Aspetto

scritto da Zenogrigio
Scritto Ieri • Pubblicato 16 ore fa • Revisionato 16 ore fa
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Autore del testo Zenogrigio

Testo: Aspetto
di Zenogrigio

 

Conto fino a dieci secondi.

Potrebbe succedere.

È apparso qualcosa sul display?

Un typing…

No, niente.

Aspetto un altro po’.

Un’allucinazione.

Metto in modalità aereo, così che scrivano o non lo facciano, finisce qui.

Un po’ di ossigeno al cervello.

Ma poi, squilla.

Ha già squillato o è davvero il primo squillo?

Posso non rispondere?

No, ora devo.

Sabato quattro aprile, alle ore quattro e sedici minuti, mi chiama l’Ospedale.

“Suo padre versa in condizioni gravi, le consigliamo di venire al più presto”.

Questo significa quello che penso.

Chi lo dice a mia madre?

Io.

No, non riesco.

Provo e il cellulare di mai sorella e non risponde.

Anche lei non vuole sapere.

È lì che immagina, ma finché qualcuno non le scandisce chiaramente le parole, non è vero niente.

Perdo i colpi, mi agito, i pensieri si mischiamo al dolore e la logica sparisce in un secondo.

Niente più causa ed effetto.

Ci pensa Marco.

Intanto mi sono vestito.

Il dopo è tutta un’attesa per vederlo un’ultima volta, per avere consegnato dalla storia il nostro destino.

Sarebbe capitato, prima o poi, e forse sperevamo un altro po’ poi, più tardi.

Da allora è passato poco più di un mese.

Sto a lavorare sul dolore, sull’assenza, sulla mancanza, sul vuoto, sulla chimica del corpo che non aiuta.

 Mi piovono addosso le considerazioni sulla vita.

Il fatto che non avrò figli ad accudirmi, che dovrò contare solo sulle mie forze e sul mio destino.

Mi specchio in questa morte che è la prima, così dolorosa, così vicina.

Penso che dovrò bastarmi in ogni modo, accanto a Marco.

Che siamo due e dobbiamo valere come fossimo almeno tre, se non di più.

Mio padre non voleva essere accudito, non voleva distrarre, sempre un passo indietro.  

Però c’eravamo.

Questa morte ha anticipato e accelerato la mia presa di coscienza sul tempo che resta, su come viverlo, sull’essermi sufficiente.

Quando mi sposto in scooter e mi fermo al semaforo, aspettando che scatti il verde, per alcuni secondi mi chiedo se sia vero.

Perché continuo a ragionare come lui ci fosse ancora, con l’aspettativa di potergli condividere pensieri e questioni.

È un attimo.

 Capisco che non posso e non potrò più farlo, e allora precipito nel magone dello stomaco, le viscere si torcono e mi manca l’ossigeno.  

Un malditesta feroce attraversa e separa il mio copro.

Poi sento freddo, abulia, e mi sembra di perdere rapidamente la memoria.

Non perdo il dolore, però, come il carsico senso di impedimento, di più, di impotenza.

E allora è così che ci si sente?

Stanchi.

Come non dormissi da anni, come avessi affrontato incommensurabili prove fisiche.

Arrivo alla fine della giornata che questo sentimento mi pervade, il corpo sballa e posso solo lasciarmi attraversare, aspettare che passi.

 È così.

Aspetto che l’onda mi attraversi e penso di essere, comunque, a buon punto.

Smetto di agitarmi come un uccello impazzito, di dimenarmi nello spazio per sforzarmi di non pensare, di affaticarmi per non avere la lucidità di specchiarmi, di riflettere su quanto accaduto.

Quando vado a dormire, la notte, e mi sveglio, al mattino, abbraccio Marco, lo ricopro di baci e lo accarezzo.

Lui dorme e non se ne accorge.

Solo a tratti, nel suo volto, leggo un ghigno accennato di serenità.

Non vorrei mai separarmene.
Non più, dalle persone che amo.

Adesso lo so cos’è l’assenza e non ce la farei a sopportarne altre.

Prima di addormentarmi ho paura, perché nel sonno non li posso controllare gli affetti.

Non dovrei dormire più e vegliare continuamente l’esistente, ma così non avrei più le energie per amare.

Continuo ad elaborare il dolore, non aspetto più, amo.

 

 

 

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