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Era chiaro che fosse Chiara
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LEI:
Era chiaro che fosse Chiara, non poteva essere altrimenti.
Era Chiara di nome e di fatto, ma non di mestiere. Il mestiere era buio, sporco unto e appiccicoso.
Era Chiara nel vestire, nel porsi, nell’esporsi; era Chiara quando sorrideva o lacrimava. Talmente Chiara da abbagliare e, non a caso, lui portava sempre occhiali da sole.
Chiaramente lei sognava, ma non era in grado di trattenere i suoi sogni; il suo corpo e la sua mente non riuscivano a contenerli; quindi, spesso se li perdeva per strada, li trasudava dai pori.
Era talmente Chiara che quei sogni le si leggevano addosso, fin quasi dentro.
LUI:
Lui non era chiaro, certamente no. Tendeva all’oscuro, ermetico e impenetrabile, una specie di Michael Jackson in forma primordiale, ma pesante ben oltre i cento chili.
Parte dei “ben oltre”, era composta da imbarazzanti catene d’oro massiccio al collo, con annesse croci (che si perdevano nella folta peluria del petto), uno stuolo di bracciali anch’essi in oro ma di ogni tonalità in commercio, e da un Panerai di dimensioni al limite dell’indossabile.
Dell’ignoranza, del grottesco e di un’igiene intima approssimativa, ne aveva fatto una virtù.
Quando voleva atteggiarsi, si firmava Maicol Giecson, con la sua Montblanc, e nessuno capiva se ci fosse o ci facesse.
Molti avrebbero voluto e sperato che non ci fosse.
Che non ci fosse mai stato.
Una su tutti, Chiara.
I profumi di Chiara lasciavano una scia di buono; i vestiti, gli oggetti e ogni cosa che toccava e pensava, sapevano di buono, anche le scarpe. Ma lei era trasparente, troppo trasparente per sopravvivere a San Basilio, per riuscire a non rimanere infangata nei fumi neri di via Tiburtina, e non incrociare lo sguardo ammiccante di camionisti olandesi con la canotta sudata.
Tra i riverberi cangianti di Chiara s’intravedeva tutto: contusioni, lividi e un paio di costole rotte che si stavano risaldando in qualche modo.
Le guardavi attraverso e piccoli punti di sutura se ne stavano al calduccio nell’interno coscia; liquido seminale se ne andava un po’ ovunque, sembrava non finisse mai, camminava per la sua strada o, per meglio dire, per le sue strade.
Chiara era un’alchimia magica di delicatezza, fragilità e purezza, per quanto possa sembrare essere fuori luogo il termine “purezza” nel descrivere una prostituta.
Lui, ovviamente, la chiamava Puttana, calcando sulle due T come volesse farglielo capire bene.
La chiamava Puttana anche perché il termine “prostituta” era già di troppa difficile comprensione e, nella melma del suo intimo minimale, pensava che con un una puttana si potessero fare più soldi che con una prostituta. E che fosse più facile da gestire.
- Con la prostituzione ci campi bene -, diceva lui, - ma con il puttane si fanno veramente i soldi -.
I soldi si fanno con donne giovani, fresche e spensierate. Chiara aveva troppi problemi in bella vista e, ora, il problema era che lui cominciava a stancarsi di lei. Nell’usarla, non provava quasi più nulla, ingressi ormai troppo comodi e provati; lei che non partecipava e lasciava fare, lui che cominciava a provare anche schifo nel baciarla, sapeva sempre troppo di lacrime salate.
Lui si stava stancando e cominciavano a lamentarsi anche i clienti più affezionati.
“Ah Maicol! Ieri m’è sembrato de scopà co’ ‘na medusa! Vedi ‘n po’ che poi fa’...”.
I camionisti olandesi lui non li capiva, invece, ma c’era ormai poco da capire. Non si fermavano o non la volevano, ormai chiedevano sempre di altre, con soldi freschi alla mano e canotte sempre sudate.
Gli olandesi erano clienti buoni: non picchiavano, facevano in fretta e pagavano senza problemi.
Il senza problemi, probabilmente, fu dovuto ad un fatto occorso un paio di anni prima, quando uno di quei camionisti che non voleva pagare per via di, a detta sua, incapacità prestazionali della puttana di turno, si trovò, in un attimo, ad avere la canotta inzuppata non di sudore, ma di sangue olandese, magari un po’ più freddo, ma sempre intensamente rosso.
Anche il sangue di Chiara era rosso, intensamente rosso; lo potevi vedere scorrere spesso dentro e anche fuori dalle sue vene, tanto che lui cominciò a pensare che valesse di più in trasfusioni che a venderla per strada.
Lei era un problema da risolvere ora; era come una bella macchina senza più prestazioni di rispetto e lui sapeva che, ai suoi clienti, piaceva andare veloce.
Era il momento di decidere.
Da parte sua, anche Chiara, da qualche tempo, aveva deciso di finire.
Non finire di fare il mestiere, lei era abbastanza intelligente da capire che non era nelle condizioni di decidere nulla, in merito alle sue possibili alternative di vita. Sapeva solo che poteva finire di essere.
Chiara non decise di morire. Da troppo tempo, ormai, le si era chiarito nella mente che, per morire, ci vuole coraggio, non solo disperazione.
La disperazione è il trampolino che percorri ogni giorno; il coraggio è la spinta nel vuoto irrazionale che, spesso, non arriva.
Il coraggio, a Chiara, gliel’avevano strappato via, in piccoli pezzi, le dosi imposte di eroina; la disperazione le fu donata da ogni dose di pestaggio.
Quando lui entrò nella stanza buia per strapparla via dal letto, non la trovò più. Trovò un letto caldo, ancora sfatto e profumato di buono; aveva ancora la sua forma e sembrava si muovesse, gonfiandosi e creando piccole depressioni, come se qualcuno lo avesse abbandonato in quell’istante.
Qualcuna, nel caso specifico, o qualcosa.
Tutto, in quella stanza, era pregno di lei.
Lui sentì chiudere la porta alle sue spalle. Si girò di scatto, riaprendola e guardando giù dalle scale e non vide nulla.
Non vide nulla, o quasi.
Vide l’aria in movimento, il vuoto tremolante fare spazio a materia inconsistente.
Richiuse la porta e bestemmiò in modo pesante, perché la trasparenza in movimento, per il Maicol Giecson di San Basilio, era troppo complicata da capire.
Concluse che la puttana se n’era andata e decise che, per ora, andasse pure a farsi fottere (incredibilmente, capì il suo stesso gioco di parole) perché, comunque, l’avrebbe sostituita a breve e, prima o poi, l’avrebbe ritrovata e sistemata a dovere. Ma, ora, della cosa gli importava poco; aveva tra le mani una nigeriana strepitosa e la pelle era tutt’altro che chiara: era una pelle su cui i lividi sarebbero stati meno in vista, e anche sogni e pensieri molto meno esposti.
Maicol Giecson di San Basilio, Chiara non l’avrebbe più ritrovata.
Chiara non morì. Putroppo neanche lui, ma…
Ma la disperazione, l’antitesi di una vita normale, l’essere assolutamente sensibile e trasparente, la portarono ad essere di una materia impalpabile traspirante. S’innescò un processo di trasformazione di energia e materia che sapeva di magia o, forse, era solo un trionfo di compassione.
Al completamento di questa metamorfosi, diventò una sorta di ameba trasparente, una proto-medusa quasi invisibile, e potevi notare solamente l’aria che ti si muoveva intorno e, a volte, piccoli lampi di luce. Una specie di miracolo dei disperati.
Lei, Chiara, ora aveva gli arti che diventavano come lunghi filamenti, delicati pseudopodi che tendevano ad accarezzare e ad assorbire le tristezze e le atrocità interiori dei disperati trasumanti inscatolati, persi nel traffico e nel grigio della vita, su quella strada in cui poco o nulla sa di buono.
La Tiburtina, ora, ha una puttana in meno, ma molti, molti nuovi chilometri di uno nuovo strano tipo di magia.
FINE