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III
Prima di varcare la soglia del residence Luca rallentò all’improvviso e a voce bassa mi sussurrò: «Senti, per il portiere... se ci ferma, di' che sei mia cugina. È meglio così, per non avere problemi». Quella parola, cugina, fu come un ago che sgonfiava il palloncino colorato dei miei sogni. Così in un attimo, il pensiero di quella ragazza, della quale ignoravo il nome e il volto, ma ne sentivo l'ombra costante, sembrò materializzarsi tra noi. In fondo, non ero sorpresa. In un angolo buio del mio cuore sapevo che Torino sarebbe stata solo una parentesi rubata. Eppure, sentirglielo dire, vederlo costruire quel muro di bugie prima ancora di poggiare la valigia, mi fece sentire un amaro sapore in bocca. «Va bene» risposi infine, con un sorriso d'assenso che voleva essere complice, anche se un brivido che non era dovuto al freddo di ottobre mi era scivolato lungo la schiena. Così, mi strinsi nel mio cappotto e lo seguii all'interno, cercando di camminare con disinvoltura. Eppure, mentre i miei tacchi facevano eco sul marmo lucido dell'ingresso, sentivo che qualcosa di magico si era appena incrinato. Passammo davanti alla reception e, mentre il portiere sollevava il capo dal registro, avvertii il peso di quella parentela inventata che mi schiacciava il cuore. Provai un sollievo immenso solo dopo che la porta dell’appartamento si chiuse alle nostre spalle. Lui si sfilò il cappotto, lo buttò su una sedia e si stese sul letto. Restai per un attimo immobile sulla soglia muta fino a quando la sua voce interruppe i miei pensieri, parlando mentre controllava il telefono: “Ho prenotato una cena in centro”. Poi prima che potessi iniziare a frugare tra i vestiti nella valigia, mi fece un cenno, indicandomi il bordo del letto. «Vieni qui, siediti un momento vicino a me», mi disse con una voce più morbida, quasi a voler rimediare alla freddezza di poco prima. Mi accostai con grazia un po’ impacciata, le mani intrecciate sopra le ginocchia e il cuore che riprendeva a correre, ma stavolta con un ritmo dolce. Lui si sistemò accanto a me e, senza dire una parola, iniziò ad accarezzarmi. Erano carezze lente, che partivano dalle tempie e scendevano lungo il collo. Quegli sfioramenti erano risposte a tutte le domande che non avevo avuto il coraggio di fare. Ogni carezza sembrava dirmi: "Sei qui, sei vera, e ora conta solo questo". Così mi abbandonai a quel contatto e, sentendo il calore delle sue mani, mi sentii protetta, preziosa, quasi fatta di cristallo.
Quando uscimmo l'aria umida di Torino subito ci avvolse mentre camminavamo vicini sotto l’ombrello in un equilibrio precario. Le strade lucide di pioggia sembravano specchi neri che riflettevano le luci ambrate dei lampioni. Torino, con i suoi palazzi austeri e i portici infiniti, appariva bellissima e distante, proprio come mi sentivo io in quel momento. Ogni tanto lui si avvicinava un po' di più per evitare una pozzanghera o un passante frettoloso, e ogni volta il mio respiro si fermava per un istante.
Poi, finalmente, vedemmo l'insegna del locale. Entrammo e fui quasi stordita dal contrasto: fuori il grigio metallico della città, dentro una luce calda e soffusa che rendeva tutto più dorato e intimo. Chiusi l’ombrello, scuotendo via le gocce rimaste, e lo posai nel portaombrelli all'ingresso. In quel gesto mi parve di lasciare lì fuori anche un po’ di quell'ansia che mi aveva accompagnata durante la camminata. Mi sedetti al tavolo con una grazia un po’ imbarazzata, cercando di sistemare i capelli e di nascondere le mani che non sapevo bene dove mettere. Ero intimidita dall'ambiente, dai camerieri che si muovevano silenziosi e, soprattutto, da lui. Lui, che in quel contesto sembrava muoversi con una naturalezza che io non possedevo. Poi, quando il cameriere portò il vino, iniziando a stappare la bottiglia con gesti solenni e a versarne un po' prima nel mio calice, mi sentii improvvisamente sotto esame. Guardai quel liquido rosso, poi guardai Luca cercando disperatamente un suggerimento perchè non avevo la minima idea di cosa dovessi fare. Lui colse il mio smarrimento, mi fece un sorriso complice e non smise di guardarmi con uno uno sguardo che somigliava ad una carezza silenziosa. Accennò un piccolo movimento col capo verso il bicchiere, un invito muto a non preoccuparmi di etichette o cerimoniali. I suoi occhi neri, caldi nella penombra del locale, mi dicevano chiaramente: «Va tutto bene, rilassati. Ci sono io qui». Portai il vino alle labbra e ne sorseggiai un po’, sentendo il sapore corposo e avvolgente che finalmente iniziava a scaldarmi il petto. Quando riposai il bicchiere e lo guardai, lui mi regalò un sorriso complice, un piccolo premio per aver superato quella prova inaspettata. Così il muro di ghiaccio dell'imbarazzo stava iniziando a crollare, pezzo dopo pezzo, sotto i colpi di quegli occhi che sapevano di protezione. Fu allora che allungò la mano sul tavolo verso la mia. In quel groviglio di imbarazzo e pensieri, il mio cervello andò in corto circuito. «Ti devo dare la mano?» gli chiesi, con una serietà quasi ingenua che mi fece sentire una stupida. Lui scoppiò in una piccola risata contenuta, di quelle che gli facevano brillare gli occhi. «No» rispose scuotendo la testa con ironia, «controllavo solo se il tavolo fosse di legno». Quella battuta fu come una spallata al muro di vetro che mi sentivo intorno. Risi anche io, sentendo finalmente le spalle rilassarsi. Gli porsi davvero la mano, stavolta intenzionalmente, e lui la strinse. In quel contatto, tra il legno del tavolo e il cristallo dei calici, per un istante il mondo intorno sembrò davvero non contare più nulla.