Sono seduta in poltrona nel terrazzino di casa, a tratti apro gli occhi e guardo il traffico scorrere veloce. In questi ultimi anni è aumentato sempre di più. Tante persone sole, chiuse dentro quella capsula di metallo, incolonnate, in silenzio. Non intravedo volti allegri. Alcuni parlano al telefono in modo concitato, sembrano sempre arrabbiati.
Non è più come negli anni cinquanta. Le prime vetture in circolazione erano formate da famiglie allegre, che la domenica andavano a fare una gita fuori città o a trovare i parenti solo per mostrare il loro acquisto, lucidato per l’occasione. Non c’erano cinture di sicurezza e i bambini stavano seduti davanti in braccio alle mamme, con il naso appiccicato al finestrino, ipnotizzati dallo scorrere veloce delle cose. D’estate le auto viaggiavano a finestrini aperti e si sentivano le risate e le chiacchiere che, come le auto, correvano, scomparendo in lontananza.
Ecco ho chiuso gli occhi un’altra volta e ho permesso ai ricordi di catturarmi e riportarmi indietro nel tempo. Non voglio. I ricordi sono solo sofferenza. Lui non c’è più da troppi anni. Da sveglia non ci penso, ma come chiudo gli occhi e mi rilasso i ricordi tornano vivi, insistenti, sono lì pronti a colpirmi e farmi ancora del male. Non voglio sentirli, perché hanno la capacità di diventare reali e così sento la sua mano sul mio viso, il profumo del suo dopobarba, persino l’inconfondibile ciabattare per casa. Il dolore quando apro gli occhi e non lo trovo, è insopportabile.
Quando lo conobbi era fermo, appoggiato alla sua cinquecento nuova fiammante, col tettuccio apribile. Io passavo con la mia amica sottobraccio e chiacchieravamo ridendo rumorosamente. Lui ci vide, i suoi occhi percorsero rapidamente i nostri corpi e si fermarono nei miei. Fu amore a prima vista. Ce lo giurammo quel giorno, sotto il sole di fine luglio. Lui era il ragazzo più bello del paese, alto, dinoccolato, con capelli biondi che facevano una buffa onda sulla testa.
“Mamma! bevi il tè, hai freddo? Aspetta che ti sistemo la coperta”. Nostra figlia.
Sono anni che mi assiste, la sento ma non riesco a risponderle. Lei mi parla, sicura che io la comprenda, anche se il medico sostiene di no. Ha accettato il mio silenzio dal giorno in cui il suo adorato papà ci ha lasciate. Lo sa che sto aspettando la fine. Ha provato in tutti i modi a sostituirlo con tante piccole attenzioni. Mi coccola come faceva lui. Tutte le domeniche va a messa e al rientro mi porta i pasticcini comprati nella pasticceria all'angolo, la stessa di sempre. Quando esce per andare a lavoro mi bacia sulla fronte come faceva lui e al rientro sento i due familiari colpi di clacson sotto il palazzo. Ma non è lui e lei lo sa, così come sa che il mio cuore ha cessato di battere nell'attimo stesso in cui lui è morto, solo il mio corpo è rimasto qui.
aspettando la fine testo di emmegi