvicinavo distinsi la croce; era un cimitero. Era aperto, e non c’era nessuno, nel caldo estivo, e il cimitero per la sua posizione interrompeva proprio la strada, che continuava al di là di esso. Vedevo la strada che continuava oltre l’altro cancello, e non c’era modo di girare intorno al cimitero se non passare nei campi. Non volevo passare nei campi, per non rovinarli. Sapevo che mi avrebbe anche sparato un contadino che mi avesse visto rovinargli il grano. Smontai ed entrai nel cimitero tenendo Cheyenne per le redini. Il cancello di ferrò semiaperto cigolò quando lo aprii del tutto. Non c’era un sentiero che girava attorno alle tombe, e per attraversare il cimitero e arrivare alla strada che stava oltre l’altro cancello non c’era alro modo che camminare sui tumuli. Non mi fregava niente di quelli che c’erano sepolti sotto, ma mi sarebbe dispiaciuto per i parenti che si vedevano calpestare la tomba del nonno o del marito o del figlio. Ma non c’era nessuno. Tenni Cheyenne stretto, facendo attenzione che non si scorticasse i garretti sulle lapidi di pietra. Il cancello cigolò anche dall’altra parte, ad aprirlo. Rimontai in sella quando fui di nuovo sulla strada, e ripartii al trotto. Era un piccolo cimitero, e dentro faceva fresco sulle tombe.
Finirono i campi di grano ed arrivò il fianco di una collina coperto di boschi. Mi infilai in un sentiero fra gli alberi; sotto gli alberi era fresco e umido. C’erano molte zanzare, e davano un fastidio dannato. Ne ammazzai un paio dandomi schiaffi secchi sul collo. Ma non serviva a niente, ti ronzavano attorno alle orecchie e ti si infilavano anche dentro. Avevo un limone rinsecchito nelle bisacce; me lo passai sul collo e sotto la gola, e cominciai a profumare di limone sulla pelle sudata, e le zanzare non mi diedero più fastidio. Cheyenne aveva molti tafani sui quarti, e li scacciava con la coda, e quelli sul collo glieli ammazzavo io con le mani. Il sentiero divenne ripido, e mi alzai in piedi sulle staffe e mi sporsi in avanti. Cheyenne saliva ansimando per la fatica e per l’umido del bosco. Poi la strada tornò in piano, e seguiva di nuovo la quota della collina. Più avanti c’era il letto di un ruscello con le sponde alte. Le sponde del ruscello erano molto alte e molto ripide, e il ruscello era sotto il sentiero di quasi due metri; scorreva poca acqua in un letto molto largo. Spinsi Cheyenne giù per il greto, puntando i piedi in avanti spingendo sulle staffe e spingendomi indietro, con la schiena quasi sui suoi quarti. Cheyenne svivolò in giù, strisciando con le zampe posteriori e quelle anteriori distese, e si rizzò quando fummo di nuovo in piano. Sul torrente, allungò il muso, e sporse uno zoccolo con prudenza, esitando sul fango. Poi balzò in avanti e lo mise direttamente nell’acqua, ed entrò con tutte le zampe in acqua con un rumore sordo del gorgoglìo del torrente intorno alle zue zampe e dei ciottoli sotto i suoi zoccoli. Poi balzò oltre il fango dell’altra riva e rimise le zampe all’asciutto sull’altra parte del letto. Poi lo spinsi su in obliquo per la sponda ripida. Mi sollevai sulle staffe, sporgendomi in avanti arrivando con la spalla a toccare la sua criniera, e spingendo le braccia tese in avanti perché potesse distendere tutto il collo, e dando di gambe. In obliquo era meno dura e lui saltò due o tre volte come in un galoppo, spingendo con forza con le zampe posteriori, e ci ritrovammo in piano dall’altra parte. Ero felice di avercela fatta, e lui era stato bravo. Lo accarezzai sul collo con vigore e riprendemmo al passo. Poco dopo, il sentiero era molto stretto e le sue zampe camminando spostavano le felci del sottobosco, e ai lati c’erano castagni e qualche betulla. Vidi l’orecchia sinistra di cheyenne voltarsi di scatto, e poco dopo sentii sulla mia sinistra un fruscìo fra le felci, e mi voltai, e la vidi. Era una coda di volpe che correva tra le felci. Scomparve poco dopo. Continuammo sul sentiero stretto. Poco dopo sentii di nuovo il fruscìo. La volpe apparve sul sentiero, proprio fra le zampe anteriori di Cheyenne. Cheyenne scartò di botto, scagliandomi contro un albero che stava lungo il sentiero, che era molto stretto. Sentii un dolore lancinante al braccio destro, e sentii chiaramente la pelle lacerarsi, e parte del muscolo della spalla tagliarsi con la pelle. Diedi una sgambata selvaggia dalla parte destra di Cheyenne per farlo allontanare dall’albero, e appena ebbi la gamba destra libera la sfilai dalla staffa e smontai, tenendomi il braccio destro che sentivo sanguinare e mi faceva un male cane. Mi sedetti per terra, e guardai il braccio, sulla spalla, ma vidi solo una macchia rossa sulla maglietta. Me la levai facendo attenzione, e presi la borraccia dalla sella e versai l’acqua sul braccio dove usciva il sangue. Vidi la ferita pulita per un attimo, prima che uscisse altro sangue, e non era un brutto taglio. Però dovevo pulirlo. Tirai fuori un fazzoletto pulito dalle bisacce e la fiaschetta di grappa. Appoggiai un angolo del fazzoletto al collo della fiasca e lo bagnai di grappa, e ci tamponai la ferita. Dio, quanto bruciava! Faceva più male della ferita da sola, e la smisi di torturarmi da solo. Versai tutta l’acqua sulla ferita, che bruciava ancora, e vidi che non c’era niente dentro. Ripiegai il fazzoletto in modo da farlo spesso e che avesse la parte esterna pulita, e lo misi sul taglio, e legai intorno al braccio il fazzoletto che avevo al collo per tenerlo fermo. Poi mi rinfilai la maglietta, che aveva una grossa macchia rossa sulla manica destra che stava diventando scura perché il sangue stava seccando. Avrebbe attirato le zanzare, e allora ci strofinai sopra il limone. Poi girai attorno a Cheyenne, e guardai che non si fosse fatto niente. Non si era fatto niente. Ero stato solo io a farmi male. Rimontai in sella, e il taglio non mi fece male. Feci attenzione per tutto il bosco, e alla fine il sentiero ridiscese dall’altra parte, e stavamo scollinando. Di là le strade erano tutte costeggiate dalle querce e dai castagni e dai noccioli. I loro rami facevano una galleria sulle strade. C’erano anche faggi e aceri e pioppi. E c’erano tanti frassini. A lato delle strade ombreggiate dagli alberi però c’erano ancora tanti prati, e l’erba era alta e gialla e fra poco avrebbero fienato tutto. Andavo al trotto. Avevo voglia di correre, e tesi le redini dando di gambe e rompemmo al galoppo. Diedi ancora di gambe, lasciando le redini sul collo a Cheyenne, e lo lanciai ventre a terra. Galoppavamo ventre a terra sulle strade ombreggiate dai castagni e dalle querce e dai frassini, e i suoi zoccoli facevano un rumore ritmato tipo tu-tump, tu-tump, tutto in sequenza molto veloce. Ero felice di galoppare così veloce, e il braccio non mi faceva male, sentivo solo pulsare il sangue, ed ero felice anche che non mi facessse male. Poi, quando avevamo galoppato parecchio, mollammo al trotto e lo lasciai trottare per sciogliersi. Stava facendo buio, e io ero stanco. Il braccio non mi faceva male per niente. C’era un castagno in mezzo ad un prato. Ripresi un piccolo galoppo e feci saltare a Cheyenne il muro di pietra che segnava il prato lungo la strada, e lo feci trottare fino al castagno in mezzo al prato. Smontai, e staccai le bisacce che appoggiai a cavalcioni di un ramo basso del castagno. Ebbi qualche problema a dissellarlo con un braccio solo. Appoggiai la sella al tronco, e la coperta con le bisacce allo stesso ramo basso. Gli tolsi il filetto, che agganciai in cima al ramo, e gli infilai la cavezza, e la lunghina la legai a un altro ramo. Era lunga, e poteva mangiare per terra e sdraiarsi anche. Io mangiai quello che avevo mangiato lo stesso mezzogiorno, e lo stesso che avevo mangiato la sera prima ed il mezzogiorno prima. Il prosciutto stava per finire. Non avevo da bere. Bevetti della grappa. Ne bevetti parecchia perché il pane e prosciutto era molto asciutto, e mi sbronzai un po’. Dopo cena imbruniva ed era quasi buio; andai con la borraccia a cercare dell’acqua. C’era un’abbeveratoio per bestiame con un getto d’acqua da un tubo, e riempii la borraccia dal getto d’acqua che era gelida. Mi lavai anche la faccia e il collo, e tolsi i fazzoletti, e vidi che la ferita era pulita e stava rimarginando. Girai il fazzoletto mettendo un’altra parte pulita contro la ferita, e la rifasciai. Poi tornai da Cheyenne.
“Buona notte, cavallo” dissi carezzandolo sul collo.
Non avevo detto altro per tutta la giornata, a parte le bestemmie quando mi ero ferito. Non parlo mai da solo, tranne quando impreco o bestemmio. Srotolai il sacco a pelo e mi ci infilai dentro. Mi appoggiai al tronco del castagno, e finii la fiasca di grappa, sbronzandomi del tutto. Poi mi sdraiai e chiusi gli occhi. Ero felice che il braccio non mi facesse male. Ero felice perché mi piaceva andare a cavallo e mi sentivo libero, e quando mi sentivo felice mi sentivo libero, e quando mi sentivo libero mi sentivo felice. Ero libero e felice. Chiusi gli occhi, pensando a quanto fosse bello sentirsi liberi e felici, e mi addormentai. Ricordo che quella notte sognai il mare.
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