Lacrime. Alessia possedeva solo lacrime. Neanche il coltello da cucina che stringeva nella mano destra era il suo. Manico di plastica marrone e lama in acciaio smaltato che rifletteva l’implacabile calore dei raggi del sole. Sembrava uno specchio da spiaggia, quello che le sue coetanee stavano probabilmente usando sulle spiagge dei Lidi per abbronzarsi, farsi belle e uscire di sera con i loro boys. Uscire di sera… Lei si preparava ad uscire di scena… di giorno, con il disco solare che le faceva piangere anche la pelle.
Avrebbero dovuto insegnarlo a scuola il modo migliore per uccidersi. Insegnavano tutto, no? Sua madre, tra uno schiaffo e l’altro, le ripeteva in continuazione che la scuola aiutava anche a stare al mondo. Bé, per completare il ciclo di studi era necessario che le insegnassero anche ad andarsene via dal mondo. Non era un’idea malvagia. Se dopo la morte fosse rinata politico, l’avrebbe proposta nella riforma scolastica.
Dolore. Era rannicchiata da due ore con le ginocchia vicino al petto e la schiena appiccicata alla t-shirt gialla e al muro bianchissimo di quel palazzo di periferia. Ne aveva scelto uno a caso, anche perché era una zona che conosceva molto poco ed era la più semplice da raggiungere con la corriera. Poche fermate, pochi pensieri, poca gente che saliva, pochi ripensamenti, poca gente da vedere per le strade, pochi rimpianti. L’edificio aveva dieci piani. Cemento quadrato buttato in un campo d’erba che lo avvolgeva per cinque metri su ogni lato e che nel progetto originario, forse, doveva diventare un giardino curato. Invece solo erbaccia alta un metro e qualche fiorellino bianco, coraggioso e presuntuoso nel voler crescere ad ogni costo con il suo stelo sottile sballottato dal vento caldo. Alessia era lì. Alle spalle dell’entrata con lo sguardo appannato dalle lacrime, come vetro smerigliato, perso nella campagna che aveva di fronte. Era un campo di grano, ormai raccolto da un mese abbondante. Ne rimaneva solo qualche torta di paglia da portare via e una moquette gialla che nascondeva il colore grigio del terreno.
Ricordi. La moquette blu della sua stanza. Quel mare poco profondo nel quale si bagnava di polvere nella speranza di coprire i lividi, ma le lacrime le lavavano via quella copertura e le sofferenze si mostravano sottoforma di chiazze scure, sulle sue gambe, sulle sue braccia e nel suo cuore. Ora in quell’oceano verde e selvaggio, dipinto qua e là dall’oro della sterpaglia bruciata dal sole e profumato di terra, sale e metallo aveva deciso di annegare per sempre.
Scomparire. Dimenticare tutto, che per lei era niente. Rendere vuote le insoddisfazioni, i colpi dietro la schiena che le facevano stringere i denti e mordere la lingua, le risate di scherno, gli sguardi che l’attraversavano, come se non avesse corpo o non fosse sufficientemente spesso da trattenerli.
Lama. Le sue dita erano talmente strette intorno al manico del coltello che il sangue aveva perso le speranze di trovare la sua via in quelle vene, ed Alessia avvertiva il freddo dovuto sua mancanza, nonostante ogni falange fosse avvolta da un sottile strato di sudore. La sua fine era lunga venti centimetri. Acciaio che era servito a tagliare il pane che le era stato buttato sul piatto per diciassette anni, a tagliare la carne che le era stata servita con le stesse mani che la schiaffeggiavano, a porre fine al cibo misero che era la sua vita.
Sorpresa. Improvvisi come la sua meraviglia, arrivarono dalla sua sinistra schiamazzi di bambini accompagnati dal calpestio di piccoli piedi in corsa. Sembravano minuscole macchine di formula uno che sfrecciavano rapidissime impedendole, per brevi attimi, di spingere i suoi occhi offuscati sul campo di grano. Grida, urli, qualche parolaccia gratuita di cui ignoravano il significato, poi l’immagine rapidissima di un pallone stracciato che rotolava sull’asfalto con un suono che graffiò le sue orecchie, e un bambino che scomparve al di là del suo corridoio d’erba buttandosi sulle spalle di un compagno. Il trambusto si perse alla sua destra con la stessa velocità con la quale era arrivato. Ancora qualche urlo,poi sempre più flebile sparì ogni suono, lasciandola sola.
No. Ancora un debole rumore alla sua sinistra. Un paio di scarpette da ginnastica che strisciavano sul catrame cotto dal sole. Non correvano. Anzi, la cadenza dei passi fece intuire ad Alessia che forse si trascinavano con una leggera zoppia.
Un bambino di cinque anni circa, brutto. Alessia non pensava come molti che tutti i bambini fossero belli. Ce n’erano anche di brutti, e quello zoppicante che aveva di fronte a sé, tra l’erba e l’asfalto, lo era. I capelli neri come l’ebano erano bagnati dal sudore e gli ricadevano sulla fronte in ciocche scomposte all’altezza delle sopracciglia, che erano insolitamente folte e unite da un leggera peluria. Il naso non era molto strano, ma la bocca conteneva piccoli denti spaziati. Lo notò perché le labbra del bambino erano arricciate in una smorfia di dolore. Si teneva con la mano, al di sotto dei pantaloncini logori, il ginocchio destro, sbucciato e sanguinante fino alla caviglia, stretta da una scarpetta sportiva molto rovinata. Non aveva calzini.
Alessia, che fino a quel momento aveva trattenuto il respiro, tirò su col naso e lo schiocco del muco che aveva occupato le sue narici a causa del pianto, fu incredibilmente potente, e il bambino si accorse della sua presenza. Inclinò la testa, tolse la mano dalla ferita e, con le gambe divaricate, appoggiò l’intero peso del busto sul bacino. La guardò immobile.
… Aprì la bocca mostrandole i denti aguzzi e le saltò addosso sbavando e bevendo il suo sangue dalla gola… Alessia scacciò via quell’immagine dandosi della stupida, ma nascose rapidamente il coltello dietro la schiena. Quel movimento semplice risvegliò muscoli e nervi addormentati dall’inattività di due ore, facendola gemere sommessamente.
“L’ho visto!” esclamò il ragazzino indicando con l’indice. Aveva la voce di un bambino normale; nessun suono animalesco fuoriuscì da quella bocca disordinata.
Alessia aveva ancora la mano dietro la schiena. Odiò il bambino.
“Va via!” gli urlò spezzando la voce sull’ultima parola.
“Hai un coltello?” sgranò gli occhi e mosse le labbra in un sorriso.
“Che vuoi?” gridò forte Alessia strizzando gli occhi.
“Niente.” scrollò le spalle e riunì le gambe.
“Allora va via!”
“Vuoi ucciderti?”
Alessia ammutolì la sua rabbia interiore e perse ferocia nell’espressione; rilassò la fronte e alzò gli angoli della bocca costruendosi una faccia vuota. Non erano parole che poteva dire un bambino i cinque anni, o almeno non lo credeva possibile. Lasciando il coltello alle sue spalle mostrò il palmo della mano vuoto.
“Vedi? Non ho niente. Ora puoi andare via, per favore?” caricò la frase di falsa dolcezza e cortesia dipinta, sorridendo tra le lacrime.
“No. Ce l’hai dietro la schiena! L’ho visto prima.” disse il bambino con una vocetta stridula ed entusiasta.
“Ascolta, bimbo!” disse soffiando appena Alessia “Se non ti levi da qui subito, il coltello lo vedrai molto vicino!” concluse urlando a squarciagola.
“Bé, allora rimango qui. Visto che ce l’avevi?”
La spiazzò ancora. A quel punto sarebbe dovuto scappare via con i suoi stracci piangendo e cercando la mamma. Ma rimase lì, con il suo caschetto nero bagnato e il sorriso storto. Era il figlio del diavolo? Si passò l’avambraccio sugli occhi asciugandosi le righe di lacrime che le arrivavano al mento e prese il coltello mostrandolo.
“Sì, ce l’ho il coltello. Vuoi sapere dell’altro?”
“Vuoi ucciderti?”
“Ma sta zitto! Tu che ne sai?”
“L’ho già visto fare…”
Lei ondeggiò, staccando la schiena dall’intonaco e rabbrividendo. Rilassò le gambe e costrinse le ginocchia a stenderle sull’erba. Avvertì la puntura dei fili più piccoli sulla pelle non coperta dai calzoncini, e il contatto la fece trasalire. Sentì il sangue riappropriarsi del suo corpo e rimase piegata con le spalle curve a fissare il bambino.
“A chi l’hai visto fare?”
“Mia madre.” La semplicità della sua risposta possedeva l’innocenza dell’infanzia o la malvagità del demonio.
Alessia si portò la mano che stringeva il coltello alla bocca, e il sapore neutro del manico di plastica sulle sue labbra la disgustò.
“Non era mia madre” continuò il diavoletto “non quella della pancia, almeno, ma mi faceva mangiare.”
“Tuo padre?”
“Da qualche parte.” ancora una scrollata di spalle.
“Da qualche parte?” ripeté Alessia.
“Ieri non c’era. Oggi… Bhò?”
“Non capisco…”
Il bambino si avvicinò entrando nel suo oceano di morte e si accoccolò di fronte a lei incrociando le gambe.
“Tu perché lo fai?”
“Non l’ho ancora fatto!” Alessia si voltò e gettò gli occhi su un fiorellino bianco.
“Perché?”
“Perché lo faccio o perché non l’ho ancora fatto?” sguardo altrove.
“Sì!”
“Sì… Cosa?” rapida, puntò di nuovo l’attenzione sul bambino.
“Perché lo fai? Non hai soldi?”
“E’ per questo che lo ha fatto tua madre?”
“Non lo so. Non me lo ha detto.”
La limpidezza di quella frase riempì la bocca di Alessia di un gusto metallico e la sua testa di pensieri vuoti. Collegamenti a fatti o episodi il cui ricordo si perdeva nell’inizio di un’altra scena, un altro colpo, un altro piede nudo che le colpiva la mascella. Prese il coltello dalla lama e lo porse al bambino che lo afferrò con le due manine e con gli occhi scintillanti, quasi fosse l’ultimo dei pokemon.
Si sollevò la maglietta gialla fino allo sterno mostrando le costole rigate dal sudore che mandavano bagliori intermittenti.
“Fallo tu!” gli disse sospirando con le palpebre abbassate.
“Cosa?”
“Uccidimi” pianse sommessamente e si accorse del vento caldo che le soffiava sul viso come l’alito della morte “ma… non farmi male.”
Singhiozzò.
“Non lo so fare!”
Alessia riaprì le palpebre e attraverso l’umido dei suoi occhi afferrò delicatamente le manine e si appoggiò la punta del coltello sullo stomaco. Il metallo colpì una goccia di sudore traballante, facendola scorrere fino all’ombelico. Presto sarebbe stata rossa, pensò Alessia.
“Spingi.” un fremito nella voce.
“No!”
“Dai!” un sussurro.
“E tua madre?”
“Non gliene frega niente!” un soffio di vento.
“E allora perché ti uccidi?”
Alessia ricevette lo schiaffo più forte di tutta la sua vita. Fu talmente doloroso che vacillò in maniera vistosa. Tremò, violentando le sue spalle con rapidi singulti e scacciò con rabbia l’acciaio che, sullo stomaco, puntava nella direzione della morte.
Il bambino non perse la presa, ma si alzò di scatto arretrando di qualche metro.
“Vattene!” fu l’urlo straziato della ragazza.
“Vattene! E’ tuo, vai a giocare!”
Alessia non pensò all’orrore di quella frase. Non vide neanche l’angelo brutto che si allontanò sorridente con il suo trofeo. Rimase curva sulle sue lacrime, con l’unica idea di piangere fino a quando non sarebbe stata abbastanza forte da rendere quello schiaffo. Ma per ora era soltanto sale tra l’erba.
"UCCIDIMI, MA NON FARMI MALE..." testo di sed