i papaveri furiosi

scritto da la nullafacente
Pubblicato 22 anni fa • Revisionato 22 anni fa
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Testo: i papaveri furiosi
di la nullafacente



I. (i papaveri furiosi)

Quando sono per strada qualche persona dice ad alta voce un nome.
Qualche volta quel nome è Annabelle.
E quando sento Annabelle, io mi volto.

Io sono Annabelle, e più di una volta ho provato a dire ad alta voce “sasso”, ma lui se ne sta lì senza girarsi. Rimane sotto la cascata, a subire.
Questo gioco dei nomi, del dirli e del girarsi, ha funzionato solo una volta, e si trattava dei girasoli. Ma era un sogno, perché io i girasoli, quelli che si voltano lenti, non li ho mai visti.

Io vivo in un posto che ferma i fiori. E si chiama Agout.
Ci sono i fiori ovunque. Tranne dove siamo noi.
Non siamo in tanti, ma abbastanza da fermare i fiori.
I fiori sono papaveri. E i papaveri sono fiori orgogliosi. Non si lasciano guardare facilmente.
Se provi a metterti sul bordo di Agout ti sembrerà di stare sanguinando e ti girerà un po’ la testa. Vedrai persino sfocato.
Io mi sono sentita così, la prima volta che ho guardato i papaveri che proteggono Agout. Non è mica facile guardare i nostri angeli rossi, bisogna prima sorridere alla calma rotonda di Agout.
Thomas a sedici anni impazzì, per la troppa calma.
E si ferì i polsi con una lama, morto di rosso tra i papaveri.
Non è un posto per tutti Agout, ci vive solo chi sa accettare il lato grave delle cose. Perché quando hai scoperto il lato grave, sai che in fondo stai vivendo quello bello.
Allora guardi i papaveri, e pensi che vivrai per sempre ad Agout.

Quando la gente di Agout pronuncia Annabelle a voce alta, io mi giro, sorrido per sbaglio e racconto una storia d’amore. Perché noi viviamo tra papaveri, e loro ci trasmettono l’amore furioso.




II. (thomas che è nato tra le piume)

Thomas era l’unico figlio dell’intessitore di letti. È nato un giorno ad Aprile in cui il cielo dissetava i papaveri attorno ad Agout; quando la nutrice l’ebbe pulito e rassicurato sul fatto che prima o poi si sarebbe abituato a tutti quegli spazi, il padre di Thomas avvicinò alle labbra livide del piccolo una piuma.
E in quel momento accadde che tutti i pediatri del mondo ebbero torto.
Perché Thomas è stato il primo bambino al mondo a sorridere alla tenera età di quattro ore.
Crebbe in una casa immersa nei materassi e a quattro anni giocava con le piume, sorridendo al loro saper essere nulla, eppure, bellissime.
Crescendo si accorse che mai avrebbe potuto sopportare il ruvido delle cose.
Ma ad Agout tutto ha il suo lato bello, e il lato bello di Agout, per Thomas era Ofelia.
Ofelia che è colei che aiuta. Ofelia che aveva 14 anni. Ofelia che indossa solo il sottile strato della sua pelle quando cammina.
Ofelia che quando vide per la prima volta Thomas gli prese la mano, guardando e accarezzando a lungo i polpastrelli, e poi se la posò lì dove il collo si incontra con il petto, nell’incavo piccolo dove le donne del mondo conservano i loro pendagli.
Ofelia, che quando parla guarda negli occhi, nell’incavo piccolo decise di metterci i polpastrelli di Thomas.
E Thomas le disse semplicemente:

“Toccarti è farmi accarezzare”.






III. (l’amore leggero di Ofelia)


Certe mattine ad Agout il sole non sorge.
Lo vedi nell’aria, il patto che il cielo ha stretto con la nostra coperta di papaveri.
Certe mattine, ad Agout, piove.
E piove anche su di noi, che siamo i figli dall’odore umano dei papaveri e ne conserviamo la foga del rosso e la gentilezza dei petali.
Nei giorni in cui il cielo fa l’amore con Agout, noi che siamo bambini discreti, rimaniamo nelle nostre camere asciutte a raccontarci favole senza morale, senza sostanza, come la pioggia che cade fuori, che non la puoi mettere su una mensola, o scrivere nei libri. E anche se la fotografi, o la dipingi, non riesci mai a coglierne il movimento.

E nelle mattine delle favole e della pioggia, i papaveri danzano come gonnelle di paglia ed io, che sono Annabelle e quando mi chiamano sorrido, racconto di Thomas, di Ofelia e del loro amore leggero.


Thomas amava Ofelia perché Ofelia aveva l’odore bianco delle piume e quando Thomas le accarezzava i seni con le labbra, toccava la gioia dei suoi ricordi.
E Ofelia amava Thomas, perché gli era necessaria.

“amore mio, dove sei?”
“in ogni spazio vuoto”





IV. (la febbre della morte)

Perché non mi parli Ofelia? Amore...la tua pelle...che ne è del calore della tua pelle?... Ofelia... guardami Ofelia... Ofelia... apri gli occhi... no... non dormire... svegliati ofelia... devi rimanere sveglia... ecco piccola mia... così... fallo per me che sono qui…

Parlami, mon petit ange.

… che ne è del tuo respiro bello?… respira Ofelia… non cedere alla tentazione dell’immobile… continua Ofelia… lo so… è il dolore... ecco… ti stringo la mano… stai meglio amore mio?...
non puoi lasciarmi così… lasciarci così… no Ofelia… io ti amerò sempre Ofelia… questo deve salvarti… non andartene…


E anche


La voce, amore mio. Mi sta scivolando nella gola, ha il sapore aspro del silenzio. È per questo che non ti parlo amore. Il tuo nome. Nemmeno il tuo nome sopravvive alla febbre. Ma io lo so che mi basta pensare, perché tu mi senta.

Piangi, mon petit ange.

piangi sul mio petto e poi piangi ancora per tutto il tempo del dolore. E poi, vattene amore.

Guardami.

Ti amo.


Morire ad Agout è danzare il vento con i papaveri.




V. (le ragioni della follia)


Come può un uomo cresciuto tra piume sopportare il ruvido dell’assenza?
Non può, infatti.

Io sono Annabelle.
Sono nata a dicembre, ma senza neve. C’era tutta Agout e c’erano due giri di cordone ombelicale attorno al mio collo.
C’era Agout col fiato sospeso, ed io, col respiro sommesso.

I miei genitori si sono trasferiti in una città in Italia quando avevo diciassette anni e sapevo che per vivere mi bastava raccontare le storie d’amore. Si sono trasferiti in una città tutta diversa da Agout, che è racchiusa.
Dall’Italia mia madre mi scrive lettere brevi, e parlano tutte della città.


Cara Annabelle,

il vento soffia caldissimo oggi e questa gente con un’occhiata sa farti i conti in tasca, calcolare quanto sangue e a che prezzo acquistarlo dalla banca delle tue vene. Ma più di tutto: i colori. Il bianco accecante sospeso come un’astronave in volo e,
il rosso.
Annabelle, sapessi del rosso di questa città. Ti schiaffeggia come la rabbia dei nostri papaveri: mondi interi di pomodori e peperoncini, piccoli ed impertinenti. E poi il verde di questi ulivi attorti. E c’è un arancione nascosto di nero, che si fa mangiare così, crudo com’è. Dovrai provarli, Annabelle, i ricci di questa città.

A presto figlia mia,

tua madre


I miei genitori si erano appena trasferiti nella città che io m’immaginavo frenetica, di mercanti e navigatori, irresistibile e insostenibile, quando andai sul bordo di Agout. E vidi Thomas.
Thomas impazzì il giorno in cui io mi sedetti per la prima volta ad osservare i papaveri. Vidi il suo sangue nutrire i nostri fiori. Soprattutto il suo sangue, rugiada rossa sui petali.

Thomas morì per la troppa calma rotonda di Agout,
e per il peso della sua piuma appassita.




VI. (la piuma che cadde dal letto)

Abbiamo seppellito Thomas lì dove ha scelto di morire.
Ed è lì dove continua a morire Thomas, che ho trovato il pianto di Arianne

“piccola, non piangere”
“non sta piangendo, sta cantando il suo addio per Thomas”

Agout aveva un orfano.
Per la prima volta nella storia di Agout, c’era un bambino, anzi, una bambina, che aveva una casa, aveva una voce sua e il calore nel corpo, ma non i genitori.

“cosa dovremmo fare?”
“crescerla”
“ma come?”
“come farebbero dei genitori”
“ma noi non siamo i suoi genitori”
“hai ragione. Agout sarà il suo seno di latte e i papaveri le braccia paterne”

Non fu difficile. Arianne era un creatura con un talento naturale per la vita. Una furia immacolata verso cui erano incanalati tutti gli affetti addormentati degli abitanti di Agout.




VII. (l’uomo che arrivò bianco tra i papaveri)

“per le impronte, signora LeBohr”

questa è la risposta che Reynal Damiens diede alla proprietaria dell’ appartamento dove viveva a Limoges, proprio mentre usciva dal portone, e senza aggiungere altro.
Mentre camminava verso la stazione di Limoges, ogni tanto si fermava, appoggiava per terra il suo bagaglio e si voltava indietro, ma senza guardare il cielo a cui stava dicendo addio o i palazzi della sua città.
No. Reynal Damiens guardava il marciapiede. E sulla gettata di cemento: niente.
Quindi si rigirava, riprendeva il suo bagaglio e continuava a camminare verso la stazione, lungo Avenue du General De Gaulle.
Viaggiò sino a Toulose, fermandosi prima una notte a Montauban, per osservare i sentieri tracciati sugli edifici in mattone vivo. Per un paio d’ore seguì i canali tra un mattone e l’altro, sino a che un ragazzino con una sciarpa grigia lo guardò per un po’ e

“che sta facendo, signore?”
“seguo i sentieri”
“tra i mattoni?”
“sì”
“come una brutta copia?”
“qualcosa del genere”
“e ha scelto?”
“cosa?”
“dove andare”
“in un posto vuoto come questi sentieri e dove si vedano le mie impronte”
“non esistono posti vuoti, signore. Capita sempre che poi spunta un fiore, vede?”

e il ragazzino con la sciarpa grigia indicò un ciuffo di erba, in mezzo ai mattoni.

“allora in un posto dove spuntano dei fiori”
“allora Agout”
“cos’è?”
“è un posto spuntato in mezzo ai fiori”
“e per le impronte?”
“non c’è cemento laggiù, signore”


Io sono Annabelle e oggi, invece di una delle lettere di mia madre sulla città di mare con un santo rubato ai turchi, ho ricevuto uno straniero arrivato bianco in mezzo ai papaveri.
E mi ha raccontato come è giunto sino ad Agout, e anche che è bianco perché lui, nella sua Limoges, c’è nato per fare le porcellane, a forma di scatola. E siccome queste scatole di Limoges sono bianco vivo, il bianco gli è rimasto attaccato addosso.

“è arrivato uno straniero”, mi aveva detto il signor Bourdelle
“ah sì? Com’è?”
“è bianco”
“intende vestito di bianco”
“no no. Ha la pelle bianca”
“non dica sciocchezze signor Bourdelle, la pelle è rosa”

e invece Reynal Damiens aveva la pelle bianca, come non corrotta, come usata poco. E il signor Bourdelle, che ogni mattina mi incarta l’odore del pane, aveva avuto ragione.
Reynal Damiens è rimasto quasi tre ore a guardare le impronte che aveva lasciato in mezzo ai papaveri. Finché non si è alzato e, sorridendo, si è avvicinato a me, che sono Annabelle e racconto storie d’amore leggero, e mi ha detto

“è un bel posto Agout, le impronte rimangono”

l’ho guardato. E intendevo: già. È per questo che non tutti possono vivere ad Agout. Perché ad Agout non ci si può permettere di essere come sfiorare. Qui si è come vivere. C’è intensità, ad Agout.

“chi è la ragazzina che mi spiava tra i papaveri?”
“Arienne”
“chi è?”
“la piuma caduta da un amore leggero”.



VII. (una virgola, tra Arienne e Reynal)

“tu sei la piuma?”
“e tu sei l’uomo che cerca le sue impronte?”
“sì”
“io sono Arienne”
“io sono Reynal”

ad Agout il vento si ferma quando Arienne decide di voler bene ad una persona, perché nulla di quella decisione venga spazzato via. L’ultima volta che il vento si era fermato ad Agout, io l’avevo appena presa in braccio. Oggi la piuma di Agout mi ha detto che andava da Reynal Damiens ed è uscita.

“perché sei solo?”
“non hai mai visto una persona sola?”
“no”

Reynal Damiens è un uomo alto, ma non così alto da non riuscire a guardarlo negli occhi. Ha una barba insolita, perché è morbida e quando ti guarda, la barba, sembra dirti: io sono Van Gogh. Ma più di tutto, la sua pelle. Che è bianca e liscia, come quella di una bambina. Quando è arrivato ad Agout mi ha chiesto se era possibile affittargli la stanzetta in fondo al corridoio e io ho pensato che in fondo non poteva esserci nulla di male.

“cosa mangi al mattino?”
“latte con del miele, ma perché ti interessa?”
“in casa sono io che preparo la colazione, è il mio compito”
“in casa?”
“anche io vivo con Annabelle”
“non avevo capito fosse tua madre”
“non lo è”
“non avevo capito fosse tua sorella”
“non lo è”
“non capisco”
“non devi capire, devi lasciarti sfiorare”

Raynal Damiens mi ha parlato delle sue porcellane, delle sue scatole in porcellana. Non ne ha con sé, ma siamo d’accordo aprirà un piccolo laboratorio di porcellane, nel fienile.





Io sono Annabelle, vivo in un posto dove la serenità ti entra nelle vene, alle volte si affaccia attraverso certi tagli strani, ma poi, decide di rimanerti dentro. La gente mi chiama Annabelle e anche la signora Chatefou, la sarta che copre e scopre Agout d’inverno e d’estate.
Mi chiama Annabelle e spesso mi chiede, come stai, mia piccola Annie? (molto bene signora Chatefou, e il suo dolore al gomito come va?) e anche, e la nostra Arienne? Non viene mai a trovarmi! Le ho preparato un bel vestitino celeste! (le dirò di venire, signora Chatefou, ne sarà molto contenta) e immancabilmente, e dimmi Annie tesoro, Reynal come sta? Ho comprato una delle sue scatole, quella con la ballerina in rosa, è veramente adorabile, non trova? (sì, signora. È molto bravo, soprattutto con le porcellane).
E poi, accostandosi un po’, bisbiglia, si dice in giro che Reynal Damiens sia andato via da Limoges per colpa di una donna.


Reynal Damiens mi raccontò una parte della sua vita mentre preparavo un zuppa di farro. I papaveri si sono fermati, e il rosso lo ascoltava:

“Non potevo continuare a mentire, o forse potevo, ma le volevo troppo bene per farlo. Era proprio un bell’amore, sai Annabelle? Ma ero convinto. Due anni interi c’ho pensato. Cercando altre vie, altre soluzioni. Ma non è come spegnere la luce, o come congelare una bistecca cruda. Non così automatico, intendo. Perché l’effetto è più o meno lo stesso, del congelamento intendo. Congelata, così. Che ogni tanto ci ripenso, ma non per abbastanza tempo per permettere di scongelarsi. Perché lo sai no, Annabelle?, che le cose scongelate non si posso più ricongelare. All’inizio ho semplicemente riso di me stesso, guardandomi allo specchio e dicendomi che non era possibile. Poi era così evidente che non riuscivo a fare a meno di renderlo evidente anche a lei. Ho pensato di mentirle, sì. Potevo farlo. Ma quando rispetti una persona, è una cosa troppo difficile. E poi, mentirle, sarebbe stato come torturarla sino all’infinito con mille spilli. Ho preferito pugnalarla una volta sola. Lei ha fatto uno di quei suoi piccoli sorrisi imbarazzati, ma poi ha sentito il dolore penetrarle sino dentro lo stomaco, come un crampo. Io la guardavo. Che altro potevo fare? Forse avrei dovuto andarmene subito, senza sentire lo strazio della sua voce che mi chiedeva
-cosa significa che non mi ami più?- ”

Io sono Annabelle e racconto storie d’amore leggero agli abitanti di Agout. E questo straniero nutrito di bianco, mi ha parlato di come finiscono tutte le storie d’amore che finiscono.

“perché sei andato via?”

“perché con lei non avevo lasciato impronte”



IX. (il risveglio)

Se dici “sasso” ad alta voce, il sasso non si gira. Soprattutto ad Agout, dove persino i sassi sono avvolti dalla tonda serenità che vive come polvere sui petali dei nostri papaveri, per cui subiscono l’acqua o il vento, con la certezza che quello sia il loro posto.
E quando il vento sta lì a ricordare che qualcosa si muove, quello che si muove sono le intenzioni.
Qualcuno, qui, crede che sia il tempo, a muoversi, o a muoverci.
Sono le intenzioni, invece, a sbocciare fra le mani e a lasciare impronte.
Arienne non chiese mai nulla dei suoi genitori, né a me, né ad Agout, come se capisse che ci sono certe corde a cui non vorresti legarti, e invece, ti ritrovi appeso a testa in giù.
Reynal Damiens ha portato un bianco strano ad Agout. Un bianco a forma di cose. Ultimamente privilegia i papaveri, perché rappresentano tutte le intenzioni di cui ancora non ci siamo accorti.
E così ogni tanto, su qualche mobile in legno scuro, o su qualche pianoforte scordato, a fare compagnia alla polvere, ci sono i papaveri bianchi di Reynal Damiens. Perché prima o poi, qualcuno darà una spolverata e i papaveri bianchi agiteranno i loro petali, lasciando scivolare qualcosa di importante.

Gli unici motivi di discussione che imperlavano la mia conoscenza con Reynal, erano per lo più legati a questioni puramente etiche.
Più volte gli ho contestato questo suo vizio di fare scatole di Limoges ad Agout, con l’aggravante di rappresentare papaveri bianchi. E non rossi.
Altre volte discutevamo sullo stare fermi. Ho sempre trovato l’immobilità, il silenzio, il modo più consono per coprire tutti gli spazi importanti. Perché mi pare ovvio che la vita non si riduce ad altro che a capire quali siano gli spazi importanti su cui lasciare le impronte. E, inoltre,


“non c’è nessuna cosa che si gira, se tu la chiami”
“i girasoli, Annabelle”
“io non li ho mai visti”
“ah”

e se ne andò.
Reynal Damiens se ne andò quando gli dissi che le cose non si girano se le chiami.




Quando sono per strada qualche persona dice ad alta voce un nome.
Qualche volta quel nome è Annabelle.
E quando sento Annabelle, io mi volto.
Questo gioco dei nomi, del dirli e del girarsi, ha funzionato solo una volta, e si trattava dei girasoli. Ma era un sogno, perché io i girasoli, quelli che si voltano lenti, non li ho mai visti.

Fino a che Reynal Damiens ritornò ad Agout. Non che fosse stato via molto. Un paio di giorni nel resto del mondo non significano quasi nulla, ma ad Agout non è il tempo a muovere la vita, ma le intenzioni.
Quando bussò alla porta e

“mio dio Reynal, dove accidenti ti eri cacciato?”
“dillo”
“cosa?”
“fai muovere le cose Annabelle”
“Reynal di cosa stai parlando? Di quali cose parli?”
“dì –girasole- e in qualche posto del mondo, lui si girerà”
“Reynal è tardi, e non capisco di cosa parli”
“non capire, ma fallo. Dì –girasole-, te ne prego Annabelle”

non sapevo come guardarlo, ma poi capii che non lo dovevo dire a lui. Lo dovevo dire ai girasoli, in qualsiasi posto del mondo fossero.

“girasoli”
“grazie Annabelle. Buonanotte”
“buonanotte Reynal, ben tornato”

io sono Annabelle, e dopo aver detto a voce alta “girasoli” ho capito che gli amori leggeri, quelli che non muoiono, vivono non nel tempo, ma nelle intenzioni. Nell’intenzione di chiamare una cosa e farla girare con te.

A me una mattina è capitato di svegliarmi e di trovare un girasole che mi guardava giallo, per il solo motivo che l’avevo chiamato.
In fondo, è solo questione di averne intenzione.


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