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Mia dolcissima pena, già, in quale altro modo potrei appellarti? Se avessi più fantasia altri aggettivi scriverei, ma qui, ciò che leggerai è la realtà che pietrosa lapida questo momento. Sei pena perché 16 anni senza te hanno gravato sul mio cuore sino a renderlo lamina priva di dimensione e ombra. Dolcissima perché dopo 16 anni hai colorato quella triste lamina con le tempere accese del tuo desiderio. Ora ho un cuore. Per un attimo però, perché è già di nuovo tuo. E ciò mi rende felice. Anche se così come c'è il sole, c'è l'ombra. Come c'è la banalità c'è la profondità. Ed io vago tra l'una e l'altra. La mia malattia sta mordendo i miei muscoli, i miei nervi tanto da non poter più soddisfare i tuoi desideri. Donerei i miei occhi per poterti amare, così, privo di luce, ascolterei lo scorrere del nostro sangue, respirerei dalle tue labbra, assaporerei ogni tuo liquido, annuserei ogni tuo vapore, mentre la tua ruvida lingua da gatta selvatica mi incatena al tuo letto. Invece, nessun mercante accetta i miei occhi perché nessun mercante ha merce di pari valore da barattare. Un cavaliere senza cavallo. Un duello senza armi. Sei il mio sogno di carne e lingua, di saliva e sangue. Ed io solo una matita spuntata, inabile a scrivere. Conserva il mio cuore. Con amore. Ciao.