Quella sarebbe stata l’ultima caccia di Buck, lo aveva deciso il suo padrone. Stava perdendo l’olfatto di una volta, e anche l’udito era calato. L’uomo fischiò forte ed il pointer arrivò scodinzolando. Si appoggiò alla gamba del padrone e questi lo accarezzò, non voleva che capisse che stavolta la preda sarebbe stato lui. Si avviò verso il carrello appendice e lo aprì. Buck ci saltò sopra e l’uomo lo richiuse. Salì sulla sua auto, un fuoristrada fangoso ma pulitissimo dentro, Buck non ci aveva mai messo zampa, l’uomo non voleva che lo coprisse del suo odore, che sbavasse sulla tappezzeria e che zampettasse ovunque. Buck era un accessorio, un qualcosa di utile, e così era trattato. L’uomo si calcò il berretto sulla fronte, baciò sulle labbra sua moglie e sulla testa sua figlia, e con un sorriso sparì alla loro vista. Il brav’uomo si era premurato di nascondere le sue intenzioni riguardo al cane alla sua famiglia, avrebbe detto loro che semplicemente si era perso andando dietro ad un cerbiatto, e che non era più tornato. Sua figlia ci avrebbe pianto un po’, ma poi avrebbe capito… e per renderle la cosa più facile, sarebbe andato al più presto all’allevamento per prendere un cane nuovo di zecca, con olfatto ed udito perfetto. Fischiettò a cuor leggero durante il tragitto che stava percorrendo, d’altra parte ci aveva pensato… chi avrebbe voluto un cane vecchio anche in regalo? Farlo sopprimere gli sarebbe costato e abbandonarlo no, era pericoloso, buck aveva un tatuaggio all’interno della coscia, ma a quello aveva pensato. Gli avrebbe sparato fra gli occhi, così non avrebbe sentito dolore, poi, una volta morto, avrebbe tagliato la parte di pelle marchiata indelebilmente e l’avrebbe lasciato lì dove si trovava, dove sapeva che gli animali selvatici avrebbero fatto scempio della sua carcassa senza lasciarne traccia. Arrivò ai margini del bosco e spense l’auto. Imbracciò il fucile aprì il carrello. Buck scese barcollando leggermente. “Dai dai vecchio mio!” gli disse allegro l’uomo “i tuoi dolori stanno per finire!” e cominciò a salire lungo un sentiero, voleva raggiungere un posto dove lo sparo non avrebbe destato sospetti. Buck intanto lo seguiva e a volte lo precedeva allegramente ignaro di tutto, per lui era una normale uscita di caccia insieme al suo più grande amico. Cammina cammina decise che il posto sarebbe andato benone. Si fermò e sguainò il fucile. Guardò attraverso la canna. Lo caricò. Chiamò Buck. Questi arrivò trafelato e sorridente. Si strofinò il muso con le zampe e starnutì. “Cuccia!” gli ordinò. Il cane, ubbidiente, si accucciò ai piedi del padrone. L’uomo si guardò intorno un attimo… perfetto… era lungo un sentiero e subito sotto un pendio ripido finiva in un ruscello; una volta sparato a Buck e tolto il tatuaggio, lo avrebbe rotolato nella scarpata e si sarebbe allontanato. “Fermo!” ordinò e buck, ubbidiente, si fermò. “Addio vecchio mio” gli disse guardandolo negli occhi. Gli puntò il fucile in mezzo. Il sorriso di Buck sparì, ma rimase fermo. Armò il cane e… il terreno su cui stava improvvisamente cedette, forse bagnato dalle frequenti piogge. Il viso del cacciatore da impassibile si tramutò in stupito, da stupito in terrorizzato mentre cadeva all’indietro lungo il pendio. Il fucile gli volò lontano. “Aiuto!” urlava rotolando e bestemmiava come se servissero per salvarlo. Buck scattò in piedi e, seppur vecchio, scese agilmente il pendio e raggiunse l’uomo che giaceva immobile ed urlante. L’uomo avvertiva un formicolio diffuso e l’impossibilità di muovere gambe e braccia. Un sasso nella caduta gli aveva spaccato una vertebra, troppo bassa per essere mortale e troppo alta per lasciargli almeno le braccia sane. Piangeva, piangeva come un bambino. Piangeva e si lamentava. Buck lo guardava e guaiva, il dolore del suo padrone era il suo. Gli leccò prima una mano, poi l’altra. Gli leccò la faccia, salata dalle lacrime. Gli si accovacciò vicino, e si alzò solo al tramonto per fare i suoi bisogni lontano da lui ma non lo perse mai d’occhio. Scese la notte e con essa l’umido ed il freddo. L’uomo cominciò a tremare. Sentiva freddo, fuori e dentro. Buck si accovacciò sul suo petto e lo scaldò. Scacciò i cinghiali e gli altri animali che furtivi si avvicinavano a loro nella notte. Avrebbe difeso il suo unico amico fino allo stremo delle forze, perché la vita dell’uomo per lui era più importante della propria. Il posto l’uomo lo aveva scelto davvero bene, perché le prime persone li trovarono solo dopo un paio di settimane quando ormai era troppo tardi per entrambi. Trovarono l’uomo ed il cane uniti nella morte, entrambi morti di fame e di stenti. Non seppero mai che il padrone era morto alcuni giorni prima di Buck, e che questi era rimasto a vegliarlo ed a scaldarlo per interi giorni ed intere notti. Videro il fucile e pensarono ad un tragico incidente di caccia. Appoggiarono Buck sull’erba e lì lo lasciarono, portarono via l’uomo per seppellirlo dopo mille cerimonie e profumi d’incenso. Lasciarono il cane a essere mangiato dagli animali selvatici, perché era troppo più importante il corpo di un uomo che la carcassa di un Cane.
Buck - di un uomo e di un Cane testo di redheadlove