Lettere di cioccolata

scritto da Silvia
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Autore del testo Silvia

Testo: Lettere di cioccolata
di Silvia




Lettere
di cioccolata

A Luke, il mio piccolo cane a macchie e il mio unico amore.
Alla mia famiglia che non se l’aspettava.
Agli amici che conto sulle dita di una mano.
A tutte le persone che in qualche modo hanno avuto un ruolo nella mia vita fino ad ora, chi più, chi tanto, chi niente, chi troppo.
A chi ha saputo darmi tanto e a chi non ha saputo darmi niente e pertanto non sono stati presi in considerazione.

Aveva gli occhi un po’ tristi e pensava che forse un giorno sarebbe riuscita a diventare qualcuno. Ma la foga di intrattenere chi non le dava neanche retta era più forte di qualsiasi altro desiderio di fuggire da quella massa di esseri sconfitti già in partenza.
La sua faccia mi ricordava qualcuno, ma non famoso o noto o conosciuto, ma solo la faccia di qualcuno che voleva da tempo piangere ma che per i troppi impegni non trovava il tempo e si chiudeva in casa per scrivere quelle lettere assurde sulle sue ipotetiche amiche che trovava spesso racchiuse in un cofanetto di dolci e cioccolata con le quali faceva sempre indigestione.
La sua fantasia dipendeva dal nero di cioccolata, fondente e a volte al latte che sempre si scioglieva in bocca proprio come si vedeva in quelle stupide pubblicità che ti hanno sempre convinto a comprare tutto.
Così tra un libro e un altro, tra uno starnuto di chi non è abituato a quel clima in un periodo che va da gennaio a luglio quando a gennaio pensi che fa freddo e invece ci sono 30 gradi, e vai quasi al mare, Serena, scriveva le sue dolci lettere inventando nomi ma non eventi, eventi ma non nomi, per descrivere il suo vivere, quieto ma anche assurdo, in quell’isola lontana da casa, ma affascinante come il posto in cui hai sempre sognato di vivere ma che quando ci vivi ti sembra addirittura scontato.
Aveva semplicemente preso 3 aerei, semplicemente si fa per dire, e già ricordava il suo passato come se fosse già passato sapendo che il futuro sarebbe stato una dipendenza triste di ciò che aveva vissuto fino ad allora.
Un caffè bruciato e dilungato con acqua, promuoveva una giornata di sole da Roma in poi e la pioggia sul vetro dell’ aereo rumoreggiava e finiva da Madrid in poi. Attraversando in un’ora in meno l’oceano, le isole si inoltravano stranamente in qualcosa che non avevano mai visto: la pioggia. Ombrello? Neanche sapevano cosa fosse, forse lo usavano per ripararsi dal sole che li acquietava nelle lunghe e calde mattine universitarie mentre tutti dopo un caffè, e una pausa per la colazione iniziavano normalmente la loro giornata e le loro lezioni mentre Serena, prestando attenzione a Pablo Neruda o chissà quale altro autore rinomato, pensava già parole che alcune ore dopo, ogni giorno, e ogni sera si tramutarono in epistole, lunghe e corte, soffici e tristi, stupide e serie. In lettere, che di qualsiasi natura, la riportavano ogni giorno nel suo paese, nella sua città dove gli amici sapevano che qualcuno in quel momento li stava pensando. Riuscì a farcela scrivendo, e superò ogni momento grazie a un mazzo di fogli da riciclare, carta da lettera, e una penna che ormai aveva quasi finito il suo inchiostro.
Erano le 18, 45 ( ora locale) e Las Palmas, piangeva con la sua rara pioggia, il vento caldo, la casa silenziosa e una guagua ( un autobus ) attraversava le strade accanto al mare. Serena si addormenta e sogna di bere quella cioccolata che a Messina sarebbe stata calda e densa proprio perché a gennaio era giusto che fosse inverno.


Così ogni volta che pioveva l’aria si faceva familiare a tal punto che quasi Serena avrebbe anche smesso di usare le mogliettine a maniche corte per uscire finalmente dall’armadio il suo lungo cappotto che ogni sabato sera nella sua città, l’accompagnava sulle piste musicali di cantanti da JF, così chiamati per il nome dato ad una discoteca di Torrevieja.
La prima sera che fece freddo Serena invitò a casa sua, anzi nella sua piccola stanza due amiche per discutere di come avrebbero trascorso quel prossimo noioso sabato tra una coppa di non sapeva neanche lei cosa e una birra del posto che le piaceva gustare in compagnia di un professore e di nuovi amici che andava conoscendo ad ogni lezione noiosissima e sempre meno interessante.
Erano le 21.30, in Italia le 22,30. la gente ancora finiva di cenare ma da italiana Serena aveva già terminato e si accingeva preparare una delle sue mitiche tazze di cioccolata calda, densa e di velluto.
Ne aveva preparata così tanta che l’indigestione sarebbe stata infallibile ma, dolce e sinceramente voluta. Una delle poche cose che Serena amava del posto erano le simpatiche tazze che permettevano che la cioccolata entrasse a litri e inondasse la sua posizione divina.
Tra una chiacchiera e parole spese a favore della pioggia e a sfavore del freddo, Serena giocava con il manico della tazza con su disegnato la figura di Snoopy, stranamente lontano da un dalmata, oggetto, sua figura e animale preferito.
Ne aveva a casa uno, si chiamava Luke. Era cieco ma vedeva benissimo quando lei ci si avvicinava con un pezzetto di pane farcito in mano.
La notte ormai arrivava cupa e grigia stranamente in quell’isola di sole e mare tranquillo ma oceanico.
Serena salutava davanti la porta le due amiche e con un bacio sulla guancia, chiudeva la finestra che lasciava nonostante tutto passare il rumore tra le grate e gli spifferi. Anche quelle grate erano come una prigione. Non ci si poteva neanche affacciare. Stava a piano terra e questo poteva essere un pericolo perché qualcuno sarebbe anche potuto entrare senza lasciare il tempo agli inquilini di svegliarsi e rendersi conto di essere stati derubati.
Quella notte il diluvio colpì anche lo stomaco di Serena che girandosi tra il letto e il cuscino alla ricerca di una posizione comoda, non riusciva a prendere sonno. E già, la cioccolata aveva dato i suoi dolci risultati. Era diventata un miscuglio di caldo, zucchero, gusto e movimento che non davano spazio al sonno ma lasciavano che i sogni inventassero più figure possibile e persone che forse, Serena non aveva mai visto o se conosciute non aveva mai pensato che in qualche modo queste potevano cercarla per comunicare con la sua lontananza, dovuta al fatto che un isola affascinante l’aveva fatta viaggiare a un’ora in meno dal suo paese, senza bisogno di circumnavigare l’ Africa ma semplicemente guardandola in faccia.
Il mattino dopo decise che scrivere sarebbe stato un modo di mettersi in cammino, per intraprendere un pellegrinaggio che passo dopo passo, l’avrebbe riportata nella sua più felice esistenza, a casa.
E così ogni notte qualcuno le faceva visita e la mente trasformava i dubbi in parole e i sogni in persone che durante svariati giorni l’accompagnarono all’uscita di un labirinto e del suo apparentemente interminabile viaggio.


Cara Marina,
qui il sole sembra sparire ogni volta che provi a guardarlo. E’ come se avesse vergogna, la stessa che ti appesantisce ogni volta che ti trovi a dover comunicare con chi non ti conosce. Tu ne sai qualcosa. Tutti qui credono di avere il mondo tra le mani solo perché sono pieni di grosse foglie che ti proteggono dal sole. Credono di avere il mondo perché qui, anche l’inverno va in estinzione e l’autunno stenta a nascere. Le foglie non sono mai gialle, l’unica cosa che di giallo spicca sono miliardi di platanos (banane) che non sono neanche uguali alle nostre. Il gusto le tradisce e tradisce il tuo piacere di assaporare qualcosa che speri sia uguale alla tua terra ma che in realtà nella tua terra non esiste o forse ciò che è italiano non esiste in quest’isola popolata ma deserta.
Una mia coinquilina in questo momento è rientrata per dirmi che fuori piove ma che ormai tra dieci minuti smetterà perché qui siamo a Las Palmas. Intanto io guardo fuori dalle grate. E sì, ho le grate spudoratamente incollate alla finestra della mia stanza e non solo. Tutta la casa sembra un carcere letterario e pigro, visto che ogni giorno litighiamo per decidere se tocca a me fare i piatti nei giorni dispari o all’altra ragazza lavare il bagno nei giorni pari.
Poi non ti posso spiegare di come la gente che vive sotto di noi si faccia sentire, immagina se fosse stata di sopra. Ogni tanto mi addolcisco le giornate con una buona tazza di cioccolata calda e credo che sarà così per sempre, intendo per tutto il tempo che starò qui a rompermi le scatole tra un libro di pinco pallino e uno di non so chi. L’unico lato positivo a parte il sole invernale, è che almeno l’isola si può visitare tutta a piedi o quasi, le lezioni durano poco e tutto il tempo libero lo passi a bere una birra. Credo che potrei costruire e fabbricare birra senza necessità di master di formazione visto che quei la birra e in generale tutto l’alcol è la materia prima. Ma questo già lo sai visto che la Spagna, seppur in piccole zone l’abbiamo vista assieme. Me lo ricordo a Picche, a Patti Pravo che poi non era una cantante ma una giornalista. Per non parlare di quel povero organizzatore di Rafa Hill!!! Oggi ho mangiato prosciutto di pavone, dolce ma insopportabilmente soffice. Se penso a quelle povere penne lussuose mi metto a piangere. Mi conosci e sai che non lo avrei mangiato se non fosse perché l’ ho saputo soltanto dopo averlo digerito.
Nel frattempo sto preparando anzi stanno preparando una insalata, a modo loro, con la pasta fredda e con i kiwi in mezzo, che poi mi fanno venire anche l’acidità. Ecco mi chiamano.
Devo andare. A proposito anche i ragazzi sanno di alcol!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
A presto!!!
La tua amica, come direbbe Rossella, THE BEST IN THE WORLD!
SERENA

Mio piccolo Luke,
qui il clima sarebbe stato appropriato per te, soprattutto adesso che non piove, che i tuoni non scoppiettano nelle tue orecchie, soprattutto adesso che mi manchi.
Sei lontano ma qui sei vicino perché a parte sognarti e raccontarti le mie giornate ti penso sempre e le macchie sono come i secondi del mio tempo ad aspettare che ti possa riabbracciare e ricevere da te i tuoi sorrisi rari e le tue coccole spontanee.
Qui i cani sono come, te, solo un po’ più insulari visto che vedono il sole appena si alzano e lo salutano il mattino dopo. Invece tu sei più “fortunato” di loro visto che vedi il sole quando il sole è di casa e vedi la pioggia quando è giusto che cada. Ma anche loro sono fortunati se si pensa a quanti animali vengono lasciati al sole con il caldo soffocante e sotto la pioggia morenti e bagnati.
Hai visto Luke, tutti sappiamo come vivere ma c’è sempre qualcuno, uomo o donna, cane o gatto che non sceglie perché sono gli altri a scegliere per lui o lei.
Comunque tanti come te qui passeggiano, e vivono alla giornata, la solita vita da cani. Tu sei in ogni cane che incontro, in ogni abbaiare che sento, in ogni oggetto o in vetrina, in ogni figura su una tovaglia da tavola, in ogni pianto notturno, e anche in ogni piccolo bisognino che incontro per strada ma che come ben sai non m’impressiona più di tanto.
Ricordo quando ti leggevo le favolette, o ti raccontavo le mie giornate, o ti parlavo del safari.
Ricordo anche tutte le notti in cui avevi qualcosa da dire alla porta del bagno e come insistevi perché volevi bere. Qui nessuno mi sveglia ma preferisco andare in bagno mille volte piuttosto che stare accasciata sul mio letto ininterrottamente. Il tuoi risveglio era dolce e caldo anche d’estate, quando il tuo pelo mi faceva sudare.
Ma presto godrò ancora di questi momenti, te lo prometto.
E tu potrai sveglairmi con il tuo soffuso alito mattutino, e con le tue macchie sulla coperta del mio letto. E io posso spolverare le tue cose, e i mille dalmata che sostano per sempre sulle mensole della mia stanza, come te che sarai tappa obbligatoria dei miei pensieri, dei miei ricordi e dei battiti del mio cuore.
Con amore immenso.
La tua mamma

E così, tutte le volte che Serena, sognava, non si ricordava mai, al suo risveglio, cosa avesse riempito la sua notte, ma sapeva che qualcuno era andata a trovarla e che lei aveva bisogno di comunicare quando passava il tempo in un’isola spenta dove cento bar ad ogni angolo era l’unico passatempo serale che una studente si potesse guadagnare.
Era il giorno in cui doveva presentare la sua tesina ma ancora non aveva trovato la sua conclusione, così, mentre cercava un momento d’ispirazione, si sdraiava sui cartelloni buttati a terra per rinnovo, di un negozio di abbigliamento, e sotto il caldo e il sole, tentava a tutti i costi di concludere il suo saggio.
Ne aveva già scritto uno, ma quello era stato più facile, visto che l’aiuto non le era mancato. Qui invece che mancava tutto, e soprattutto gli amici, anzi le amiche, visto che l’amico che sempre era stato presente alle sue feste, l’aveva tradita, tradendo contemporaneamente la sua migliore amica, Marina.
Chissà perché lui, aveva dovuto sparlare all’infinito, traducendo frasi di uno stupido bambino, di 24 anni, che per restare sempre presente, visto che lavorava fuori, aveva cominciato a sparare le sue minchiate pensando probabilmente che per le voci che faceva girare lo avrebbero pagato.
Mentre Serena passeggiava, con la colla dei cartelloni che le era rimasta attaccata sui pantaloni, urtava con un ragazzo che stava entrando nello stesso negozio dove lei aveva visto una bella camicia bianca. Le piacevano le cose bianche anche se il nero le serviva per spezzare, troppo bianco era da infermiera e troppo nero era da corvo.
Così entrò e mentre girava e lui girovagava s’incrociarono cadendo in un piccolo incidente che costò, 15 euro, perché il caffè che tiepido si conteneva in una tazzina di plastica, e che timidamente teneva il “chico”, arrivò dritto sulla camicia che serena aveva controllato che non fosse scucita ma che ancora non sapeva se sarebbe stata rinchiusa nel suo armadio o sfrattata per chissà quale difetto.
Tra scuse e non ti preoccupare, si arrivò ad un accordo.
Lui, Carlos, pagò la camicia bianca e Serena aveva una camicia in più. E Carlos 15 euro in meno.
Così quella scena le fece ricordare quando, lavorando nell’agenzia di viaggi, dove Serena passava la maggior parte della sue giornate, aveva prestato dei soldi a chi ormai se n’era già dimenticato. Ma con piacere Serena aveva evitato di dirglielo perché sapeva che in fondo sarebbe stato inutile.
Quella sera, fortunatamente pioveva e Clara e Candelaria, si chiamavano così le due amiche da tazza, avevano voglia di riscaldarsi e così, sapendo che in casa di Serena, la cioccolata calda non mancava, perché era stato suo bagaglio a mano, suonarono confondendosi con l’ombrello a chi lo doveva tenere e chiudere prima, al campanello di Via Obelisco, e facendo le scale a due a due già si pregustavano quella deliziosa crema scura, compagna affiatata di Serena.
E come al solito, dormendo la sognatrice sapeva già a chi scrivere.

Caro Sergio,
ancora aspetto gli indirizzi per spedire le mie foto per fare la comparsa o almeno provare, per le fiction di cui mi avevi da tempo parlato. Credi che da qui sia facile?
Comunque grazie lo stesso.
Mi sono appena svegliata e ho sognato che saresti venuto a trovarmi. Forse perché sei, tra tanti che conosco, la persona che viaggia più spesso.
L’Estonia tanto lontana e Las Palmas? Forse di meno e per questo che so che un giorno mi chiamerai e mi dirai, soprannominandomi Bambolina, che ti manco e che sei già all’aeroporto per atterrare qui. Stavolta la W.Jet, non ti può aiutare però se non ricordo male per te è meglio così.
Ieri ho mangiato una cosa stranissima che mi ha fatto venire il mal di pancia. Cosa mi consigli di prendere. Qui la tua medicina non è la stessa e poi meglio di una telefonata con le amiche, cosa c’è per guarire?
L’isola è lontana, ma ogni tanto ti penso. Quante bottiglie di vino hai fatto cadere fino ad ora? Qui tutti bevono birra e mi comincia un po’ a stufare.
Basta, ho lo stomaco quanto un pallone!!! Domani ho un tema in classe su uno scrittore che neanche tanto m’interessa, cioè nessuno m’interessa, ma che tra tutti credo sia quello che meno mi piace.
Mia madre mi ha detto che ci sono dei prezzi occasioni, per viaggiare in aereo, perché non ci fai un pensierino?
Spero di brindare ancora con te con quei grossi calici che m’ingrossano la faccia ma che proprio perché grossi, sono pieni di vino bianco, come dici tu, Tavernello in bottiglia!!! Si sente il gusto del cartone!!! Baci!
Serena

Son la cinco de la mañana, no he dormido nada, pensando en tu bellezza……………………………..
No, no es amor, lo que tu sientes, se llama obsesión, una ilusión, en tu
pensamiento, que te hace hacer cosas, asi funciona el corazón!!!!!!!!!!!!
Una macchina, suonava a tutto volume, le parole di una canzone che a parere di un po’ tutta la nazione, era stata fin troppo ascoltata, sentita, riascoltata e risentita.
Ma quella mattina era così bello ricanticchiarla perché Serena sapeva che qualcuno, ancora, dopo molti giorni, non poteva dimenticarla visto che era costretta a ballarla ogni sabato o per lo meno tutti i sabati che il locale era aperto.
Un giallo canarino, che poi era il giallo di tutte quelle banane che in poco più di 10 giorni Serena aveva notato evitando di comprale per ignorare una possibile indigestione, visto che già la cioccolata aveva dato appunto i suoi frutti, ritornava agli occhi della sognatrice. Era forse una delle poche volte che Serena amava il sole così come lì esisteva perché era lo stesso colore della Twingo di quella ragazza che a 27 anni aveva saputo coltivare anzi raccogliere senza volarsi indietro i semi di una duratura amicizia, degnamente battezzata con il suono dei quella musica latino americana, che era stata capace di riunire due persone che fondamentalmente, in cuore non si erano mai separate.
Nella strada la “bachata” serviva ad accompagnare il cammino anche se di pochi minuti, da casa all’Università, dove Serena oggi aveva il mitico esame.
Due minuti di strada per il ricordo di mille serate ad imparare la salsa e farsi prendere in giro e farsi girare da chi ne era esperto, ma solo a ballare perché poi……..
Comunque suonava la campanella che segnava l’inizio dell’esame.
Un’ora: l’esame era finito.
Non era un tema ma una piccola relazione da scrivere sul momento solo per attestare la conoscenza degli studenti che avevano seguito la prima settimana di lezione.
E infatti già era passata una settimana. E dopo 5 giorni di pausa per prepararsi alla prova, ecco il 14° giorno, ore dieci, pronti con un dizionario monolingua e tre tracce brevi. Chi aveva studiato? Tutti! Era proprio una classe modello!!!!!
Alle 11,00 già Serena era a casa e dormiva, finalmente visto che ogni notte aveva i suoi ospiti. Il sonno fu tranquillo fino a quando squillò il telefono.

Come Virginia Woolf, scollegava nel suo romanzo atipico e tipico nello stesso momento “Le Onde”, i più intimi pensieri di persone che sembravano confuse, Serena scollegava dalla cornetta del telefono, le due voci, una dentro di sé che le diceva di chiudere e una dall’altro lato del telefono che le diceva di rimanere in linea.
E’ strano sapere che c’è qualcuno che ti vuole parlare ma che al momento è così distante che sembra che tu neanche lo conosca più.
Molti film raccontano di amicizie telefoniche che per anni restano dietro ad un telefono digitale o dietro un computer portatile, ma ora, in un presente lontano e isolato, sembrava che l’invisibile, avesse deciso di rivelarsi e la rivelazione avrebbe trasformato l’immaginazione in realtà. L’unico problema era in linea d’aria, la distanza che divideva chi avrebbe avuto voglia di conoscersi ma che adesso era quasi impossibile.
Serena, da circa due anni, riceveva a casa, nella sua città, delle telefonate, non squallide ma alquanto carine e a volte interminabile di uno sconosciuto che ormai era come il suo più caro amico. Solo il nome era falso ma tutto il resto dava sicurezza e certezza che il suo modo d’essere era proprio come Serena fino ad ora aveva immaginato. Era reale come reale erano le telefonate, come reali erano le ore trascorse a tirare il filo del telefono in modo che arrivasse più vicino al letto per poter parlare anche alle tre di mattina.
Rilassata aveva deciso di porre fine a questa storia perché la sua partenza era divenuta uno stress e anche da sconosciuti ormai non si sopportavano per l’angoscia che in Serena provocava la ormai vicina distanza dal suo mondo. Così era finita per sempre. O almeno si erano detti questo. Mancava solo un pezzo al puzzle, il viso di colui che per giorni e giorni le aveva saputo tenere compagnia e che adesso non era il destinatario di una sua lettera ma la persona che presto avrebbe voluto incontrare al più presto.
Lui non era uomo a cui dedicare parole ma uomo a cui dedicare una vita. Era così che lei lo immaginava conoscendo quell’uno per cento che avrebbe distrutto ogni sua aspettativa.
La disillusione era all’ordine del giorno ma chi sapeva combatterla avrebbe trasformato le delusioni in sogno e il sogno sarebbe rimasto per sempre sogno, chiuso solo in un angolo di mente e quindi mai e poi mai più reale. Insomma una sofferenza in meno da affrontare.
Ma quel telefono oggi aveva squillato e quella voce era di chi, purtroppo, non si era mai dimenticato.


Come avesse fatto a trovare quel numero, ancora Serena non riesce a spiegarselo. L’unico motivo che l’aveva spinta a rispondere era il fatto che adesso poteva scrivere di più e soprattutto a chi non aveva mai scritto se non soltanto regalato la sua voce.
Così una tazza di cioccolata si versava nella mente di Serena e tra una risata e un'altra la conversazione era interminabile.
Dopo quella notte al telefono, ricordando il passato che era passato ma non a tal punto da rendersi indimenticabile, anche stavolta il cioccolato nero mischiato con un cucchiaino di cioccolato bianco, faceva il suo dolce effetto e provocava in lei parole che mai aveva ricordato di avere nel repertorio della sua memoria. Era come se avesse comprato un dizionario nuovo e per scrivere una lettera doveva assolutamente usarlo per non fare cattiva figura. Era un dizionario aggiornato come aggiornata era la sua nuova carta da lettera.

Carissimo Sanny,
sono felice di averti ritrovata anche se in fondo sapevo di non averti ma perso per sempre.
Mi sembra strano poter dire di non averti mai incontrato ma so che ti conosco come tu conosci me. So che un giorno ci rincontreremo perché anche se in realtà non ci siamo mai visti, so di averti già conosciuto, magari su una spiaggia mentre facevi il bagno. Forse tra gli amici che ti circondavano di risate e tra le ragazze che ti circondavano di attenzioni. E’ così che in verità ti immagino. Bello, con la tua carnagione murphiana, scura, con il dentino furbetto e la risata apparentemente sensibile, perché spero invece tu sia forte.
Caro Sanny, eppure non ricordo di averti parlato della mia estate passata, quando tutto mi sembrava più bello, più facile, quando il sole splendeva anche se non c’era e la pioggia non bagnava niente se non per cancellare i brutti ricordi.
1992: la mia canzone si ballava in tutte le discoteche e chi mi aveva regalato la possibilità di riascoltarla tutte le volte che lo volevo è ancora nei miei pensieri. Il primo bacio, quello che non si scorda mai, anche se in fondo il primo non è stato, ma lo considero tale per l’intensità di un momento, di quell’istante che sembra non finisca mai. E poi tutto si fermava. Tutto girava intorno a quell’aria di gelosia che ti faceva sognare perché sapevi che qualcuno aveva interesse in ciò che facevi, in ciò che dicevi e provocare la sua ira era come sapere che qualcuno ti voleva davvero bene.
Quell’estate fatta di partenze e lunghi tragitti non si può dimenticare o metter in un angolo. Un auto se n’era andata e raggiungeva una meta distante ma niente avrebbe mai potuto dividere un ponte. E poi la fine. Solo per la paura di dover dire un giorno: chissà cosa sta facendo in quella Milano fredda!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Con il ricordo più grande
Serena

Quei tempi erano passati per tutti ma per Serena tornavano spesso, visto che aveva capito che questo era l’unico modo per sopravvivere alla lontananza tra sé e tutto quello che c’era al di là dell’oceano.
Non era difficile pensare a cosa stessero facendo le sue amiche, a cosa annusava il suo cane, a cosa cucinavano i suoi genitori. Emozioni passive le annebbiavano la vista ma una cosa era chiara e tale rimase fino al suo ritorno: la sua vita come punto di partenza anzi come punto di ritorno.
La telefonata aveva risvegliato in Serena la forte voglia di ritornare alle vecchie amicizie proprio come aveva fatto prima di partire.
Infatti una bachata era riuscita a riunire ciò che in realtà non si era mai separato: l’amicizia.
Il fuoco era acceso, Candelaria e Clara erano già sedute sul letto. Il cucchiaio di legno girava nella pentola della cioccolata e un’ altra nottata passava in compagnia di parole, sorrisi, biscotti, e soprattutto di un sogno che riportava nell’inchiostro di Serena chi non si era mai persa.

Cara Sandra,
io ti posso chiamare così, perché so che invece gli altri devono chiamarti Alessandra. Ma da piccola ti ho battezzata così e così continuo a fare con il tuo permesso.
Mi spiace di essere partita quando ci eravamo ritrovate ma anche tra due isole non smetto di pensarti. Voglio che tutto rimanga vivo, così, quando torno inauguriamo un’amicizia che non si è disgregata neanche affogando in tanta acqua. Pensi che mille aerei possano separare chi si rispetta? Non per me. Al mio rientro avrò preso il brevetto per essere pilota di quell’aereo che riporterà a casa chi ti è mancata per tanto tempo ma che in fondo avevi avuto sempre vicina. Mi farò pilota io stessa di quell’amicizia che non si è mai conclusa perché destinata ad essere rinnovata senza contratto o accordi particolari.
E le tue scale? Perché, non ne costruisci una tra me e te, tra la nostra isola e questa? Però se pensi di farcela e poi attraversarla allora fai in modo che la tua valigia sia leggera perché sicuramente gli scalini saranno più di quelli che hai fatto fino ad ora tutte le volte che è mancata la luce.
E comunque se decidi di venire a trovarmi ricorda che il bagaglio ha un suo peso massimo e tutto il resto va spedito. Sai com’è!! Viste le passate esperienze, due giorni e tre valigie!!!!!! Già solo la borsa che usi giornalmente è spaziosa! Ma già, tu porti le lentine!!!!
Oggi la giornata qui non è molto calda ma ovviamente non c’è freddo. Che peccato! Vorrei vederti salire a casa mia con i maglionazzi e le ciabatte!!!!
Ho fatto degli esami e sono andati bene. Poi ti racconto. Presto tornerò a casa. Conto i giorni. Ne sono trascorsi 20 da quando sono qui e non ho smesso di pensare a quanto ci siamo divertite quest’estate. La salsa non l’ho imparata ma la bachata mi ha sconvolta a tal punto che ormai credo di poter fare l’insegnate, ma di me stessa, visto che qui non la balla nessuno. Per trovare un locale di salsa e merengue è come dover fare la danza della pioggia sapendo che in fondo qui non pioverà mai.
Domani mi alzerò presto. Devo aiutare i miei coinquilini a fare la spesa. Le lezioni momentaneamente sono sospese ma non troppo per poter prendere i tre aerei che ho preso l’ultima volta che ti ho vista piangere.
Dirai altrettanti Addio per quanti alberi di Natale farai? Spero di no altrimenti vorrà dire che c’è ancora qualcuno che ti fa soffrire.
Baci.
La tua amica più vecchia
Serena

E anche a Las Palmas le cose non vanno diversamente. Gli uomini credono di essere grandi e invece sono dei bambini e le donne credono di essere ancora bambine e invece hanno già le rughe.
Serena provava ciò che aveva provato tutte le volte che aveva dovuto provare quelle situazioni in cui si era confrontata con chi della vita e dei modi di fare non ne aveva capito proprio un cazzo.
Si guardava intorno in Calle Pérez del Toro e sapeva che in quel momento qualcuno prendeva la sua stessa direzione in Via Palermo, ma solo perché lei aveva ospitato chi non se lo era meritato.
Quella sera credeva che il freddo si fosse all’improvviso congelato e per fortuna la forze e il coraggio di dire basta l’avevano fatta ragionare su chi ancora a 28 anni non aveva saputo usare la propria di intelligenza.
Il giorno dopo scopriva che l’essere umano maschile non era in fondo migliore del femminile visto che già dopo neanche 24 ore Serena sapeva cosa fare e cioè fregarsene.
Due baci e due carezze non le erano bastate a prenderla in giro. Figuriamoci se Serena era così dolce e buona come tutti le dicevano!!. Non basterebbero mille esempi per rendersi conto che era diventata la persona più forte tra gli esseri maschili, visto che ormai comportarsi da uomo era ciò che aveva meglio imparato fino ai suoi più lucidi 27 anni.
Descrizioni di scene da parte di chi ancora soffriva rafforzavano la sua idea, e Sandra era uno di questi esempi visto che chi aveva cercato di rubarle il cuore era solo un appuntamento inconsueto e mai rispettato. Infatti il suo Gio, la chiamava solo quando gli andava e se non gli andava magari la chiamava e basta. Solo che lei già aveva deciso che era finita e invece dopo l’albero di Natale, non ci fu un Addio ma una semplice ricaduta solo che ancora Sandra non lo sapeva. Le foglie dell’albero le avevano ostacolato la vista, eppure lei porta le lentine!!!!
Serena sapeva che ormai il tempo di studiare era quasi finito visto che il primo mese, il più complicato a causa di esmai era già passato per fortuna. Ma ancora era trascorso solo un mese.
La cioccolata stava per terminare ma Serena sapeva dove ormai si trovava con lo sconto. E così quell’ultima tazza la beveva sola sapendo che in effetti sola ormai non lo era più.
Quella notte il rimorso di avere accettato quello stupido pass, si fece sentire e così……….

Caro S.
Hai soltanto pensato fino ad ora di essere al centro della mia attenzione ma sappi che sei solo stato al centro di chi non ti merita e non sono io. Anzi scusami, mi correggo, sei tu che non meriti lei.
Come hai potuto prendere in giro anche te stesso?
L’ultimo pass che mi hai dato era freddo e indifferente ma forse il più bello, perché in effetti chi si divide sa e sente che si sta per dividere.
I tuoi 28 anni sono solo di chi sogna di averne 28 ma ne ha 10, solo 10.
Ti sei mai chiesto perché scherzare sempre per te abbia significato tanto nella tua vita, perdendo persone che hanno saputo conoscerti per come davvero sei ?
Si spera in un cambiamento ma per te un cambiamento è un optional.
Sei come un telecomando a cui manca il tasto più importante per farlo funzionare. Sei come un cordless rotto e un computer senza scheda madre.
Le tua battute fanno ridere ma chi ride non è la tua ragazza perché lei sa di non esserlo, ma di essere solo un nome in più alla tua lista.
Fa paura sapere come si agisce davanti a persone come te. La reazione più frequente credo sia quella di provare delusione ma non per ciò che hai fatto ma per la consapevolezza di sapere che tu stesso vai contro te stesso. Ti perdi e lasci che gli altri ti perdano.
Adesso da qui non saprei parlarti neanche per telefono.
Non so come si sia risolta la tua insolita situazione. Una situazione diffusa ma che tu hai saputo rendere ineguagliabile con le tue continue bugie.
Eppure la ragazza di cui mia hai parlato mi sembra simpatica, forse però soltanto con sè stessa. Il suo sorriso è come fosse uno sport estremo. Ricordo solo questo di lei. Le sue vecchie scenate sembravano tragedie ma quando il teatro ormai era chiuso. Orari insoliti per telefonate insolite non ne ho più ma quella volta, quando ho avuto il dubbio che gli amici non esistessero, sapevo che valeva per te e non per chi conoscevo io. E quella volta ho fatto bene.
Se vuoi salvare qualcosa allora non salvare le apparenze ma rendile concrete e smettila di scherzare, o prima o poi dovrai decidere.
Con affetto, la tua più cara amica
Serena

Febbraio, finalmente. C’è chi decide di andare in America e c’è chi non vede l’ora di tornare a casa.
Serena sentiva che presto sarebbe stata più felice.
Passeggiava e le vetrine le sembravano piene di quei vestiti neri che per giorni e giorni qualcuno aveva cucito per lei, su misura.
La pazienza era di pochi e la perdita della vista era di chi di fretta aveva costruito un vestito.
Così quel giorno Serena decideva di intagliare candele, e di comprare stoffa già ritagliata e cucita per darla a chi aveva dato domeniche intere a confezionare qualcosa del genere.
Tornava a casa con quella busta piena di nero, il suo colore più usato, perché non la ingrassava anche se nella sua città forse una sfilata di vestiti neri era considerata una sfilata di corvi.
Usava il suo profumo preferito e ricontava quanti se n’era fatti regalare e poi tra le parole di una canzone italiana, ragazze acidelle, e il profumo di chi stava già mettendo il latte sul fuoco per far sciogliere l’ennesima polvere dolciastra, stavolta prima di andare a dormire scriveva la sua più “perfida” lettera per dedicarla alla più perfida ragazza, almeno così a lei piaceva essere vista In realtà era tutto il contrario.

Cara Deborah,
perfida è troppo per te anche perché non lo sei, seppur vuoi sembrare tale. Non mi sono mai chiesta il perché ma so che non è così. Non ti preoccupare non svelerò il tuo segreto qui nell’isola, ma un giorno, chi ti conoscerà bene saprà cosa stavo dicendo e sarà d’accordo con me. So che ancora continua la tua storia con Ale. Peccato che il fratello sia diverso almeno lo spero per te. Dopo tanto ridere per non piangere, perché in fondo era questo che facevi, dopo tanto piangere anche se so che davanti a noi lo hai fatto una volta sola ma non conto quelle volte in cui da sola eri tu, dopo tanti balli, tante serate, a base di pasta e tortellini, credo che tu sia felice davvero. Non sto dicendo che prima non lo eri ma adesso c’è qualcuno per cui non essere perfida ma solo simpatica.
Ma non hai mai pensato che non mangiando carne i tortellini non erano per te?
Chi ti ha fatto piangere era solo chi non ha mai pianto per chi gli voleva bene. Del resto i bambini non sentono queste cose perché ancora devono conoscere la scia dei veri sentimenti.
La nostra ringhiera qui non c’è. Ma l’ho sognata e faceva puzza di ferro proprio come quella sera.
Il nostro tavolo anche qui è prenotato e aspetta solo te ma so che per tutto quello che devi fare sarà molto difficile. I tuoi teppisti che fanno? Qui ce ne sono pochi perché in effetti sono gli adulti che sono teppisti.
E’ febbraio e il tempo sta passando anche se la cioccolata a microonde non è la stessa, qui è tutto più umido e anche le tazze si sciolgono. Sono stanca e oggi è un giorno noioso perchè se penso ai tuoi sorrisi e alla tua voce, non indifferente a nessuno, mi viene voglia di prendere un aereo adesso, subito, a costo di doverlo pagare il doppio della mia vita qui.
Mi raccomando sorridi e continua a farlo perché nessuno merita le tue perfide lacrime, perfide solo perché gli altri, chi ti è falsamente stato accanto fino ad ora, è stato realmente perfido.
Con affetto anche se prima non era così.
Baci
Serena

E come tutte le piogge si asciugano col sole estivo, anche in inverno, nell’inverno più pieno, su quest’isola per lei ormai deserta, la pioggia si perdeva tra una palma e una foglia autunnale.
Il mare era blu come sempre, non quel blu di febbraio quando dicevano che era il tempo degli squali e dei maremoti. Era blu e basta. Era estivo e basta. Era soleggiato e basta. Ma per Serena era un’altra giornata e basta.
Quella mattina Serena aveva fatto l’ennesima spesa riempiendo il carrello solo di dolci avvenenti ma non buoni, e di cioccolata scontata come sempre che conservava negli sportelli sopra la cucina in modo che tutti potessero usarla, ma, chissà perchè solo a lei faceva un certo effetto, la portava in una fase rem, che non si sa precisamente cos’è. Serena in fondo sognava, e i sogni erano ciò che facevano trascorrere le sue notti più velocemente e tutte le mattine appuntava il suo ospite reale o meno (un giorno le si potrà chiedere se conosceva tutti?) e in un momento della giornata più confuso degli altri scriveva per non perderne i contatti.
Intanto il suo amante telefonico era sempre presente ma Serena non aveva detto chi era, a nessuno, ne aveva solo parlato a Sanny.
Nel frattempo comprava al supermercato una sfoglia ripiena di cose salate e girava circa 6 ore dopo, il suo cucchiaino nella sua cioccolata che si perdeva quasi fondendosi.
Era sola perché Clara e Candelaria avevano da studiare. Lei invece non si perdeva d’animo anzi si perdeva in un sonno profondo e si alzava con i suoi soliti pensieri da convertire………………………..

Ciao Lory,
i tuoi piccoli animali come stanno?
Abbiamo sempre avuto molto in comune perché amare gli animali è tanto, tantissimo, la cosa più bella che ci possa essere. Noi amiamo gli animali e loro amano loro. Ovviamente escludo gli uomini visto che sempre li abbiamo così definiti.
Ti confesso che qui mi manca chi mi dice sempre che non può uscire ma mi piace sapere che fino ad ora sei stata sincera. Certo una pizza con te è come vincere una delle tante lotterie che tra l’altro non ho mai vinto, ma so che comunque le tue non sono scuse, e se hai un motivo per non uscire vuol dire che è un buon motivo. Anche se a volte ci sono rimasta un pò male. Così in questa lettera, visto che non te ne avevo mai parlato, colgo l’occasione per dirtelo solo perché ci sto pensando adesso e non perché te l’ho nascosto.
Le tue amicizie multimediali e poi realizzate ci hanno sempre fatto compagnia, e spero che un giorno troverai il modo di non essere più virtuale ma realmente innamorata. So che non è colpa tua il fatto di non esserlo ma solo colpa di chi fino ad ora ti ha imbrogliato con sporche bugie.
Il microonde qui non ce l’ho ma la cioccolata che sempre facevamo da te è presente in ogni momento e angolo di questa casa e anche se finisce ricomincia proprio come le cose che smettono di essere dimenticate.
Ricordati che anche da lontano siamo vicine. Ma se ci pensi un attimo anche nella nostra città l’unico contatto tra noi due era il telefono. Mi correggo non l’unico ma comunque il più frequente. E tramite quello sappiamo l’uno dell’altra. Questo è l’importante. Essere unite almeno con un filo.
Aspetto con ansia di rimangiare quella sfoglia ripiena che mi hai fatto l’anno scorso. Sperando che le tue giornate scorrano felicemente e se non è così almeno che scorrano velocemente come spero nella rapidità delle mie.
Al termine di questa corsa ci rincontreremo e ci mangeremo quella pizza di cui abbiamo sempre parlato e così vincerò la mia lotteria.
Bacioni
La tua amica
Serena

Intanto le notti scorrevano e Serena, ormai vedeva sempre più vicino il suo ritorno anche se ancora mancavano ben 4 lunghi mesi.
Ma la sua spontaneità la portava al di là del tempo che passava perché le amicizie non le mancavano. Ma chi le mancava di più era quella piccola macchiolina, quella copertina che la riscaldava ogni notte e comunque ogni secondo della sua vita. Infatti Luke aveva riscaldato tutte le volte che il suo cuore le si era raffreddato, le giornate e le vicissitudini di una ragazza apparentemente e giornalmente Serena. Non che fosse triste di natura o quotidianamente senza il suo più rassicurante sorriso ma si sa che le brutte giornate, e le brutte esperienze capitano a tutti.
Serena non perdeva la voglia di amare chi più l’aveva amata da 10 anni a questa parte e sognava di costruire sempre un castello dove il suo piccolo Luke avrebbe avuto anche un tavolo per disegnare e una penna per restituire a zampate le sue dolci lettere. Un giorno forse l’avrebbe fatto visto che Luke sapeva aprire le porte, la spazzatura, i cioccolatini e tutto quello che una zampa può mettersi sotto. Le parole più belle erano per lui in quella, troppo lunga, vacanza. Ma poche ne scriveva visto che le più magiche ed importanti erano scritte sul suo cuore.
La penna, essendo penna, a volte richiamava queste sensazioni e Serena le trasferiva su carta da lettera per imbucarle nel cuoricino del suo piccolo amore raccontandogli favole appena abbozzate.

Una piccola bimba sognava sempre un cucciolo bianco e nero che lo riscaldasse nel cuore.
Era una bimba con gli occhi neri e i capelli sempre al vento, spettinati.
Le sue manine adoravano stare nell’acqua perché sin da piccola aveva visto il mare e l’unica cosa che le mancava per portare all’esagerazione più felice il suo contatto con la natura era proprio un cagnolino.
Un dalmata per lei sarebbe stato un regalo, anzi il regalo più bello del mondo. Così per non sentirne la mancanza amava raccogliere tutti gli oggetti più svariati che lo rappresentassero. Non lo conobbe prima del suo diciassettesimo compleanno ma quando arrivò ne rappresentò subito la sua vita.
Carissimo e dolcissimo Luke,
questo è il sogno che mi ha sempre accompagnato prima di sapere che tu saresti stato reale. In qualche modo dovevo sopravvivere. E sognare è stato l’unica maniera di starti vicino prima ancora che mi venissi a trovare. Piccola macchietta. Non mi scordo di te. Sarebbe come dimenticarsi di essere nata. Forse è il vero Ti Amo tanto temuto da tutti ma sconosciuto a tutti ormai. Con te in effetti non sono parole sprecate.
Continuerò a vedere in te la cosa più bella della mia vita.
Con l’amore più grande
La tua mamma

Il giorno dopo Serena girava per cominciare a comprare qualcosa per la cena della settimana. Infatti un giorno alla settimana ma mai fisso, si usava bere e mangiare tutti insieme con gli amici di ogni inquilino della casa. A costo di essere 50, non si rinunciava a questa serata tra amici e nuovi amici.
Non si era mai meno di 4 e mai più di 20 comunque, visto che ognuno se ne sceglieva pochi ma intimi.
La lista della spesa superava quella di tutta la settimana e a Serena le venivano in mente certe idee che per cucinarle un ristorante non sarebbe bastato. Erano finiti i tempi in cui si mangiavano le cose sott’olio e in cui la tavola era così piena che non ci si poteva più muovere. Erano quelle tavolate a due che solo con Marina, amava trascorrere visto che di forchetta erano le due migliori in tutto il falso gruppo.
Quella sera Serena era così piena che dovette aspettare 2 ore, prima di assaporare il suo solito dolce in tazza, nero e denso, e pieno di quei ricordi che la notte le tornavano a far visita.
Così soltanto dopo poche ore e come sempre raccontava la sua storia.

Cara Marina
My dear Cicira,
ti racconto una storia, che già conosci!!!!!!
“Alla compagnia piacevole tra due donne, si aggiunge uno squillo di telefonata e con una bottiglia di vino si raggiunge la quiete mentale che ti porta ad essere più accondiscendente. E’ così che non si spegne il ricordo di quella sera a casa tua. C’era caldo, un caldo realmente estivo, come per adesso piace definirlo, e l’autostrada contava poche macchine.
Io e tu sedute quasi a terra che aspettavamo di vedere quel grigio che dopo poco diventò grigio nelle nostre facce. Ci siamo rese conto di come i cattivi pensieri abbiano guidato la gente ad essere più veloci e a spendere più soldi per due colori differenti, Un rosso e un Bianco. Mille telefonate per disdire le cose più semplici ma più belle dell’estate. Però della nostra assenza nessuno sembrava se ne fosse accorto. Forse eravamo noi che eravamo assenti.
Poi le male lingue cominciarono a farsi strada e quell’amico che non lo era, aveva intrapreso il suo vivo lavoro di scrittore messinese. Insomma aveva parlato assai. Se l’avessero pagato sarebbe già ricco. E adesso vuole che tu ci pensi e che tu stia nel frattempo meditando. Tutti sanno e non sanno. Nessuno però conferma ciò che in realtà sanno. Noi non abbiamo perso niente per fortuna. Gli altri sicuramente il nostro rispetto. Ormai chi ha detto di non aver detto, resta solo un amico tra virgolette che fino ad ora non aveva mai saputo giocarsi la carta giusta. Infatti ha perso.”
Cara Marina,
A volte credo di non avere neanche il coraggio di dirti le cose ma poi so di non aver bisogno di nessun coraggio visto che tutto ciò che fino ad ora ti ho detto è la verità. Soltanto una cosa: scusa!!!
Qui da questa buia stanza, da queste mura che incidono solo il suono del silenzio, del nulla riempio il vuoto scrivendoti e parlandoti per trovare l’interruttore e catapultarmi come se avessi a disposizione una macchina del tempo tra i tuoi simpatici versi e sorrisi.
Qui la gente è simpatica, ma è sola, come me, anche ora che ti sto pensando.
Un aereo, un oceano, una montagna non possono dividermi dal posto in cui io e tu viviamo, abbiamo pianto, condiviso, ci siamo volute bene per ciò che eravamo, per ciò che avevamo, per ciò che ancora abbiamo e siamo.
Quando tornerò andremo a mangiare subito fuori e piangeremo dalle risate il giorno dopo al telefono per quella minchiata.
Un buon gelato avrebbe risolto la famosa serata. Ma la domenica è stata più forte di noi. Potevamo vedere un film o stare al telefono ore ed ore intere.
Ieri sera ho visto un film intitolato “ Te doy mis ojos”. Anche se non mi è piaciuto molto, la storia è abbastanza interessante ma drammatica.
Aspetterò il giorno in cui, seduta sul tuo letto, con la felpa di un colore e il pantalone della tuta di un altro, te lo potrò raccontare e poi mi saprai dire.
Intanto ti penso. E se mi chiedono con aria indispettita perché io ti pensi così tanto, evidentemente non hanno mai saputo cos’è l’ Amicizia.
Con affetto
Serena

Finalmente tutto cominciava ad avvicinarsi, le visite nelle pizzerie più o meno rinomate di Messina, le gite in automobili piene che se non respiri a turno ti senti male.
Le autoradio vecchie e nuove, le canzoni da stonare mentre ti fermi in un autogrill sperando che vendano le sigarette visto che da un po’ di tempo avevano perso questa abitudine.
Le frasi “ qualche volta andiamo a Taormina “, meta turistica e quindi non nostra contando che almeno la vedi 1 volta l’anno, tanto ce l’hai vicina e puoi andare quando vuoi, forse.
Marzo e poi aprile, come dire “Oggi è Domenica, domani è Lunedì, poi c’è martedì, mercoledì, giovedì, venerdì e sabato” e così all’infinito.
Danilo contava i giorni della settimana in 1 secondo e ricominciava ogni volta che pensava che ormai un giorno stava per terminare. Intanto Simona faceva finta di non sentire. Danilo è il fratello di Serena e Serena raccontava a Clara e Candelaria questi aneddoti assurdi e divertenti, forse soltanto per Danilo.
Quel giorno il portatile si era rotto e Serena mandava una e-mail a suo fratello per domandare aiuto così……..

Ciao Danilo, come va?
Qui tutto bene. C’è caldo ma questo già lo sai.
Forse sarai ancora in servizio ma quando leggerai questa e-mail ti verrà voglia di tornarci visto che uscirai pazzo a capire cosa adesso cercherò di dirti. Il mio portatile ricevendo e-mail non apre gli allegati e non capisco perché. Ho provato a vedere se c’è qualche protezione inserita troppo alta che non permette di accedere agli allegati ma non so neanche da dove iniziare.
Perché non ti prendi qualche giorno, tanto non siamo lontani, e vieni ad aggiustarmi il notebook?
Ovviamente scherzo visto che neanche a Natale sei sceso.
Simona come sta? Lavora sempre e si alza tutti i giorno alle 4,00 del mattino?
Ancora non riesco a capire come possa fare. Io credo che sarei già esaurita. Poi forse con l’abitudine!!!
Presto torno a casa e l’aereo non passa da Venezia altrimenti mi sarei fermata. Passa da Roma, ma tanto ormai si avvicina l’estate e presto ci rivedremo e potrai contare ancora i giorni della settimana a modo tuo però stavolta chiuso nel bagno.
Allora, a prestissimo.
Baci
Serena

Erano le 4,00 del mattino quando intanto il telefono squilla e Serena si alza senza vestaglia e con una voce che solo i travestiti riconoscono. Risponde e d’improvviso tutta la notte non riesce più a dormire. Era il suo amico telefonico che anche alle 4,00 del mattino non chiudeva gli occhi e aveva pensato bene di rompere le scatole in casa del Perez del Toro.
Ad ogni modo Serena era contenta perché per lei risentire quella frequente e rara voce era come tornare indietro e sulla macchina del tempo impostare il timer e tornare a casa.
Alle 6,00 la telefonata veniva interrotta da un messaggio sul cellulare che proveniva dalla penisola iberica, precisamente da Madrid. Rossana era viva, meglio si era fatta viva.
Rossana era la migliore amica di Serena o per lo meno lo era stato per ben dieci anni ma la loro amicizia era diversa da un qualsiasi rapporto visto che l’importante per loro era sentirsi almeno telefonicamente e raccontarsi tutto.
Serena sapeva che prima o poi Rossana si sarebbe svegliata dal suo letargo e avrebbe azionato il ditino per imparare a scrivere in digitale e così il suo messaggio era stato recapitato. Niente lettere, niente sogni perché il fatto che Rossana fosse all’aeroporto significava che in 3 ore stava per atterrarre sull’isola tranquilla per riabbracciare la sua amica. Finalmente si era decisa e 15 giorni passarono senza la forte necessità di trovarsi a portata di mano sulla scrivania la carta da lettera che ormai andava a terminare.
Serena era felice e quei 15 giorni furono divertentissimi. Il giorno della partenza di Rossana, Serena in una libreria del centro, della via centrale, leggeva il titolo di un romanzo giallo di cui una volta tornata a casa non ne ricordò più il titolo. Quella sera la tazza di cioccolata fu rigorosamente strapiena e durante la notte si girò e rigirò cadendo quasi dal letto e svegliandosi, si rese conto che la sua diligente vacanza volgeva al suo termine, era come se il sesto senso fosse la dote ormai più sviluppata.
Alle 8,00 la lezione iniziava più noiosa che mai. Gli esami erano quasi tutti terminati, la buona notizia era che il corso non finiva più a luglio ma negli ultimi giorni di Maggio. E proprio a Maggio Serena ricordava che non avrebbe festeggiato il suo compleanno né quello di tanti altri. Quella notte aveva sognato una torta piena di panna e un semifreddo che Deborah aveva golosamente fatto per Rossellina che finalmente cresceva ma non in altezza.

Ciao piccola Rossella,
ormai ci siamo laureate ma abbiamo preso due strade diverse. Meglio così, perché forse insieme avremmo fatto soltanto danno.
E il tuo insegnamento? Spero ti vada tutto bene. Qui fa caldo e tu ti saresti divertita visto che a Torrevieja eri la prima a partire per la spiaggia e l’ultima a tornare. In sostanza la prima a rompere le scatole e l’ultima a continuare.
Senza di te i mie foulard non si sciolgono facilmente e diciamo che ho rischiato spesso il soffocamento.
Pablo qui non c’è ma la lingua spagnola e certi modi di dire mi riportano a Murcia la prima volta quando spiccicare un parola sembrava troppo difficile. Rossana è stata qui e ti assicuro che Madrid non è cambiata. Il freddo che ti congela la faccia c’è ancora. Qui staresti meglio.
Spero che i tuoi problemi di cuore si siano risolti visto che fino ad ora hai trovato solo inutili delusioni con una gran faccia tosta.
Allora quando ci vedremo mi racconterai delle tue mal riuscite battute sperando che non abbia perso l’abitudine di appuntatele in dei post-it.
Entre tanto un beso gordo.
Tu amiga
Serena

Basta!!!!! Ormai maggio era alle porte e il solo fatto di non poter brindare con quei calici dove ti entra mezza faccia era a dir poco angosciante. Ma tanto Serena avrebbe recuperato.
Aveva pensato proprio a tutto il giorno del suo compleanno e c’erano proprio tutti. Manuela, con un pizzico di vergogna ballando sul tavolo, Rossella la grande, con il suo bigliettino personalizzato “The best in the world”, Paola ormai detta Paola di Londra, Cugi il maschio per eccellenza anche se non per tutti, Nunzi simpatica ma troppo buona e generosa solo con chi vuole lei, Giovanna la eterna assente, Guido, Antonio, Sandro che inizialmente non c’entrava niente ma le aveva fatto piacere, Simona con la sua voglia di divertirsi sempre, Patrizia la giornalista, Stefano il bassista, Nancy, Cristinetta la sorellina esagerata di chi non può mai mancare a questi eventi e cioè Rossellina, Salvo tutta scena, Stefania la calabrese e ovviamente Marina, Deborah e Rossana lo spaghettino firmato.
Orazio sarebbe stato un optional ma soltanto da dietro una vetrina. Eppure il giorno dopo l’aveva chiamata per festeggiare ma gli eventi mondani avevano disdetto tutto, direbbe oggi Serena : “Per fortuna”!!!!!!
L’unica cosa che si sentì in quel momento fu un rumore di tazze rotte. La coperta ormai aveva fatto una brutta fine, si era macchiata di cioccolata e la cioccolata era diventata come la cera. Ma erano le 19,30 e non c’era più tempo. La cena doveva essere pronta per le 21,00 visto che alle 24,00 la bottiglia di vino spumante era destinata ad aprirsi per il nuovo anno. Francesca era entrata da poco nel gruppo, ma già sapeva come fare.
Serena prese il telefono, e disse che stava per arrivare. Luke aveva già mangiato e doveva solo fare la sua passeggiatina sperando che i botti che scoppiettavano già giorni prima del 31 dicembre, non lo avrebbe colto di sorpresa facendogli ritirare i bisognini.
Serena raccoglieva le sue cose e le sistemava, almeno faceva finta nell’armadio, poi si vestiva perché Sanny, che aveva conosciuto prima per telefono e adesso era il suo migliore amico, era già sotto casa che sbuffava. Ma si sa le donne sono sempre in ritardo!
Serena lo era di più visto che si era addormentata e il suo sogno tra le coperte era durato quasi 5 mesi ma per fortuna era solo un sogno. Serena aveva rinunciato al suo dottorato a Las Palmas e adesso più che mai non soffriva di pentimento alcuno. Aveva visto come sarebbe andata e se fino ad ora ogni tanto pensava di aver perso una buona occasione adesso era sicura che nella vita buone occasioni ce ne sono poche, tra queste l’importante era non prendere quella sbagliata.
Prima di chiudersi la porta alle spalle e accertarsi che tutta quella lontananza fosse solo ed esclusivamente un sogno, Serena si punzecchiava il viso e guardava il suo piccolo Luke che già tremava sapendo che sarebbe rimasto solo, ma stavolta, solo per una notte.
In un foglio di carta, sopra il tavolo della cucina c’era un biglietto:

CIAO MAMMA, CIAO PAPA’.
COME VI AVEVO GIA’ DETTO SONO DA DEBORAH. POI ANDREMO TUTTI INSIEME A BALLARE FUORI MESSINA. NON VI PREOCCUPATE, TORNO DOMANI MATTINA. FORSE CI FERMEREMO A FARE COLAZIONE, QUINDI VI ANTICIPO CHE PERDERO’ TEMPO.
DORMITE TRANQUILLI. UNA NOTTE PASSA IN FRETTA, 5 MESI DIVENTANO ETERNI.
SALUTAMI LA MIA SECONDA FAMIGLIA:
LILLI, ROBERTO E JOSE’.
TANTI AUGURI, NEL CASO IN CUI I CELLULARI NON DOVESSERO METTERCI IN CONTATTO.
A DOMANI
SERENA



















Lettere di cioccolata testo di Silvia
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