Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
22 marzo 2025
Caro diario,
oggi, Viola è venuta nel mio ufficio con un regalo per me. Una piccola scatola avvolta con cura in una carta dai toni caldi, con un fiocco rosso perfettamente annodato sopra.
"Per ringraziarti dell’aiuto. Hai detto che eri un investigatore… io ho indagato e ho scoperto che sono caduta proprio davanti al tuo ufficio!" ha detto con un sorriso luminoso, porgendomi il regalo.
Un gesto semplice, eppure mi ha colto alla sprovvista. Non sono abituato a questo genere di attenzioni, men che meno da donne affascinanti e misteriose come lei. Ho accettato il pacchetto, incuriosito, e l’ho aperto con cautela. Dentro c’era una penna stilografica dalla linea elegante, con il mio nome inciso in caratteri sottili lungo il fusto dorato.
"È bellissima," ho detto, sinceramente colpito.
"Penso potesse esserti utile per annotare i tuoi misteri," ha scherzato Viola, inclinando la testa di lato con quell’aria ironica che iniziavo a riconoscere come sua firma distintiva.
Abbiamo parlato per qualche minuto. Nulla di impegnativo, solo un piacevole scambio di battute, con lei che commentava la mia scrivania in perfetto disordine e io che cercavo di difendermi con scuse poco convincenti. Poi, con una disinvoltura che ho trovato ammirevole, ha lasciato cadere la sua proposta:
"Stavo pensando… Devo almeno offrirti qualcosa di buono per sdebitarmi. Che ne dici di una cena?"
Sono rimasto un attimo interdetto. Non tanto per l’invito in sé, quanto per la naturalezza con cui l’aveva fatto. Era chiaro che non stava lasciando spazio a un rifiuto.
"Mi sembra un’ottima idea," ho risposto, curioso di scoprire dove volesse arrivare.
Ma proprio in quel momento la porta si è aperta, e Lucrezia è entrata.
Ora, non so se esista una parola per descrivere la sua espressione in quel preciso istante, ma l’equivalente più vicino sarebbe stato "temporale in arrivo". Il suo sguardo è passato da me a Viola con una rapidità da far invidia a un radar, e poi si è fermato su di me, con un’intensità che sapevo non promettere nulla di buono.
Non ha detto nulla subito, ma il modo in cui ha incrociato le braccia e alzato un sopracciglio era più eloquente di un intero discorso.
"Oh, scusami, non volevo interrompere," ha detto Lucrezia con un tono che di solito precede le guerre nucleari. Viola, invece, sembrava perfettamente a suo agio. Ha mantenuto il suo sorriso tranquillo e ha semplicemente detto:
"Ti aspetto domani alle otto al Margaritas. Non accetto un no come risposta."
Poi si è voltata e se n’è andata con la stessa sicurezza con cui era entrata.
E così, mi sono ritrovato da solo con Lucrezia in un silenzio che pesava più di un macigno.
"Cena, eh?" ha detto lei, fissandomi con occhi che sembravano trapassarmi.
"Ehm… sì, ma solo per ringraziarmi," ho cercato di minimizzare, anche se sapevo benissimo che qualsiasi cosa avessi detto non avrebbe cambiato il suo umore.
"Certo," ha risposto, annuendo lentamente. Il suo sorriso era tutto tranne che sincero. Era quel tipo di espressione che sembrava dire "fai pure, ma ne pagherai le conseguenze".
Poi, senza aggiungere altro, si è voltata ed è uscita dall’ufficio, lasciandomi con una strana sensazione addosso.
Perché ha reagito in quel modo?
Non siamo fidanzati, non siamo nulla… eppure in lei c’è qualcosa che mi fa pensare al passato…
23 marzo 2025
Caro diario,
La cena con Viola è stata piacevole, più di quanto avrei immaginato. È una conversatrice brillante, con quell’ironia sottile che rende ogni scambio interessante. Abbiamo parlato di tutto, dai viaggi ai libri, dalle passioni ai misteri della vita quotidiana. Eppure, il momento più inquietante della serata non è stato il suo sorriso affascinante, né il modo in cui il suo sguardo sembrava leggere tra le righe di ogni mia parola. No, il momento più inquietante è arrivato sotto forma di un messaggio. Il mio telefono ha vibrato mentre eravamo a metà della cena. L’ho preso distrattamente, aspettandomi una notifica qualsiasi, e invece mi sono trovato davanti un messaggio di Lucrezia.
"Divertiti stasera. E domani sparirai come hai fatto con me?"
L’ho riletto un paio di volte, cercando di decifrarne il significato. Semplicemente un modo per farmi sentire in colpa? Conoscendo Lucrezia, poteva essere qualsiasi cosa.
"Qualcosa non va?" mi ha chiesto Viola, notando la mia espressione.
"Nulla di importante," ho risposto, riponendo il telefono in tasca. Non avevo voglia di rovinare la serata con un enigma che, in quel momento, non avevo modo di risolvere.
Abbiamo finito la cena con leggerezza, parlando di vecchi film e di ristoranti da provare. Quando l’ho riaccompagnata a casa, mi ha salutato con un sorriso enigmatico.
"Sono felice che tu abbia accettato il mio invito," ha detto prima di scendere dalla macchina.
"Anch’io," ho ammesso.
Mentre rincasavo, però, la mia mente è tornata al messaggio di Lucrezia. Avrei potuto scriverle per chiederle spiegazioni, ma sapevo che non mi avrebbe risposto in modo diretto.
Non era solo quello a distrarmi. Durante il giorno, prima della cena, avevo fatto un salto a un mercatino dell’usato. Non cercavo nulla in particolare, ma mi piace curiosare tra gli oggetti dimenticati, immaginare le loro storie, chiedermi a chi fossero appartenuti. Tra le tante cianfrusaglie, mi era caduto l’occhio su un vecchio ombrello piuttosto particolare.
Il manico era in legno lavorato, scolpito con una cura insolita per un oggetto così comune. Sembrava un bastone da passeggio più che un ombrello, e la tela, seppur logora, conservava ancora un certo fascino.
L’avevo comprato senza pensarci troppo, più per il piacere di possedere un oggetto con una storia che per un vero bisogno. Ma quando, per puro caso, l’avevo aperto una volta tornato a casa, avevo trovato qualcosa di sorprendente.
Nascosta tra le stecche interne, c’era una chiave.
Era sottile, di ottone, con un numero inciso sul dorso: 47. Cosa apriva? E soprattutto, perché era nascosta lì? Non posso ignorare la curiosità. Ho preso il mio diario e scritto a Joel, chiedendogli un parere.
La sua risposta era stata semplice, quasi ovvia.
Scopri quale porta apre.
Ed è esattamente quello che ho intenzione di fare domani. Forse non ha alcun valore. Forse non è niente di più di una chiave smarrita che qualcuno ha infilato lì per caso. Ma ho imparato che nulla è davvero casuale. E se c’è un mistero, anche il più piccolo, sento il bisogno di risolverlo.
24 marzo 2025
Caro diario,
Ho scoperto che, oltre alla chiave, nell’ombrello c’era scritto un indirizzo. Avigliana, Via IV Novembre. Il numero 47 e questo indirizzo, mi hanno portato davanti a una villetta apparentemente abbandonata. Una casa di due piani, con la facciata e il giardino segnati dal tempo e dall’incuria. Alcuni balconi avevano ringhiere arrugginite, le finestre erano sporche, e l’ingresso principale sembrava il tipo di posto in cui nessuno entrava da anni.
Ho controllato ancora una volta l’indirizzo. Nessun campanello e nessun cognome. Ho scavalcato la recinzione e sono andato davanti alla porta di ingresso che non presentava segni di effrazione. Ho infilato la chiave nella serratura. È scattata senza alcuna resistenza.
L’appartamento era immerso nell’oscurità. Un odore pesante di chiuso e muffa mi ha accolto non appena ho varcato la soglia. L’aria era stagnante, come se nessuno fosse entrato lì dentro da settimane, forse mesi.
Ho acceso la torcia del telefono e ho fatto qualche passo. Il pavimento scricchiolava sotto i miei piedi. C’era polvere ovunque, e la luce filtrava appena dalle persiane abbassate. Sembrava un posto dimenticato dal mondo. E poi l’ho visto. Un corpo.
Un uomo disteso a terra nel salotto, il volto coperto da un’ombra inquietante. Era immobile, le braccia leggermente aperte ai lati, le dita rigide come artigli. Non c’era sangue visibile, ma il colorito cereo della pelle e l’odore nell’aria non lasciavano dubbi: era morto da qualche giorno.
Mi sono avvicinato lentamente, cercando di mantenere il controllo del respiro. Il suo volto era scavato, la barba incolta, i vestiti spiegazzati come se fosse crollato all’improvviso.
Sul tavolo accanto a lui c’era una busta aperta e alcuni documenti sparsi. Ho dato un’occhiata veloce.
Nome sulla carta d’identità: Enrico Pastore.
Non mi diceva nulla. Mai sentito prima.
Eppure, la chiave dell’ombrello mi aveva portato dritto da lui.
Cosa lo collega a me? O meglio, a chiunque avesse nascosto quella chiave?
Ho preso il telefono e, senza perdere altro tempo, ho chiamato Casale.
L’attesa è stata lunga, il silenzio dell’appartamento interrotto solo dal ticchettio di un orologio sulla parete. Quando finalmente ho sentito i passi pesanti delle forze dell’ordine salire le scale, ho tirato un sospiro di sollievo.
Casale è stato il primo a entrare. Il suo sguardo stanco si è posato prima sul cadavere, poi su di me.
Ha chiuso gli occhi per un lungo secondo, come se stesse pregando per avere pazienza, poi ha sospirato.
"Non può trovarsi un hobby normale, De Giorgi? Tipo il giardinaggio?"
Ho accennato un sorriso.
"Lo sa che non ho il pollice verde."
Lui ha scosso la testa, scettico.
"Un giorno di questi, finirà per cacciarsi in guai seri."
Ha iniziato a esaminare la scena con il suo solito metodo meticoloso. Io, nel frattempo, ho ripensato a come ero arrivato fin lì.
Qualcuno aveva nascosto quella chiave sapendo che prima o poi qualcuno l’avrebbe trovata. Non c’era altra spiegazione.
Forse chi l’aveva lasciata lì voleva che il mistero venisse risolto.
Forse non si fidava della polizia.
Forse sapeva che solo un estraneo, qualcuno senza legami diretti con il caso, avrebbe potuto seguire le tracce senza farsi troppe domande.
E ora toccava a me scoprire chi fosse Enrico Pastore e perché era morto.
Casale ha dato un’occhiata ai documenti sul tavolo, poi ha lanciato un’occhiata verso di me.
"De Giorgi, sai qualcosa che dovrei sapere?"
Ho incrociato le braccia.
"Solo che ho trovato la chiave per questo appartamento nascosta dentro un vecchio ombrello in un mercatino dell’usato."
Lui ha sollevato un sopracciglio.
"Voi e i vostri colpi di fortuna."
"Preferisco chiamarlo intuito."
Ha sbuffato sorridendo e ha preso il telefono per chiamare il medico legale.
Io, invece, ho osservato ancora una volta il volto immobile di Enrico Pastore.
Chi era veramente? Cosa faceva in quell’appartamento? E, soprattutto, chi voleva che lo trovassi?
La risposta è apparsa sul diario.
Complimenti Giorgio. Grazie alla tua passeggiata al mercatino hai potuto trovare il cadavere di Enrico Pastore. Una settimana fa quel povero uomo aveva dimenticato l’ombrello al mercato locale. Qualcuno lo ha preso e messo “in vendita” perché nessuno era venuto a reclamarne la proprietà. Pastore due giorni fa si è sentito male in casa sua e purtroppo è morto. Tu hai fatto in modo che il cadavere di quel poveretto, che non aveva né parenti né amici, venisse trovato. Niente succede per caso.