Come zucchero filato
Fu durante l’ultimo giorno di scuola, mentre agli alunni della I elementare sezione A, venivano distribuite le pagelle che la maestra Azzurra Bonetti annunciò il suo trasferimento ad altra sede.
Nessuno dei presenti si aspettava che abbandonasse dopo un solo anno di insegnamento la classe e quella ristretta comunità di provincia che l’aveva accolta con tanto calore, seppur meritato. Alle garbate proteste di alcuni genitori seguirono le sue imbarazzate, ma sacrosante ragioni: il nuovo incarico era in una scuola decisamente più vicina a casa, senza tutte quelle curve su cui la sua piccola utilitaria arrancava ogni mattina, insomma la decisione era presa e non c’era più nulla da dire e da fare.
Tornando a casa per mano a sua madre Rebecca si sentiva un po’ triste perchè non avrebbe più rivisto Azzurra e un po’ in ansia perchè il prossimo anno ci sarebbe stata una nuova insegnante.
Intanto erano iniziate le vacanze estive, le giornate trascorrevano spensierate nei cortili a giocare con gli amici, le domeniche al mare, il ferragosto in montagna, insomma la scuola fu dimenticata in un amen e del cambio della maestra non si parlò più.
Nonostante facesse ancora molto caldo e sembrasse sempre estate settembre arrivò inesorabile e con esso il primo giorno di scuola. Davanti al portone la solita confusione. Rebecca, zaino in spalla, faceva crocchio con le sue amiche, i maschi si rincorrevano prolungando fino all’ultimo quei giochi che il suono della campanella avrebbe interrotto, le mamme in disparte parlottavano e ridevano.
I bambini di prima furono fatti entrare insieme ai genitori ed eccezionalmente anche la II A entrò con i genitori visto che ci sarebbe stata la presentazione della nuova maestra.
Scale, svolta a destra, corridoio, seconda porta: ”Bambini ai vostri posti dello scorso anno, i genitori, per cortesia, in piedi lungo le pareti. Buongiorno a tutti sono la maestra, Signorina Eufrasia Ursati di Santeremo.”
Rebecca, mentre andava a sedersi al primo banco della terza fila, sentì la mamma di Claudia sussurrare alla sua: “L’aspetto non è tutto”, frase a cui non seppe ben dare un significato anche perchè la sua attenzione era catalizzata dalla Signorina.
In piedi sulla pedana della cattedra, nonostante una massa di capelli azzurrini e cotonatissimi che facevano pensare allo zucchero filato della fiera di San Giuseppe, Eufrasia risultava comunque bassa di statura e tondeggiante come un comodino rococò. A completare il tutto un trucco clownesco e piccole mani grassocce con unghie appuntite di un rosso vivo la facevano sembrare una combinazione, venuta male, tra Maria Antonietta d’Asburgo Lorena e la regina Grimilde.
Così iniziò per gli alunni della II A il nuovo anno scolastico, un po’ rimpiangendo Azzurra, un po’ cercando di addattarsi alla Signorina, come voleva essere chiamata.
Sarà che a Rebecca lo zucchero filato non era mai piaciuto, ma trovava Eufrasia Ursati di Santeremo appiccicosa e stucchevole nonchè maleducata.
La Signorina aveva l’abitudine di mandare ogni mattina la bidella al negozio di commestibili nella piazzetta antistante la chiesa di San Rocco per comprarle la colazione.
Quindi la prima ora di lezione si svolgeva così: Eufrasia faceva leggere ai bambini, in ordine alfabetico, un capoverso ciascuno, un brano scelto tra quelli del libro di lettura, meglio se lungo e noioso, intanto lei seduta in cattedra mangiava.
E mentre gli alunni incespicavano su avverbi e congiuntivi Eufrasia Ursati di Santeremo, con studiata lentezza, apriva prima il sacchetto del pane da cui estraeva due rosette ancora calde, poi il pacchetto del salame, quello con le fette grosse e rotonde, tipo Milano, che faceva venire l’acquolina in bocca anche solo a vederlo se non fosse bastato il profumo. Davanti agli sguardi golosi dei presenti tagliava ciascuna rosetta a metà, disponeva equamente le fette di salame, faceva una piccola pressione su ciascun panino per addentarlo più facilmente e, un morso dopo l’altro, divorava la sua colazione fino all’ultima briciola.
Poi, satolla, si puliva le dita unte nella carta che appallottolava diligentemente a beneficio del cestino e finalmente si rivolgeva alla classe con un’unica parola che suonava come una condanna senza appello: “ Dettato”.
Ma una mattina nel mentre di un bel morso al secondo panino si udì distintamente un toc-toc alla porta della classe e, prima che Eufrasia Ursati di Santeremo riuscisse a sollevare la testa dal “fiero pasto” e farlo sparire nel cassetto, l’uscio si aprì ed entrò la preside seguita da un omino vestito di nero e pelato che i bambini già conoscevano; era il fotografo venuto per la foto ricordo di quel secondo indimenticabile anno scolastico.
A quel punto Eufrasia, nonostante la bocca piena, con uno scatto di cui nessuno l’avrebbe ritenuta capace, si alzò, risentita, con la mano tesa per salutare. La preside, gli occhi puntati su quella mano rimasta così a mezz’aria, pronunciò ben distinte due parole che tutta la classe udì. “E’ unta”.
Eufrasia Ursati di Santeremo, con un gesto che voleva essere riparatore, si strofinò velocemente la mano sul volant della camicetta.
Nelle foto, stampate su carta luccida e distribuite a tutta la classe, la maestra Eufrasia compariva impettita in mezzo ai bambini esibendo una grossa macchia di unto sul davanti e da quel giorno per tutti fu la Signorina Eufrasia Unto di Suino.
Come zucchero filato testo di Bricioledipane