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La stazione chiudeva alle 23:30,
ma lo sportello in fondo
restava aperto anche dopo.
Nessuna insegna luminosa,
solo una targhetta stortignaccola:
UFFICIO OGGETTI SMARRITI
Entrò per ripararsi dalla pioggia.
Dietro il bancone sedeva
una donna anziana
con gli occhiali appesi
a una catenina d’argento.
Stava catalogando fotografie.
“Ha perso qualcosa?”
chiese senza guardarlo.
Lui rise appena.
“Credo di sì.”
“Descriva.”
Ci pensò.
“Tempo.”
Lei annuì e scrisse qualcosa.
“Poi?”
“Due o tre persone.”
“Intere o a pezzi?”
Lui la fissò.
“Come scusi?”
“Succede spesso.
La gente perde persone a pezzi.
Prima la voce,
poi le abitudini,
infine il volto.”
Il neon tremolò sopra di loro.
La donna si alzò lentamente
e sparì dietro una porta metallica.
Tornò con una scatola lunga e sottile.
“Senta se è sua.”
Lui l’aprì.
Dentro c’era l’odore
di un’estate lontana.
Asfalto caldo.
Pesche mature.
Una risata femminile
dietro un ventilatore acceso.
Richiuse subito.
“Non può essere dentro una scatola.”
“Qui dentro c’è tutto,” disse lei.
“Abbiamo recuperato cose incredibili.”
Indicò gli scaffali alle sue spalle.
C’erano migliaia di contenitori etichettati.
OMBRELLI
CHIAVI
PORTAFOGLI
CORAGGIO
ULTIME OCCASIONI
DOMANDE MAI FATTE
Sentì un brivido.
“Quella gente torna a riprenderle?”
“Quasi mai.”
“Perché?”
La donna sorrise
con tristezza professionale.
“Perché dopo un po’
le persone si abituano ai vuoti.”
Silenzio.
Fuori la pioggia aumentò.
Lui guardò ancora gli scaffali
come si guarda il mare
quando è troppo grande.
Poi vide un contenitore piccolo,
senza polvere.
Sopra c’era scritto il suo nome.
La donna se ne accorse.
“No,” disse subito.
“Quello non ancora.”
“Cosa c’è dentro?”
Lei abbassò gli occhi.
“La cosa più importante
che perderà domani.”