Tutto lì fuori lo chiamava a gran voce, incessantemente senza dargli tregua. Ormai erano un paio di giorni che rimaneva rinchiuso in quella topaia fredda come una tomba e terribilmente sporca. Le grigie pareti lasciavano ormai intravedere crepe sempre più profonde, che gli davano l’idea che quella gabbia di cemento gli stesse per franare addosso da un momento all’altro, l’unico arredamento era un letto forse più simile a una brandina che ad altro, e scomodo come un sasso. La monotonia della stanza era rotta da una porta di legno rinforzato, tenuta sempre chiusa a chiave dall’esterno, e una piccola finestra circolare, troppo piccola anche per poterci infilare la testa attraverso.Il ticchettio della pioggia sul vetro si confondeva con il giocherellare frenetico, quasi convulso, delle sue mani sulla parete accanto alla finestra, mentre quasi ipnotizzato osservava gli alberi e le case in lontananza scosse dall’acquazzone. “devo assolutamente uscire, non resisterò un minuto di più qui dentro!” pensava senza staccare gli occhi dalle chiome degli alberi scossi dal vento “non sarà poi così male là fuori, almeno lo spero” ripeteva mentre a un amaro sorriso si sostituiva presto un’espressione gravemente preoccupata. Era inutile provare ad uscire da lì e più si sforzava di pensare a come uscire da quella cella più la consapevolezza dell’impossibilità della cosa, si trasformava in ansia, e poi in un soffuso, quasi silenzioso panico, che poteva essere placato solo dopo diverse ore di riposo, dopo le quali si svegliava di soprassalto, come chiamato da quel desiderio di libertà che non gli dava pace e che molto probabilmente non avrebbe mai potuto soddisfare. Il sole lasciava filtrare i suoi raggi nella stanza attraverso la piccola finestra e al suo risveglio trovò ai piedi della brandina una ciotola d’acqua e un piatto di zuppa che trangugiò avidamente in pochi secondi, nonostante lo sgradevole sapore di cipolle gli facesse rivoltare lo stomaco. “tu e tuo padre siete due gocce d’acqua” gli avevano sempre detto tutti, e in effetti guardando la sua immagine riflessa il suo pensiero non poteva che andare all’ormai defunto genitore, del quale conservava i tratti oltre che il ricordo. Aveva spesso pensato di avere un viso severo, di quelli che solo rare volte tradiscono le emozioni, del quale suo padre era andato sempre molto fiero, “un viso da vero russo, quello di mio figlio, come ce ne sono ormai pochi nel nostro paese”. E come dargli torto. Il viso sempre pallido a causa della bianca pelle sfumava nel leggerissimo biondo dei capelli e le rade sopracciglia facevano da contorno a due occhi di un intenso verde smeraldo che spiccava vividamente sul volto magro del giovane. Indossava ancora quella divisa così bella, pulita della quale era sempre andato fiero ma che ora era sgualcita e lacerata in alcuni punti, ciò nonostante non aveva alcun’intenzione di toglierla poiché ormai in quella fredda prigione era l’unica cosa che gli ricordasse casa. ”Sei stato promosso capitano? Non ci posso credere! Finalmente stai facendo carriera ed era ora che questa famiglia avesse un po’ di fortuna dopo la morte di tuo padre. Fatti abbracciare, Ivan!”. Ricordava ancora l’eccitazione di sua madre quel giorno, “ capitano Petrenko ! suona proprio bene, non trovi?” gli ripeteva, con gli occhi che le brillavano d’orgoglio, sfregando la targhetta dell’uniforme fino a quasi consumarla; “ te l‘ho detto mamma non è niente di così importante come pensi “ cercava di ripeterle, ma lei ormai quasi non lo sentiva più. Ma forse era meglio così, “la mamma se l’era passata piuttosto male dopo la morte di papà, e forse non sarebbe stato giusto negarle un po’ di felicità dopo tutto quello che lei aveva fatto per lui”, pensò tristemente Ivan mentre seduto per terra, con la schiena appoggiata alla parete, osservava la stella rossa cucita sulla sua giacca. Non era stato certo un buon affare per Igor quella promozione, per settimane aveva portato avanti piani d’azione per l’invasione del territorio orientale tedesco e più vicino si faceva Berlino, più Mosca si allontanava. E ormai era davvero troppo lontana.
Un ragazzo testo di ThomasJoyce