UN VIAGGIO IN TRENO

scritto da friede
Scritto 22 anni fa • Pubblicato 22 anni fa • Revisionato 22 anni fa
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dedico questo racconto a fabionanni
- Nota dell'autore friede

Testo: UN VIAGGIO IN TRENO
di friede


UN VIAGGIO IN TRENO

Sulla curva il vagone sobbalza bruscamente, d’istinto mi appoggio con forza ai ginocchi dell’uomo che mi siede di fronte, poi mi ritraggo di scatto mentre un intenso rossore sale veloce dalla mia gola fino alla fronte.
- Mi scusi, è stato così forte e improvviso… – il tono della mia voce è insieme tremulo e acuto, devo, devo superare questo momento di disagio, se non ci riesco non saprò dove fissare lo sguardo per il resto del viaggio, lo so, che stupida, sono partita così di corsa che non ho nemmeno portato un libro, almeno quello che tengo sul comodino, eppure un libro è sempre un’ottima ancora contro la noia o un alleato quando ci si vuole isolare: nessuno oserebbe interrompere un lettore assorto che macina pagina dopo pagina .
- Non si preoccupi, l’importante è che il treno corra ancora sui binari e che nessuno di noi si sia fatto male!
la voce del mio compagno di viaggio non è profonda ma si articola in una serie di sfumature delicate e armoniose, che m’incuriosiscono. Oso fissarlo, forse incoraggiata dalla qualità della sua voce, forse perché adesso vorrei sapere qualcosa di lui mentre fino a cinque minuti fa mi era del tutto indifferente così come i due giovani fidanzati che completano il nostro gruppo.
Mi sorride e una serie di piccole rughe gli approfondisce il contorno degli occhi dietro le lenti. Dovrebbe essere sulla quarantina, i tratti del volto sono marcati ma non protervi, gli occhi non si sono illuminati nel sorriso, ha sorriso solo la sua bocca, gli occhi restano come assorti.
La mano destra è appoggiata al tavolino: le dita lunghe e affusolate come quelle di un pianista mi fanno immaginare che sia uno studioso, che so, forse un medico, forse
uno scienziato… beh, è meglio che smetta con le fantasticherie, rischio di confondere, come spesso mi succede, la realtà con i sogni a occhi aperti.
- Spero proprio che il resto del viaggio sia più tranquillo – mi affretto a interloquire per timore che il nostro colloquio finisca qui se non gli do subito un appiglio – anche perché per arrivare a Venezia ci vuole ancora più di un’ora, sempre se non ci saranno ritardi.
- Anch’io scendo a Venezia.
- Ci abita a Venezia? - come ho fatto a trovare il coraggio di fare una domanda così diretta non lo so, mi meraviglio di me stessa, di solito sono più discreta.
- No – sorride ancora – mi piacerebbe molto, ci sto andando per partecipare a un congresso, non ci abito, è una città speciale che amo e che è legata a un periodo particolarmente felice della mia vita di alcuni anni fa.
- Anch’io non sono di Venezia, ci studio, sto frequentando l’università.
- Mi lasci indovinare: filosofia…lingue…
- E’ un caso oppure mi legge nel pensiero? lingue, lingue e letterature straniere.

Anch’io gli sorrido, sperando che lui pensi che il mio viso è bello e nel mio modo di sorridere così largo e aperto incontri tutta la socievolezza che di solito non riesco a manifestare.
La mia attenzione ormai si è concentrata tanto su di lui che le stazioni sono scivolate via insieme con le sagome dei palazzi, i contorni delle colline, le nuvole leggere che velano appena il cielo pulito di una giornata d’aprile, senza che le abbia nemmeno viste.
Adesso sto fissando il paesaggio che scorre oltre il vetro e, con un tuffo al cuore, mi accorgo che per un gioco di specchi i nostri due visi si riflettono vicini, due icone che si spostano veloci tra il suolo e le nuvole in una campagna tutta punteggiata dai colori tenui dei frutteti.
So che se non riprenderà a parlarmi non avrò certo il coraggio di farlo per prima e che sarò costretta a chiudere gli occhi per darmi un contegno, fingendo di riposare.
- Allora… perché ha scelto lingue, pensa già a una professione in cui sia indispensabile conoscerle oppure è per puro interesse?
- Ho scelto per interesse ma anche sperando di potermi dedicare poi a una professione che mi piaccia. Sono così poche le persone che hanno la fortuna di lavorare sulla base delle loro inclinazioni, che desidererei proprio essere una di loro…
Avverto il forte contrasto fra il contenuto del nostro discorso e l’attrazione fortissima che cresce dentro di me e che non mi lascia libera la mente. Proprio le parole che pronunciamo e che avrei ritenuto opportune in una situazione del genere, mi sembrano adesso troppo formali, inconsistenti.
- Ebbene anch’io sono un privilegiato, faccio l’unica professione che desideravo per me fin da quando ero un ragazzino: l’astronomo.
- …Quindi il congresso a cui parteciperà riguarda la sua specializzazione,
immagino.
- Sì ma sono partito un giorno prima per potere rivisitare la città con calma, a modo mio. Se le fa piacere e se ha tempo, la invito, mi fa compagnia?
Rispondo di sì, che ho tempo, che mi farebbe molto piacere e mi accorgo che non ci siamo nemmeno detti i nostri nomi.
- Ida, mi chiamo Ida - gli dico e tendo la mano.
La sua mano è più grande di quanto mi fosse sembrata quando avvolge leggera e calda la mia, trattenendola solo un attimo in più.
- Emilio.
I fidanzati si sono assopiti, i visi accostati , i ricci della ragazza che scivolano leggeri sul collo del compagno senza svegliarlo, i respiri brevi ritmati all’unisono.
Abbasso la voce per non disturbarli e chiedo a Emilio di raccontarmi del suo lavoro, poi ancora degli amici, della sua famiglia.
Anch’io gli parlo di me con una confidenza che non avevo mai riservata prima d’ora a nessun altro. Le nostre domande incalzano le risposte, con la meraviglia di constatare gusti e interessi condivisi, con l’acuirsi della curiosità per nuovi aspetti dell’altro appena intravisti, con la gioia interiore di un incontro profondo con una mente affine.
Quando all’improvviso, dico all’improvviso perché l’ora mi è sembrata volare via, mi accorgo che il treno ha già imboccato il tratto che s’inoltra nella laguna e che siamo arrivati a Mestre.
C’è solo il tempo per scambiarci gli indirizzi e i numeri di telefono e per prometterci che domani ci rivedremo…

…Ida e Emilio mantennero la promessa che si erano fatti, si rividero il giorno dopo e tanti altri giorni ancora, perché entrambi, questo se lo confidarono più avanti, avevano avuto fin dal primo momento la certezza di avere incontrato una persona speciale.
Il loro fu un fidanzamento breve, solo i mesi necessari a Ida per completare gli studi e laurearsi.
Si sposarono, inutile dirlo, a Venezia in una piccola chiesa quasi nascosta in una calle luminosa con le mamme che piangevano e il soprano che copriva con i suoi gorgheggi il suono del vecchio organo un po’ stonato.
Questo lo so per certo perché Emilio si lamentò con l’officiante per l’organo stonato, lo so anche se non ero là, quel giorno.
Me l’ha raccontato Ida con tutti i particolari e me lo racconta tutte le volte che glielo chiedo: lei è mia nonna.












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UN VIAGGIO IN TRENO testo di friede
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