Il pellegrino

scritto da Dalton Mike
Scritto 3 anni fa • Pubblicato 3 anni fa • Revisionato 3 anni fa
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Autore del testo Dalton Mike

Testo: Il pellegrino
di Dalton Mike

Quella che vi sto per raccontare è la storia di Lars von Acker, un religioso vissuto verso la fine del Settecento. Intorno alla sua figura aleggiano numerose ombre di mistero su cui nessuno, ad oggi, è riuscito a fare chiarezza. A questo proposito è stato richiesto anche l’ausilio professionale di affermati storici ed esperti di culto che nonostante i loro sforzi e le loro conoscenze non sono riusciti in alcun modo a fare luce sulla vicenda. Il personaggio di von Acker, nel tempo, è diventato il soggetto delle teorie più stravaganti, sfiorando lo status di leggenda metropolitana. C’è chi lo ha associato al demonio in persona e chi invece ad un misero millantatore che ha sfruttato il nome di Dio per infimi tornaconti personali. Ed oggi vi narrerò i fatti così come li conosco io, imparziale da giudizi e opinioni campate in aria. Quello che so è frutto di ricerca e considerazioni di vecchi documenti e testimonianze del tempo che mi sono state in buona parte tramandate da mio zio, interessato al limite dell’ossessione a questa storia.
Partiamo da quello su cui tutti concordano, ovvero sui suoi primi anni di vita fino a quelli del suo sacerdozio. Nacque nel 1760 in un piccolo villaggio sperduto nel sud dell’Olanda, da una buona famiglia appartenente all’alta borghesia. Infatti il padre, Tam von Acker, era un ricco commerciante di stoffe che viaggiava in tutta Europa e che aveva contatti con prestigiose figure nella cerchia delle monarchie europee. Fin da bambino Lars amava frequentare assiduamente la parrocchia locale e ben presto fece della vocazione in Dio la sua unica ragione di vita. Fu ordinato prete tra – su questo abbiamo informazioni discordanti – il 1781 e il 1783. Le sue ultime celebrazioni ecclesiastiche risalgono al marzo del 1785 e successivamente si trasferì di punto in bianco in Sud America, più precisamente in un remoto paesino nel cuore di quello che oggi è il Perù settentrionale. Da qui le varie trame della storia iniziano a diramarsi. Secondo alcuni venne trasferito dalla Chiesa per continuare a divulgare la parola del Signore (e da questo deriva il soprannome ‘Il pellegrino’); secondo altri, invece, si esiliò volontariamente a causa di macabre voci che iniziarono a girare sul suo conto. E la seconda è la teoria a cui io, e prima di me mio zio, abbiamo dato maggiore credito. Era cosa nota che gli istinti libertini di Lars von Acker lo spinsero ad allontanarsi sempre di più dal condurre una vita consona e appropriata al suo ruolo che ricopriva all’interno della società. Sappiamo con certezza che adorava intrattenere relazioni con prostitute e che non si impegnasse minimamente nel nasconderlo. Testimoni affermarono di assistere ad un gran via vai di donne entrare ed uscire dal suo alloggio. In particolare, fu il caso di Lisa Becker a gettare sulla figura del pellegrino le prime e tenebrose ombre. Essa era una giovane cortigiana che frequentava Lars e che scomparve misteriosamente. Una volta ritrovato sulle sponde di un fiume il cadavere decapitato della ragazza, i sospetti caddero prepotentemente sul prete, che si scoprì essere l’ultimo ad averla vista in vita. Molto probabilmente questo contesto lo spronò a prendere in considerazione una fuga disperata per non privarsi di una libertà sempre più a rischio.
A tal proposito, grazie ad uno scritto di Arthur Cabral, un cronista coloniale dell’epoca, riusciamo a collegare von Acker al luogo in cui effettivamente si traferì. Esso scrisse:
“Nel cuore della notte tra il 13 e il 14 aprile mi trovavo al mio banco di lavoro, disturbato da un’esasperante insonnia che era diventata sempre più frequente. Stavo riordinando alcuni documenti appena scritti, riguardo delle focose proteste avvenute in paese il giorno prima. Improvvisamente udii delle grida intense provenire dall’esterno e il mio sguardo si posò istintivamente sulla finestra. Mi ci fiondai e scrollai la tendina, creando lo spazio necessario per sporgermi con un occhio. Vidi una donna correre agitando le braccia come a cercare di catturare l’attenzione di qualcuno. Alle sue spalle, dal portone della locanda, venne fuori, sfrecciando anch’esso, un uomo con indosso una tonaca scura che non intralciava in nessun modo il suo passo svelto e fulmineo. Non posso descriverne i tratti facciali, in quanto la luce fioca delle due lanterne posizionate sull’uscio della pensione non mi permetteva di scorgerne i visi. Ma dalle grida orribili della donna, sul suo viso doveva esserci chiaramente impresso un ghigno di terrore. Con un balzo felino l’uomo raggiunse la sua povera vittima e la immobilizzò a terra, impedendole di dimenarsi bloccandole gli arti. Fu in quel momento che la scena a cui assistetti mi irrigidì il corpo impedendomi di correrle in aiuto. Le mie intenzioni vennero annientate dalla potenza di quell’immagine, impressa nella mia mente fino al giorno in cui esalerò il mio ultimo respiro. Un’ombra, simile a un massiccio groviglio di filamenti neri, spuntò fuori d’improvviso dalla bocca della donna e salì dritta verso quella dell’uomo. Esso pareva trarne un immenso piacere a tal punto che alzò il capo in direzione del firmamento, scuro come non mai prima di allora. Posso assicurarvi, con la medesima certezza con la quale affermo di toccare il foglio su cui sto scrivendo queste parole, che quello che vidi quella notte non era soltanto il frutto della mia tinta immaginazione. Anche se in quegli attimi colmi di panico e sgomento dubitai fortemente della visione che i miei occhi mi stavano regalando. Malgrado il mio animo pesantemente provato, dopo aver atteso che quella belva diabolica si dileguasse nell’oscurità, mi diressi, correndo come mai avevo fatto prima, all’ufficio dell’autorità distante solo poche svolte da dove avevo alloggio. Sentivo la suola delle scarpe non toccar terreno e mi parve addirittura di stare per spiccare il volo. Non mi accorsi nemmeno della leggere pioggia che adagia mi bagnava i capelli. Tutto si spiegava nell’immensa adrenalina che mi scorreva decisa nelle vene. Non osai voltarmi in nessuna direzione poiché il timore di incrociare anche solo per un secondo il suo sguardo assassino era un sentimento verso il quale mi rivelai parecchio sensibile. Arrestai la mia corsa solo quando giunsi a destinazione. L’agitazione mi impediva quasi di parlare e una volta ripreso fiato raccontai i fatti così come li avevo visti accadere. Non mi credettero; qualcuno arrivò persino a ridermi in faccia, credendomi un miserabile ubriaco in cerca di un posto in cui passare la notte. Per fortuna uno di loro sembrava incuriosito dal mio discorso e decise, dopo aver afferrato con audacia una lanterna dal tavolo, di recarsi insieme a me sul luogo del fatto. La cosa mi rincuorò non poco. Durante il tragitto mi si presentò come Borèl e aveva un timido sorriso di cordialità sulle labbra che di lì a poco si sarebbe tramutato in un’espressione colma di terrore. Arrivati ai piedi del cadavere, come preannunciato, il viso di Borèl si pietrificò. Lo seguii quando posai lo sguardo sul volto illuminato della povera vittima: gli occhi erano bianchi come la neve e le pupille parevano esser fuggite insieme al suo assalitore. Non dimenticherò mai l’angoscia che sentii in quel preciso istante, accompagnata da un intenso brivido che mi attraversò la schiena. Mezz’ora più tardi si venne a creare una modesta folla intorno al cadavere, tenuta a bada da alcuni colleghi di Borèl. Fu lui a rivelarmi confidenzialmente il nome del misterioso individuo che divenne fin da subito il soggetto di una spietata caccia all’uomo, rivelatasi un gigantesco buco nell’acqua. Scoprì la sua identità, forse fasulla o forse no, grazie ai registri forniti dalla titolare della locanda. Probabilmente fuggì in chissà quale sperduto angolo del mondo, ma giuro su ciò che mi è più caro di essere stato il testimone delle azioni di un malvagio essere demoniaco, che porta il nome di Lars von Acker.”
Certo, la veridicità di queste parole non può essere dimostrata al cento per cento. Magari Cabral a causa della sua insonnia, definita da lui stesso esasperante, immaginò tutto. Ma collegando i precedenti di von Acker con ciò che abbiamo letto, un fondo di verità non è poi così utopico come potrete pensare. E posso affermarlo con estrema convinzione. Questo perché c’è un particolare che ho intenzionalmente omesso affinché non guidasse i vostri giudizi, arrivati fin qui. Il mio cognome è von Acker e discendo dalla medesima famiglia di cui faceva parte anche il pellegrino protagonista di questa storia. Dovete sapere che nel corso dei secoli la mia famiglia si è allargata a macchia d’olio in tutta Europa e non. Infatti ho parenti sparsi in tutto il mondo e ho da poco scoperto l’esistenza di alcuni miei cugini residenti in Australia. Vi starete chiedendo cosa c’entra tutto questo con i fatti narrati fin ora. Più che altro, queste righe vogliono essere una sorta di avvertimento, con il solo scopo principale di mettervi in guardia dalle persone appena citate. Riconoscerle è diventato quasi impossibile, siccome non tutti, oramai, in conseguenza a dei meschini matrimoni combinati, portano lo stesso cognome. Molti di loro hanno raggiunto prestigiosi vertici politici e societari, dall’alto dei quali hanno la possibilità di scrivere le sorti di migliaia di persone in cui probabilmente rientrerete anche voi.
Il mio, come avrete ben capito, è un disperato grido di allarme, identico a quello che mio zio cercò invano di far pervenire alla gente. Diffidate da chi vi accoglie con sorrisi infami, pronti a pugnalarvi con la lama che nascondono alle loro spalle. Scappate, o vi condanneranno ad un limbo infernale dal quale non riuscirete più a fuggire. E dopo oggi, ahimè, temo di essermi consegnato anch’io a questo atroce e inesorabile destino.
Il pellegrino testo di Dalton Mike
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