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Matteo Pedretti non sarebbe entrato nell’osteria se non fosse stato per la luce.
Attraversava il vetro smerigliato della porta come se giungesse da una grande distanza. Anche la tinta era diversa. La riconobbe un istante prima di posare la mano sulla maniglia.
Lampadine a incandescenza. Erano sparite da anni, sostituite da quelle a basso consumo.
Aprì la porta e fu avvolto da un’aria calda, fumosa, umida, un po’ stantia. E, con essa, dalla sensazione di aver attraversato anche il tempo.
Sette uomini erano radunati attorno a un tavolo e cantavano. Sei stavano seduti ed erano il coro.
Portavano gilet di panno e camicie con i bottoni. Un paio avevano in testa un vecchio fedora e cinque un fazzoletto annodato al collo.
In piedi, con un bicchiere in mano, il solista.
Lo sguardo del Pedretti si soffermò sui suoi capelli.
Ne aveva solo sulla nuca e sulle tempie, neri e luccicanti.
Brillantina pensò. Che mi venga un colpo se quella non è brillantina. Non si usa da… quanto? Cinquant’anni? Sessanta?
Si chiuse la porta alle spalle e rimase fermo in piedi a chiederselo, come imbambolato. Ci volle qualche secondo ancora prima che si rendesse conto di che cosa stavano cantando.
«In mes al prà, savessi cus’a i era…
A i era un gnal. El gnal l’era tacà al broc. El broc l’era tacà a l’albero, l’albero l’era piantaà in del prà».
«Il “gnal” sarebbe il nido e il “broc” il ramo».
A parlare era stata una ragazza bionda con una felpa nera e una birra piccola in mano.
«Ho così l’aria del forestiero?».
La ragazza fece spallucce senza far cadere una sola goccia di birra. «Solo di uno che ha dimenticato».
Il coro stava andando avanti in una botta e risposta col solista. Nel nido c’era un uccello, l’uccello era dentro il nido, il nido era attaccato a un ramo, il ramo era attaccato all’albero e l’albero era piantato in mezzo al prato.
«Che cos’è una serata revival, civiltà contadina o qualcosa del genere?» chiese il Pedretti.
La ragazza andò a sedersi a un tavolo libero e lo guardò. Aveva occhi azzurri molto chiari, quasi turchesi.
Lui rimase in piedi, poi la porta alle sue spalle si aprì di nuovo. La maniglia lo urtò e dovette fare un passo in avanti per lasciar entrare il nuovo arrivato. D’impulso ne fece altri due e raggiunse la ragazza.
«Qualcosa del genere» disse lei bevendo un sorso. Aveva una pelle quasi diafana, senza neanche i pomelli rossi sulle gote che a volte appaiono nelle persone di pelle chiara quando sono accaldate o bevono alcolici. «Insomma, sei di queste parti e conosci il dialetto».
«Più o meno». Il coro aveva appena informato l’intera osteria che, sotto l’uccello, dentro al nido, c’era un uovo. «Mi ricordo che la cantava mio nonno, a volte. È morto da...» fece un rapido calcolo «quarantacinque anni, quest’anno. “Mi ha sbloccato un ricordo”. È così che si dice, no?».
«È così che si dice nel ventunesimo secolo» confermò la ragazza.
Il Pedretti alzò un braccio per ordinare. «Non me la ricordo tutta, però» precisò. «Questa parte non la ricordo». All’uovo dentro il nido attaccato al ramo sull’albero in mezzo al prato si era aggiunto un pulcino. «È anche vero che non ricordo che mio nonno l’abbia mai finita. Forse perché mancava il coro». La cameriera si avvicinò e il Pedretti ordinò una birra media. «E confesso che alcune parole mi sfuggono» concluse dopo che se ne fu andata.
«“broc” è una parola di probabile origine germanica. La stessa radice di “branches” in inglese, per esempio. Comunque ne esistono tantissime varianti. Probabilmente una per ogni per ogni volta che viene cantata. Non ci sono testi scritti. Sono canti attestati sin dal Medioevo, ma non mi stupirei se saltassero fuori versioni ancora più antiche. Venivano intonati durante i lavori, spesso ripetitivi, o quando ci si radunava nelle sere d’inverno nelle stalle, le donne filavano e si scambiavano le ultime chiacchiere prima di andare a letto».
«Studentessa?» chiese il Pedretti. La ragazza doveva essere sulla ventina. Più di trent’anni meno di lui. Suo nonno doveva essere poco più vecchio del Pedretti stesso. E lui quel canto lo aveva dimenticato… fino a quel momento.
«Curiosa» disse lei. «Trattenere le cose prima che scompaiano».
Coro e solista cantavano di un cuore dentro il pulcino e dell’amore dentro il cuore.
«Questa parte non la ricordo per niente» disse il Pedretti.
«È la parte migliore» fece la ragazza.
La cameriera portò la birra e se ne andò. Lui alzò il boccale, la ragazza il proprio e i due vetri si toccarono. Che cosa stai facendo? La domanda gli attraversò la mente con la stessa evidenzia straniante della luce attraverso il vetro; subito dopo ne arrivò un’altra: e, soprattutto, che cosa stai per fare? Le ignorò entrambe.
«E tu, invece, che cosa ci fai qui? Nessuno viene a Bortolengo sul Naviglio per turismo».
«Un PagoPA» disse il Pedretti dopo aver bevuto un sorso.
La ragazza sorrise «Un PagoPA?». Aveva denti bianchi e regolari, forse un po’ grandi, le labbra un po’ sottili, ma d’un rosso intenso, forse per via del pallore del viso.
«Sicuro» rispose lui bevendo un sorso. «Il mese scorso mi chiama il Comune di Bortolengo. Mi dice che c’è da pagare l’estumulazione di tal Camillo Pedretti. Pedretti sarei io, ma Camillo… poi mi mi viene in mente che dev’essere il mio bisnonno. Mai visto né conosciuto. La concessione cimiteriale del loculo durava cento anni e sono scaduti da un po’, ma in mezzo c’è stata la pandemia, perciò...».
«E così sono risaliti a te?».
«Devono avere un servizio informazioni efficientissimo».
Coro e solista si erano presi una pausa e la risatina della ragazza risuonò cristallina. Più del tintinnio dei boccali. «E così hai pagato?».
«Avrei potuto far mettere i resti nell’ossario comune, ma...».
«Niente parenti in vita?».
Il Pedretti bevve un altro sorso. Erano risaliti a lui tramite una prozia deceduta vent’anni prima e che aveva lasciato al Comune il proprio nominativo per eventuali comunicazioni relative alle sepolture di famiglia. “Pedretti” non era un nome comune, in città, dove la famiglia si era trasferita da più di ottant’anni, perciò… forse sì: a Bortolengo sul Naviglio avevano davvero un servizio informazioni efficientissimo.
«Brutto affare» disse la ragazza.
«Il PagoPA? Puoi scommetterci. Per questo sono venuto a controllare. Sta’ a vedere che mi fanno pagare per la tomba di un altro». E non aver nessuno. Ma se mai dovessi scoprirlo, e spero che non ti accada, ragazza, non sarà perché te lo dico io. «Ehi, questa la conosco. O almeno credo».
Il coro cantava di una ragazza che aveva fatto tardi la sera e che, sulla via del ritorno, veniva seguita da presenze via via più inquietanti: un gatto nero, un cane nero, un cavallo nero… verso la fine c’era da scommettere che sarebbe apparso l’uomo nero in persona.
«Un po’ macabra» disse il Pedretti. «Non sapevo che ci fosse anche una filastrocca».
«È più o meno un “imprò”» spiegò la ragazza. «La inventano sul momento. Come ho detto, è una “specie” di revival o celebrazione della civiltà contadina. La morale è che le ragazze non devono fare tardi la sera. O bere con gli sconosciuti». Allo stesso tempo, sorbì un lungo sorso. Il pallore, tuttavia, rimase.
«E tu che cosa ci fai qui?» chiese d’impulso il Pedretti. Lo sai quello che stai facendo, vero? Lo sai sul serio?
«Abito qui di fronte. La casa dalla parte opposta della strada. Era dei miei nonni».
Il Pedretti annuì, come se avesse capito di che cosa stava parlando la ragazza.
In realtà, da buon cittadino, appena aveva notato uno spazio sotto un platano che cresceva nel cortile davanti all’osteria ci aveva parcheggiato l’auto senza badare a tutto il resto.
«Sono tornata a Bortolengo perché… be’, l’ho detto prima: brutta faccenda essere soli». L’aveva detto? L’aveva detto davvero? Si sistemò il cappuccio. Una delle cose che il Pedretti non capiva delle mode giovanili era l’infagottarsi la testa sotto cappucci e berretti anche quando non ce n’era bisogno. Contro quella matassa scura i capelli biondi e il viso pallido della ragazza la facevano assomigliare a…
«Sentito? Che cosa ti dicevo? È arrivato l’uomo nero». Coro e solista si scambiavano le strofe in cui la ragazza si voltava e scorgeva dietro di sé la sagoma muta e tenebrosa di un uomo . Ma lei non ha detto niente del genere. Sei stato tu. Anzi: non l’hai neppure detto. L’hai solo pensato.
La canzone era terminata e il coro aveva fatto un’altra pausa, ma, incitato dai clienti, ne aveva subito iniziata un’altra. Parlava di una donna che, per errore, aveva ceduto l’anima al diavolo. Per rompere il patto, avrebbe dovuto attraversare un bosco dai mille sentieri di cui tutti, tranne uno, portavano alla morte.
«Potrebbe essere la versione contadina della canzone di Vecchioni» disse la ragazza.
«“Samarcanda”. La conosco».
«Una storia a proposito dell’ineluttabilità del destino».
«Che cos’hai da ridere?». In realtà la ragazza aveva appena storto la bocca e non era neanche un vero e proprio sorriso. Di nuovo, l’immagine del volto pallido e scarno sotto il cappuccio nero si affacciò alla mente del Pedretti e, di nuovo, lui la scacciò.
«Uno immagina che le scelte che determinano il nostro destino siano decisioni clamorose. Invece, il più delle volte, sono alternative banali. Prendere la strada a destra invece che a sinistra. Fermarsi a una festa qualche minuto in più del previsto. Lasciar passare un autobus perché è troppo pieno...».
«… entrare in un bar senza star lì troppo a pensarci».
La ragazza finì la birra. «Sei uno che pensa troppo, tu?».
Sto pensando che potrei essere tuo padre. Sto pensando che non pensavo di entrare qui. Sto pensando che i Pago PA sono brutti, ma che è più brutto essere soli e che è bene trattenere le cose prima che scompaiano.
La canzone della donna, del diavolo e del bosco era terminata e, a grande richiesta, i sette avevano riattaccato con quella dell’albero in mezzo al prato.
«Forse le scelte non sono così importanti» disse la ragazza. «Tanto finiscono tutte nello stesso modo. Forse quello che conta è quello che c’è dentro il pulcino nel nido. La parte migliore. Solo che ce lo dimentichiamo». Si alzò in piedi. Era più alta di quanto il Pedretti si attendesse e, a guardarla meglio, sembrava di età indefinibile. «Devo solo attraversare la strada» concluse. «Non è un tragitto molto lungo, ma lo diventa se si è soli».
Posò una banconota sul tavolo e guardò il Pedretti. Gli occhi, che prima sembravano azzurri, parevano ora grigi. Forse anche il loro colore cambiava con mutare della luce. Lo salutò con un cenno del capo e andò alla porta. Prima di uscire, si coprì la testa col cappuccio.
Il coro era arrivato al punto in cui c’era un nido sul ramo dell’albero in mezzo al prato. Il gnal – e chissà da dove veniva quella parola – e il broc.
Aspetterò, si disse il Pedretti. Aspetterò fino al momento in cui si parla del cuore dentro il pulcino e dell’amore dentro il cuore. Proprio non me lo ricordavo quel pezzo. E poi…
Ma l’ultima strofa non arrivò mai.
Al suo posto, ci fu uno schianto.
Un tuono immenso, come se un pezzo di cielo notturno si fosse staccato dalla volta e fosse precipitato a terra.
Essendo tra i più vicini all’uscita, il Pedretti fu anche tra i primi a precipitarsi fuori, per capire che cosa fosse successo.
Il platano era caduto di colpo, abbattendosi sulla sua auto e danneggiandone altre.
Quella del Pedretti, però, era ridotta a un rottame.
Se fossi uscito prima insieme alla ragazza o anche solo per salire in macchina…
Dalla parte opposta della strada, la casa c’era davvero, ma era completamente buia e appariva in rovina come se fosse vuota da molto, molto tempo.
Non c’è più l’albero in mezzo al prato, e chissà se su un ramo c’era un nido e che cosa c’era dentro, si sorprese a chiedersi.
Ma non importava.
Caso o destino, aveva scelto, era vivo e questo era sufficiente.