PERCHÈ SCRIVIAMO?

scritto da poetaxsempre
Scritto 23 anni fa • Pubblicato 23 anni fa • Revisionato 23 anni fa
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Testo: PERCHÈ SCRIVIAMO?
di poetaxsempre


“Scrivere rappresenta l’indotto capace di scaturire la nascita di antitetici e complementari processi endogeni (interiorizzazione delle emozioni) ed esogeni (manifestazione della espressività nella scrittura), nonché uno degli strumenti più utilizzati dall’uomo per sentirsi parte di questo Mondo…”
La parola “scrivere” fa risalire la sua provenienza etimologica dal latino “scribere” e dalla radice indoeuropea “sker”, che significa incidere. Un tempo, infatti, come tutti saprete, si incidevano le parole su tavolette cerate per mezzo di uno stilo. Da allora, sono passati secoli, ma le intenzionalità dell’uomo legate alla tradizione scritta sono rimaste sempre le stesse. Almeno credo.
Provate, dunque, a confrontarvi con questo mio editoriale (apparso all’inizio dell’anno, presso un sito Internet di cui non voglio fare pubblicità) e ditemi la vostra opinione.

Perché avete scelto di affidare al silenzio di una penna (o di un meno romantico PC) le vostre sensazioni, i vostri sentimenti, i vostri sfoghi ignorati dagli altri?
Il compianto Primo Levi ci ricorda: “Non sempre uno scrittore è consapevole dei motivi che lo inducono a scrivere, non sempre è spinto da un motivo solo, non sempre gli stessi motivi stanno dietro all’inizio ed alla fine della stessa opera…”
Fa eco a queste parole anche Marcel Proust, manifestando una propria esigenza: “Ognuno ha bisogno di trovare delle ragioni alla propria passione…”
Ed è proprio da questo punto di vista che occorre partire. Le fondamenta della nostra voglia di scrivere devono essere gettate da subito, per acquistare coscienza di sé, per focalizzare il nostro desiderio di espressione in qualcosa di concettualmente stabile. Chi scrive senza motivo è folle.
Perfino grandi scrittori e giornalisti spesso si rifanno questa domanda, soprattutto quando sentono che la semplice passione di un tempo cerca di tramutarsi in pericolosa abitudine. Parafrasando sempre una lettera di Levi, ritroviamo a riguardo un monito dall’aria paterna: “… stia attento chi scrive per inerzia, per tener viva la firma; su quella strada non andrà lontano, finirà fatalmente con il copiare se stesso. È più dignitoso il silenzio, temporaneo o definitivo…”
Molti di voi non devono ovviamente fare i conti con questo stato di “assuefazione” letteraria. Essendo esordienti, troverete come risposta più ovvia: il bisogno di sfogarsi, di scaricare le proprie angosce su un muto foglio di carta, che vi ascolterà sempre, dandovi ragione e conforto ad ogni occasione. Non pensiate che si debba trovare necessariamente un motivo nobile alla vostra passione, anche il desiderio di scagliare la propria rabbia fra i versi di una poesia non è una ragione di poco conto. Serve soprattutto a noi stessi, per rassicurare il nostro Io di fronte ad una situazione emotiva, scarsamente controllabile. Sentiamo la necessità di ovattare quelle mura, che stanno a difesa dell’integrità dei nostri sentimenti e lo facciamo utilizzando spesso un linguaggio ermetico, per impedire a chiunque di condividere le stesse sensazioni.
Inconsciamente, respingiamo proprio ciò di cui avremmo più bisogno: un lettore, una persona in grado di capirci, di ascoltarci.
Ed ecco che scopriamo lentamente l’importanza di far emergere la nostra “voce”, là, dove forse è possibile trovare un appoggio morale, nonché un sincero apprezzamento per le nostre qualità stilistiche. Capiamo che scrivere guidati sempre dal nostro impulso, ma con la finalità di far conoscere le proprie idee agli altri, ci “costringe” ad abbandonare il linguaggio oscuro ed indecifrabile, per abbracciare invece la limpidità e la schiettezza di fare poesia.
Ma questo vale anche per chi si cimenta nei romanzi, come deve essere tenuto ben a mente da chi crede di scrivere per diventare ricco e famoso. Chiunque di voi, pur modesto che sia, si sarà lasciato o si lascerà almeno una volta cullare dall’idea di poterlo diventare. Aver fortuna, gloria, sentir parlare di sé sui giornali od alla TV, è bello, non c’è dubbio… “ma poche fra le gioie che la vita può dare costano altrettanta fatica e poche fatiche hanno risultati così incerti…” (P. Levi N.d.R.).
Scrivete dunque, giovani e meno giovani, se il vostro cuore è gonfio d’impeto e d’emozioni, ma tentate di farlo tenendo sempre a bada la vanità del vostro Io.

Lasciandovi alle famose parole di Flonnery O’Connor, che possano servirvi da promemoria, prendo commiato…

“Tra le varie specie di artisti, è risaputo, lo scrittore di narrativa è il più vessato dal pubblico. Pittori e musicisti sono in qualche modo tutelati, dal momento che non si occupano di quel che tutti sanno, mentre il romanziere scrive della vita, sicché basta che uno viva per considerarsi un’autorità in materia.”


Luca Artioli.
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